Leggere l'Iran libero a Parigi. Dentro la libreria Naakojaa, fabbrica di testi proibiti

Priscilla Ruggiero

In un angolo del Quindicesimo arrondissement Tinoush Nazmjou trova metodi alternativi per combattere la censura della Repubblica islamica, organizza dibattiti e pubblica quaderni che preparano  alla caduta del regime e alla Teheran che verrà. Non è solo utopia

Parigi, dalla nostra inviata. Nel Quindicesimo arrondissement di Parigi, tra negozi, bar e ristoranti iraniani si può entrare in un “Iran utopico”, l’accoglienza sull’insegna blu all’entrata è “Perse en Poche”, Persia in tasca, la  più grande libreria d’Europa dedicata all’Iran con oltre 40.000 titoli in persiano,  francese e inglese. Qui, nella zona commerciale di Beaugrenelle, dagli anni Settanta trovarono esilio migliaia di iraniani, tanto da riservare all’area lungo Rue des Entrepreneurs i soprannomi “piccola Teheran”, o “piccola Persia”. Tinoush Nazmjou, il fondatore della libreria, preferisce chiamarlo semplicemente “il quartiere iraniano”. Per Tinoush le parole sono importanti, Perse en Poche è il nome francese della libreria, ma il nome ufficiale e con cui tutti la riconoscono è Naakojaa, Utopia in farsi, lo stesso nome usato per la casa editrice, e la traslitterazione che ha scelto è “Utopiran”, un’unione delle parole Utopia e Iran, per rendere l’idea di un posto che (ancora) non esiste. Da qualche mese il locale si è ampliato, Tinoush ha acquistato un altro spazio al civico precedente, ci riceve tra tappeti persiani e oggetti d’antiquariato in vendita, ma  “diventerà presto  totalmente integrato alla libreria”, assicura.   In questi giorni di proteste e silenzio che è calato sull’Iran la libreria è più affollata del solito, qui passa tutta la diaspora iraniana di Parigi, racconta, soffermandosi su qualcosa  di profondamente diverso nelle manifestazioni iniziate l’8 gennaio scorso: per la prima volta, “tutti gli iraniani che conosco, qui in Francia ma anche in Iran, vogliono che il regime finisca. E’ la prima volta in assoluto che tutti sperano in una rivoluzione”. Nazmjou ripercorre tutte le volte in cui a Teheran si è parlato  di un cambiamento: “Quando gli iraniani hanno chiesto un cambiamento allo scià (Mohammad Reza Pahlavi, ndr), è arrivato qualcosa di peggiore dello scià. Quando ci sono state le elezioni, nel 2009,  ancora una volta c’è stata la speranza di poter cambiare il regime, ed è finita allo stesso modo. Tutti si sono resi conto che in questi anni non è mai cambiato nulla. Non è mai stato così chiaro quanto  non sia più possibile sperare in una democrazia con un regime teocratico che funziona solo in un modo: o sei con il regime o sei contro il regime”.  

 

Il problema è che “la forza è sempre dalla parte opposta”, e anche se moltissime persone nei giorni scorsi sono scese in strada, altrettante sono ancora nelle loro case, terrorizzate. La propaganda in televisione dice di non far uscire i propri figli, il clima di terrore si respira anche qui, lontano da Teheran, in questa libreria dove sin dal giorno della sua fondazione, nel 2012, si spera nella caduta del regime, che avverrà “soltanto attraverso la cultura e l’unità del popolo iraniano”, Tinoush ne è sicuro.  Arrivato in Francia da Teheran con i suoi genitori quando aveva  undici anni, soltanto negli ultimi anni Tinoush  Nazmjou si è  reinveintato libraio: il mio primo lavoro è il teatro, sono un regista, racconta, “quando avevo venticinque anni, nel 2000, sono tornato in Iran, ho vissuto lì per nove anni facendo la spola fra Parigi e Teheran, cercando di fare il mio lavoro in entrambi i paesi, ma in Iran è stato molto difficile, ed è il motivo per cui sono tornato qui, in Francia, dove non esiste la censura. Quando scrivi una sceneggiatura e hai dieci persone che ti dicono cosa non puoi fare, cosa non puoi dire, e non capisci cosa significhi perché non sai cosa significhi – perché non sono cresciuto in un mondo governato dalla censura   – cerchi in ogni modo di eluderla, di escogitare dei trucchi per girarci intorno”. Ma nel 2009, negli anni di Mahmud Ahmadinejad era diventato “impossibile”, “non potevo accettare che qualcuno mi dicesse come dovessi lavorare, non c’era più possibilità di eludere la censura, sapevano già che avresti provato ad aggirarla”: Tinoush non accettò di scendere a compromessi con il regime per  “rimuovere il veleno” dai suoi testi, le sue ultime tre sceneggiature vennero censurate perché “le avevo rese troppo ovvie”, racconta con aria di sfida. Nel 2009 tornai a Parigi, ci fu l’ “Onda verde”, gli attentati in Francia e i miei amici che lavoravano ancora a  teatro  mi dissero che “mi stavano cercando: non tornare a Teheran”, dissero. Con il tempo Tinoush  smise di fare teatro anche in Francia,  “l’esperienza del teatro qui è diversa”, perché il teatro è uno spettacolo dal vivo, possono censurare il cinema, possono censurare i libri, ma nel teatro no, “anche se ti dicono cosa puoi e non puoi dire, quando sei sulla scena puoi fare quello che vuoi, dopo sai che ti chiuderanno le porte, e anche gli iraniani sanno che la scena è uno dei pochi luoghi in cui hanno la possibilità di toccare la libertà: sai che lì può accadere di tutto, e questa è un’esperienza che non c’è nel pubblico delle società libere”. Tinoush racconta dell’esperienza passata da regista con nostalgia, ma anche con decisione, perché “stiamo aspettando che in  Iran arrivi la stessa libertà”, poi dice senza crogiolarsi nel passato: “Così mi sono chiesto: cosa posso fare per continuare?”. 

 

Con gli stessi ingegni per eludere la censura nel teatro,  Tinoush   ha realizzato che la soluzione per continuare a immaginare  un Iran libero dal regime fosse resistere alla censura da qui, da rue Edmond- Roger, in un’ex macelleria trasformata in libreria, reinventando l’esperienza della censura teatrale in una via d’uscita per la censura letteraria,   pubblicando “tutta la letteratura proibita in Iran” sotto il nome di una casa editrice: Naakojaa, Utopiran. Funziona così: “Gli scrittori che non hanno il permesso di essere pubblicati dal regime islamico ci mandano i loro libri, noi li pubblichiamo in Francia e in tutta Europa, ma poi mandiamo i pdf e gli e-book  nel paese”, tramite telegram e non solo, per raggiungere il pubblico iraniano. Dopo soltanto un mese, “tutti i libri che pubblichiamo qui, le persone che conosciamo in Iran, i nostri amici, li fotocopiano, e ci mandano le foto in ‘via della Rivoluzione’, per mostrarci che vendono i nostri libri per strada”. 

 

Gli iraniani non hanno paura, racconta fiero il libraio, “per noi è la normalità, trovare dei modi – già dai tempi dello scià – per leggere i libri sottobanco è qualcosa a cui siamo stati abituati da sempre, non possiamo mandare i nostri libri cartacei, non è possibile aprire una libreria come questa a Teheran, ma possono riceverli in formato digitale, stamparli. Noi rendiamo il processo più semplice, abbiamo aperto un sito, un’applicazione, pubblichiamo ogni informazione sui nostri canali social”.  Da oltre due settimane il regime ha tagliato fuori l’Iran dalla connessione a internet ed è diventato sempre più complicato avere contatti con chi è ancora in Iran, come già è successo in passato, dall’8 gennaio scorso  la diaspora viene qui per avere informazioni o riportare qualcosa che gli è stato riferito, o semplicemente per sfogarsi. Tinoush racconta  “il cambio di mentalità” di questi giorni, quasi tutti i dissidenti che passano in libreria sono spaventati e allo stesso tempo sollevati, hanno paura e allo stesso tempo voglia di tornare in Iran:  ma la maggior parte “non tornerà finché il regime non cadrà”.  

 

Ogni angolo dentro questa libreria parigina parla di censura e di Iran, si parla più in farsi che in francese, Tinoush racconta con orgoglio che qui gli iraniani si sentono al sicuro, qualsiasi iraniano “non è libero”, sa cos’è la censura anche se non l’ha mai vissuta,  non c’è bisogno di essere a Teheran per sentirsi in gabbia, non basta essere in Francia per sentirsi al sicuro, ma queste mura fanno da protezione. Per questo motivo, dopo la nascita del movimento “Donna, vita libertà”, una settimana dopo la morte di Mahsa Amini,  nel  settembre 2022, Tinoush ha deciso di iniziare dei dibattiti in questo spazio protetto, anche questa volta ha scelto un nome, “Dibattiti prima della caduta”, la caduta è quella del regime. 

“Ogni settimana gli iraniani si siedono qui, parlano. Ci mettiamo in cerchio come un’agorà greca,  discutiamo di cosa sta accadendo in Iran, cosa significano per noi democrazia, libertà. Può venire chiunque, non siamo noi a chiamare o a scegliere chi partecipa, molte persone che normalmente fuori da questo spazio non riescono a esprimere i loro pensieri, perché hanno paura, qui possono farlo  liberamente. Dico sempre: qui c’è la libertà di parola”. Tinoush  racconta che se qualcuno vuole insultare o censurare cosa sta dicendo l’altra persona, “lo fermo immediatamente”, qui a Utopiran nessuno censurerà mai nessuno, perché la censura non è solo del regime. 

 

Questo è l’Iran che sogna Tinoush, se il paese dopo il crollo del regime dovrà ricominciare, allora dovrà assomigliare a uno spazio come questo,  senza censura, in cui ognuno ha diritto di dire quello che pensa, nei limiti del rispetto, come accade  in Francia – nonostante alcune “crepe”. “Non siamo politici nel senso che non apparteniamo a nessun partito, non siamo né di destra né di sinistra, la nostra idea centrale è la libertà di pensiero: qualcosa che non capiamo e accettiamo fino in fondo perché non l’abbiamo mai avuta nella storia”, dice. Nei dibattiti prima della caduta si va anche solo per ascoltare, per capire cosa significhi essere accanto a qualcuno che non la pensa come te: questo significa  “aprire le porte della democrazia e della libertà, nei nostri dibattiti c’è chi è di sinistra, di destra, i monarchici, repubblicani... Chiunque può venire qui e parlare: non chiediamo cosa pensi, chi sei, diciamo solo: qui puoi essere te stesso”. Crescere nella repressione è qualcosa che ti rimane per sempre addosso, e anche chi fa parte della diaspora ormai da tanti anni ha paura della censura, anche se qui la censura non c’è, “anche se vivi nel mondo libero, rimani con la testa in un mondo in cui la libertà non è possibile”. 

 

Dal 2022 i dibattiti nella libreria sono un appuntamento fisso, in questi giorni la libreria è affollata, “abbiamo avuto un dibattito l’altro ieri sera, stasera ne avremo un altro, li replichiamo ormai ogni due giorni”, dice Tinoush. Ci si mette in cerchio, il microfono viene fatto passare a chi vuole parlare, tra chi  prende appunti, chi annuisce, chi ascolta, chi dissente e chiede la parola a Tinoush per intervenire, alza la voce, ed è sempre Tinoush con la sua telecamera e il cappellino da regista a moderare i toni. Il libraio diventa moderatore e gira la telecamera, al centro dell’agorà come un perno, per registrare ogni intervento, sposta l’inquadratura a ogni cambio di microfono, alza i volumi del mixer quando non si sente abbastanza. Mahdiye Sadrnejad, è la sua  assistente, registra con un secondo microfono, aggiunge  posti a sedere man mano che entrano le persone per far entrare tutti. Dopo due ore di conversazione bisogna scomporre le librerie, che si trasformano in panche. Dopo quasi tre ore di dibattito in farsi, Mahdiye riassume in pochi minuti il fulcro della conversazione: “Cosa possiamo fare da qui, da fuori l’Iran, per rimanere uniti. In questo momento l’opposizione non è unita, ci sono i radicali, i monarchici sono in disaccordo, molti non sopportano alle manifestazioni a Parigi le bandiere di Pahlavi,  la settimana scorsa è comparsa persino una bandiera del Savak, il servizio segreto dello Scià, ed è diventata ovvia la contraddizione”. Ma c’è anche chi porta le testimonianze di amici e familiari da dentro, Aida racconta cosa sta accadendo a Rasht, nel nord dell’Iran: suo cugino ha visto la polizia dare fuoco al bazar, poi ha iniziato a sparare. Oolduz, che partecipa ai dibattiti dal primo giorno, parla di un Iran libero con un velo di pessimismo,  “spero arrivi presto un Iran senza Repubblica islamica, senza i mullah”, racconta che prima andava a manifestare  a Parigi ogni sabato, poi quando sono comparse le bandiere dello scià “ho smesso: per me quella non è democrazia, molti iraniani sono nelle prigioni e non è Reza Pahlavi la persona che le libererebbe”.  

 

Oltre ai dibattiti, Tinoush Nazmjou dopo la morte di Mahsa Amini si è inventato un giornale in sei edizioni speciali da pubblicare ogni due settimane, con testimonianze dall’Iran di cosa stesse accadendo nel paese: Les cahiers d’avant la chute, i quaderni prima della caduta, la caduta è sempre quella del regime.  “Abbiamo in programma di pubblicare altri numeri su quello che sta accadendo in questi giorni, con lo stesso titolo”, dice Tinoush, che racconta come il novanta  per cento degli scrittori che pubblicano libri per Naakojaa lo fanno con il loro nome. Per i Quaderni prima della caduta è diverso,   il cinquanta  per cento scrive con il suo nome, l’altra metà usa uno pseudonimo, ma nelle ultime proteste anche su questo qualcosa sta cambiando: “Ormai  tutti sperano che il regime finisca, e tutti vogliono  mostrare che non abbiamo paura,   è un atto di resistenza. Quando fai qualcosa per resistere, se pensi che ci siano più possibilità che la rivoluzione possa realizzarsi, allora scrivi con il tuo nome, mostri  che è possibile. Se invece sei costretto a cambiare il tuo nome, sai che stai facendo esattamente quello che vogliono loro. Fai qualcosa, ma sapendo che tutto rimarranno al suo posto.”  Tinoush ricorda le manifestazioni a Parigi nel 2009, tutti avevano il volto coperto,  nel 2022, dopo la morte di  Mahsa Amini, “volevamo mostrarci, perché credevamo nel cambiamento”. Cosa pensa il regime di Naakojaa?   “Controllano tutto quello che facciamo”, il libraio-regista  ne è sicuro, ma con aria di sfida dice: “Cosa possono fare?  Non siamo una casa editrice iraniana, siamo una casa editrice francese”. Non siamo nella Repubblica islamica, qui si fanno le prove per l’Iran che deve ancora arrivare.

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