a che gioco giocano

Gli incontri fra Davos e Mosca e le minacce che piacciono a Putin

Micol Flammini

Le pretese di Trump sulla Groenlandia rendono meno seri ogni negoziato sull'Ucraina e le promesse delle garanzie di sicurezza per Kyiv

Ai russi non è piaciuto l’attacco americano in Venezuela perché ha rappresentato un intralcio agli affari di Mosca. Al Cremlino invece non dispiacciono le minacce americane contro la Groenlandia. Le liti fra la Casa Bianca e i suoi alleati  si stanno trasformando in uno spettacolo per Mosca. Per i funzionari russi che rilasciano dichiarazioni sul tema, la volontà di Donald Trump di prendere l’isola è potenzialmente il primo atto della dissoluzione dell’Alleanza atlantica, anche se ieri, a Davos, il presidente americano ha cercato di spiegare che non ha alcuna intenzione di sfasciare la Nato. I russi  sembrano quasi incoraggiare Trump a procedere. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha detto che si tratterebbe di un evento storico, mentre il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha spiegato che la storia delle pretese americane sulla Groenlandia ricorda quella dell’annessione russa della Crimea. 

 

Mosca vede più possibilità da cogliere che minacce da contenere nell’acquisizione americana dell’isola. Trump ha escluso l’uso della forza per prenderla, ma non ha abbandonato le sue minacce, i russi stanno a guardare, consapevoli che più andrà avanti la lite sull’isola, che il presidente americano ha definito “un pezzo di ghiaccio”, e più le posizioni  degli europei sull’Ucraina diventeranno fragili. Trump vuole successi immediati, con la Russia non li sta ottenendo. Non c’è nessun negoziato, ma sono previsti degli incontri importanti. 

 

A Davos il presidente americano ha annunciato che ci sarebbe stato un incontro con Zelensky ieri sera, ma mentre parlava, lasciando intendere che il presidente dell’Ucraina potesse essere fra il pubblico, il leader ucraino era ancora a Kyiv. L’incontro potrebbe quindi tenersi oggi, Zelensky non aveva intenzione di lasciare l’Ucraina dopo gli ultimi bombardamenti se non per un vertice con il presidente americano. A Davos sono presenti i suoi negoziatori, il capo dell’intelligence e capo di gabinetto, Kyrylo Budanov, e l’ex ministro della Difesa, Rustem Umerov. Ci sono anche i mediatori americani, Steve Witkoff e Jared Kushner, che hanno incontrato Kirill Dmitriev, l’economista russo che fa le veci del negoziatore per conto di Mosca, e oggi saranno a Mosca per vedere Vladimir Putin. Ieri, dopo il suo discorso durato settantadue minuti, Trump ha detto di credere che sia Zelensky sia Putin siano molto vicini a concludere un accordo e se non lo faranno allora “sono stupidi” – poi  il presidente americano ha smentito che i due leader possano esserlo. 

 

Il timore di Kyiv è che gli americani abbiano ripreso a parlare con i russi senza coordinarsi con gli europei e con gli ucraini e non vogliono trovarsi nella situazione di novembre, quando la testata americana Axios pubblicò un piano per far finire la guerra cucito sulle pretese di Mosca. Due mesi fa, l’abilità dell’Ucraina assieme ai suoi alleati europei   fu di trasformare l’inganno russo in un vero processo verso la pace, arrivando a formulare una nuova proposta di accordo in venti punti, presentata ai mediatori americani, recapitata anche a Putin, ma che finora non ha ottenuto nessuna risposta. Oggi a Mosca, Witkoff e Kushner dovrebbero ascoltare le considerazioni del capo del Cremlino sul piano che prevede il congelamento della linea del fronte. A Davos invece Zelensky affronterà con Trump due temi: le garanzie di sicurezza che gli Stati Uniti dovrebbero fornire all’Ucraina per evitare il ritorno dell’aggressione russa (secondo diversi analisti in questo momento qualsiasi garanzia viene vista dai russi come poco vincolante e sullo scetticismo di Mosca le minacce alla Groenlandia hanno un peso) e  il possibile accordo per il sostegno economico che Stati Uniti e Ucraina potrebbero siglare proprio a Davos. 

 

Zelensky ha rivoluzionato la sua squadra di governo, lo ha fatto per motivi interni dopo gli scandali di corruzione, ma soprattutto per cambiare approccio, tentare ogni strada per far finire la guerra. Ha intrecciato diplomazia e difesa, rendendosi conto che la Russia finora non ha mai accettato nessuna proposta, neppure di cessate il fuoco. L’unico che finora non ha mai accettato che ogni tentativo di accordo sia naufragato a causa di Putin è Trump.
 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)