Foto Epa, via Ansa
Agenda Carney
Tutti i segnali di risveglio dell'ordine liberale di fronte agli artigli di Trump
"In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi intermedi hanno una scelta: competere per il favore dei più forti o unirsi per creare una terza via capace di incidere". Elogio del primo ministro canadese che prende a spallate il trumpismo
Più Carney, meno Trump. Il discorso bullescamente incendiario offerto ieri da Donald Trump a Davos, terra disprezzata dal presidente americano ma di cui ha però bisogno per evitare che il suo impeto isolazionista assuma dei contorni ancora più autolesionistici rispetto a quelli attuali, è lì a mostrare una verità difficile da riconoscere ma necessaria da decifrare. Trump ieri ha ricordato quali sono i suoi nemici (l’Europa in primis), ha mostrato con chiarezza i suoi avversari (tutti coloro che non la pensano come lui), ha messo sul piedistallo le sue ossessioni (non solo la Groenlandia). Ma a un anno dal suo arrivo alla Casa Bianca c’è un elemento interessante da considerare, che riguarda un dato spesso sottovalutato: più Trump promette di smontare l’ordine liberale e più gli ingranaggi dell’ordine liberale, improvvisamente, smettono di dormire e, a poco a poco, ricominciano a funzionare, o almeno ci provano. Nell’anno di Trump, questo paradosso evidente si è fatto strada in molte circostanze.
La più eclatante, se vogliamo, è quella che riguarda l’Europa, di cui abbiamo scritto spesso, ed è una circostanza che coincide con la presa d’atto enunciata due giorni fa da Ursula von der Leyen: “Se questo cambiamento è permanente, allora anche l’Europa deve cambiare in modo permanente”. Si potrebbe obiettare che i cambiamenti dell’Europa, come dimostra la percentuale imbarazzante di implementazione del Piano Draghi, intorno all’11 per cento, sono cambiamenti di una lentezza esasperante (più che seguire un’agenda Draghi in Europa, servirebbe direttamente un Draghi in Europa). Ma non si può dire che, un anno dopo l’arrivo di Trump, il suo tentativo di rendere l’Europa più debole sia riuscito pienamente: l’Europa oggi sa viaggiare anche a due velocità, quando serve, ha riconvertito alcuni populisti all’europeismo, come Meloni, ha superato il tabù degli Eurobond, che ha scelto di creare per difendere l’Ucraina, è più indipendente che mai dal gas russo, non è mai stata così vicina, in tempi post Brexit, al Regno Unito, ha trovato la forza di difendere come non mai i confini dell’Ucraina e ha preso così sul serio la minaccia russa da aver scelto di investire a livello comunitario e a livello nazionale come non mai nella Difesa. Trump voleva indebolire l’Europa, e vuole farlo ancora oggi dimostrando che l’Europa è così inutile da non saper proteggere neppure i suoi territori, come la Groenlandia. (segue a pagina quattro)
Ma un anno dopo possiamo dire che l’Europa, pur dovendo diventare ancora più forte, non è mai stata così forte come oggi, e se solo volesse sfruttare il suo essere un continente così forte da avere una moneta forte come non mai dovrebbe iniziare a capire in che modo approfittare di questo equilibrio nuovo, come fosse un’opportunità per far proliferare l’industria e non per renderla più fragile. Trump voleva indebolire l’Europa, e non c’è riuscito. Voleva indebolire la Nato, cosa che sta provando a fare in queste ore promettendo grandi scampagnate in Groenlandia, ma anche per merito di Trump, paradossalmente, la Nato non è mai stata considerata così cruciale pure dai paesi europei, che certamente senza l’America non avrebbero gli strumenti per difendere se stessi ma che anche grazie alle minacce di Trump hanno rafforzato la propria partecipazione alla Nato, facendo un passo per aiutarla a essere molto diversa da quel soggetto morto cerebralmente come da famosa definizione di Emmanuel Macron (nel 2025, 23 dei 32 paesi Nato hanno raggiunto o superato il 2 per cento del pil in spesa per la Difesa, nel 2016 erano solo 5).
Più Trump minaccia di distruggere l’ordine liberale e più l’ordine liberale trova modi per reagire, per resistere, per svegliarsi. E in un certo modo lo stesso è successo in questo anno con la globalizzazione, che Trump ha cercato in tutti i modi di domare, di indirizzare a seconda dei suoi capricci, di colpire in modo letale attraverso i suoi dazi. La reazione del mondo libero è stata quella che abbiamo sotto gli occhi: diversificare i mercati, scommettere sull’apertura, abbracciare la globalizzazione. Il trattato del Mercosur da questo punto di vista, l’accordo importante fatto dall’Europa con alcuni stati del Sud America, accordo che coinvolge paesi il cui valore sfiora il 30 per cento del pil globale, è il termometro di questa svolta. Una svolta non solo politica ma anche numerica: nel 2025 il commercio mondiale (beni e servizi) ha superato i 35 trilioni di dollari, in aumento di circa il 7 per cento rispetto al 2024, e l’anno appena finito ha fatto segnare il più grande livello di scambi globali mai registrato nella storia economica moderna.
Mark Carney, primo ministro canadese, che ha beneficiato indirettamente delle pazzie di Trump grazie a un crollo del partito conservatore canadese che durante la campagna elettorale di sei mesi fa non è riuscito a emanciparsi dal Trump che voleva conquistare anche il Canada oltre che la Groenlandia, due giorni fa a Davos ha spiegato in che modo l’onda d’urto del trumpismo in molti contesti sta producendo risultati opposti a quelli immaginati dal presidente americano: “In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi intermedi hanno una scelta: competere per il favore dei più forti o unirsi per creare una terza via capace di incidere. Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte se sceglieremo di esercitarlo insieme. Sappiamo che il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia. Crediamo però che dalla frattura si possa costruire qualcosa di più grande, migliore, più forte e più giusto. Questo è il compito delle potenze medie, i paesi che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare da una cooperazione autentica. I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme”.
Tutto quello che Trump voleva indebolire lo ha involontariamente rafforzato. La minaccia di Trump è spaventosa per chi ama l’ordine liberale. Ma l’ordine liberale, anche grazie a Trump, non ha mai avuto più ragioni e più motivazioni di oggi per smettere di dormire, chiamare le cose con il loro nome e provare a camminare anche da solo.
Il discorso al World economic forum