A Davos

Trump esclude l'opzione militare in Groenlandia e ritira i dazi: la deterrenza funziona

Paola Peduzzi

Il presidente americano dice che il mondo sta a galla grazie all'America, ribadisce di volere il controllo dell'isola artica ma raggiunge un accordo che ammorbidisce le sue minacce

Nel suo discorso a Davos, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha escluso l’utilizzo della forza militare per annettere la Groenlandia, l’isola artica semiautonoma che fa parte della Danimarca. Questo significa che la mobilitazione dei paesi europei della Nato – ridicolizzata da molti perché si tratta di pochi funzionari militari in missione esplorativa inviati in Groenlandia – ha esercitato la deterrenza necessaria per far togliere dalle opzioni possibili quella militare, che significa anche spaccare l’Alleanza atlantica. Per ora possiamo mettere da parte i toni incendiari di parte dell’Amministrazione Trump e l’ironia dei commentatori con i meme con le slitte e i cani, per concentrarci su quel che rimane: i “negoziati immediati” che Trump chiede agli europei, perché comunque la Groenlandia lui la vuole. 

Il presidente americano dice che non gli interessano i minerali e le terre rare che stanno sotto un ghiacchio spessissimo, ma che la Groenlandia è strategicamente troppo rilevante per non essere difesa – e gli europei, che Trump dice di amare perché è mezzo scozzese e mezzo tedesco e perché l’occidente ha “un destino comune”, ma che disprezza perché “sono diventati irriconoscibili” e si sono messi a scommettere contro il successo americano, hanno dimostrato di non saper difendere l’isola. Ci vuole l’America per farlo, l’America che difende e protegge tutti, ma perché ci sia bisogno di un’annessione per mettere in piedi questa difesa e questa sicurezza comuni Trump non lo spiega. O almeno, parla del Golden Dome, che è un progetto americano che, secondo gli esperti, può essere costruito e funzionare benissimo senza la Groenlandia; e parla della Seconda guerra mondiale, quando gli americani impedirono ai nazisti di prendere la Groenlandia (e naturalmente ci salvarono tutti: questo presidente lo dice come se fosse sbarcato lui personalmente in Normandia) e poi la restituirono alla Danimarca dopo la guerra, “purtroppo”, come a dire: in fondo è già un po’ nostra. Ma che la sicurezza collettiva dell’occidente, in un posto strategico come l’Artico, sia più grande contro Russia e Cina se la Groenlandia viene annessa resta una fissazione di Trump.

Però ora il presidente americano vuole negoziare, dice che la sua è una “piccola richiesta” a una Nato che ha sempre preso tanto restituendo pochissimo, che in fondo si tratta soltanto di “un pezzo di ghiaccio” (o di una terra ghiacciata: ha detto “Iceland” più volte, e non si è capito se intendesse l’Islanda, o se si è confuso: in ogni caso il movimento islandese per costruire una difesa è già molto attivo, non si sa mai): “Potete dirci di sì, e apprezzeremo molto – ha detto – O potete dirci di no, e ce ne ricorderemo”. Questo “ce ne ricorderemo” è stato il perno della seconda parte del discorso di Trump in cui ha ridicolizzato il solito Emmanuel Macron (“con quei begli occhiali da sole: che caspita gli è successo?”) e la presidente della Confederazione svizzera (di cui non ha detto il nome e ha detto che forse era la premier: si ricordava solo che era una donna, cioè Karin Keller-Sutter, che da gennaio non è più in carica) per riassumere che tutti, una volta che si ritrovano travolti da dazi o minacce commerciali, finiscono per capitolare (ci vogliono “3 minuti a paese”, ha detto, bullissimo). Insomma, per Trump il negoziato è minacciare ritorsioni economiche di ogni tipo e aspettare che gli europei gli diano quel pezzo di ghiaccio che tanto vuole. Il presidente non è soltanto sicuro che vada così – è la teoria del “mi baceranno tutti il culo” – ma pensa che sia anche equo così, perché “l’America non può sussidiare tutto il resto del mondo”, lo ha fatto per decenni senza mai chiedere nulla in cambio, ma così facendo ha perso tantissimi soldi, che ora rivuole indietro. Non solo: Trump ha anche ricordato “i vecchi tempi” in cui, quando l’America pubblicava i suoi dati, ed erano buoni, i mercati salivano e tutti festeggiavano, perché il successo statunitense era garanzia di successo per tutti. Ora invece, se l’America va bene, i mercati crollano perché gli alleati vedono soltanto gli effetti negativi della grandezza americana: in questo sta “l’irriconoscibilità” dei paesi europei agli occhi di Trump, che si sostanzia anche nell’aver scelto di spendere invece che di abbassare le tasse, di aver fatto investimenti ecocompatibili che li hanno portati alla rovina (dove c’è una pala eolica, dice Trump, non c’è crescita) e naturalmente di aver accolto milioni di immigrati – che per lui sono criminali (in particolare i somali). 

L’America “tiene il mondo a galla”, dice Trump, che esclude un attacco alla Groenlandia, e poi, dopo aver parlato con il segretario della Nato, Mark Rutte, decide anche di non imporre i dazi che aveva annunciato contro i paesi dell’Alleanza che avevano mandato uomini in Groenlandia e che avrebbero dovuto entrare in vigore il primo febbraio. E’ un anno che gli europei scelgono la strategia del “daddy” invece che concentrarsi sul fatto che il primo al quale la guerra commerciale non conviene è Trump.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi