Colpi di ogni tipo
La clava degli screenshot di Trump
Il presidente americano non conosce diplomazia né riservatezza, pubblica i messaggi di Rutte e Macron per bearsi dei loro toni lusinghieri, fa disegnini antieuropei e non risparmia nessuno, nemmeno l’alleato speciale inglese
Verranno tutti a “baciarmi il culo”, aveva detto Donald Trump nell’aprile dello scorso anno, dopo aver annunciato dazi al resto del mondo, e poiché il presidente americano vuole sempre avere ragione ecco che, in una notte di post a raffica sul suo social Truth, sulla strada per Davos dove domani terrà il suo discorso e dove si parla soltanto delle mire trumpiane sulla Groenlandia che spaventano europei e mercati, ha pubblicato gli screenshot dei messaggi di due baciatori, il segretario della Nato Mark Rutte e il presidente della Francia Emmanuel Macron. Gli screenshot sono un’arma di distruzione di massa per tutti noi comuni trafficanti di messaggi, figurarsi cosa possono diventare nelle mani di Trump, che disprezza ogni forma di intermediazione, di mediazione, di diplomazia, e naturalmente di riservatezza.
Rutte aveva già sperimentato il trattamento screenshot l’estate scorsa, in occasione del vertice della Nato all’Aia, quando il presidente americano aveva pubblicato un messaggio in cui il segretario dell’Alleanza gli diceva che era bravissimo, ora gli alleati europei spenderanno di più per la Nato, “hai raggiunto obiettivi che nessun altro presidente ha mai raggiunto”. Non pago, Rutte chiamò Trump, proprio durante quel vertice, con l’indimenticabile “daddy”, che oggi compare sul merchandising trumpiano. E ora Rutte, che non deve essersi accorto che lusinghe e deferenze non servono a niente, ci ricasca, dice a Trump che ha fatto grandi cose in Siria, a Gaza, in Ucraina, si impegna a “trovare una strada” anche per la Groenlandia, e “non vedo l’ora di vederti” – il presidente americano pubblica lo screenshot, e ringrazia.
Macron aveva subìto altri trattamenti, da ultimo Trump aveva imitato (male) il suo inglese con accento francese durante un comizio e aveva detto che il capo dell’Eliseo lo aveva implorato di non far sapere a nessuno di un loro accordo raggiunto sui farmaci. Mi chiedi riservatezza? E io pubblico lo screenshot del messaggio che mi hai appena inviato, nel quale Macron dice che non sta capendo che cosa Trump stia facendo con la Groenlandia, ma su Iran e Siria l’allineamento c’è, e si troverà una soluzione per tutto: vieni a Parigi dopo il Forum di Davos. Posso organizzare un G7, scrive Macron, posso invitare gli ucraini, i danesi, i siriani e anche i russi a margine, poi ceniamo insieme e torni in America. Il tutto, nei piani del presidente francese, dovrebbe avvenire giovedì, quando è previsto un vertice di emergenza dell’Unione europea convocato presumibilmente nelle stesse ore in cui Macron inviava il suo messaggio a Trump.
Ancora una volta, il presidente americano ha risposto ai tentativi di mediazione sputtanando i baciatori e aumentando di nuovo la pressione sulla Groenlandia, dicendo che non si aspetta dagli europei grande resistenza, che tanto lui va avanti perché “devo averla” (la Groenlandia) e postando due fotomontaggi, uno dei suoi generi preferiti: in uno pianta una bandiera americana sul ghiaccio groenlandese assieme al suo vicepresidente e al suo segretario di stato; nell’altro è nello Studio ovale con i leader europei e in bella mostra c’è una cartina in cui la bandiera americana copre l’America, la Groenlandia e, visto che c’era, pure il Canada, già più volte definito il prossimo, 52esimo stato degli Stati Uniti d’America. Ma come, il premier canadese Mark Carney non era quello che era riuscito a tenere a bada Trump e le sue mire di annessione? Sì, o forse no, o forse: non importa. Trump ne ha per tutti, tranne che per i non alleati, i rivali, i Putin e gli Xi – e se sei europeo, sei automaticamente nel mirino, e anche un po’ spacciato.
Oggi infatti il presidente americano se l’è presa anche con Keir Starmer, il premier britannico, l’alleato speciale, quello che gli ha portato l’invito della Casa reale inglese per la sua seconda visita di stato, un primato, quello che è stato “graziato” sui dazi, prendendo una percentuale più bassa rispetto ai paesi dell’Ue, quello che ha firmato un accordo sull’intelligenza artificiale che pareva straordinario, oltre che il sigillo della relazione speciale (l’accordo è in questo momento sospeso: gli Stati Uniti accusano il Regno Unito di estremismo censorio online). Trump ha scritto un post dedicato soltanto al “nostro fantastico alleato della Nato”, il Regno Unito, che però ha fatto un gesto di “enorme stupidità”, cedendo Diego Garcia, l’isola più grande dell’arcipelago delle Chagos, alle Mauritius: su Diego Garcia c’è “una base militare americana vitale”, e “Russia e Cina avranno sicuramente notato quest’azione di totale debolezza”. Queste potenze internazionali, continua Trump, “riconoscono soltanto la forza”, ed è per questo che la sua America è ora tanto rispettata. Una scemenza così va emendata in qualche modo e naturalmente il presidente americano un’idea ce l’ha: conquistare la Groenlandia, per garantire quella sicurezza nazionale che alleati stupidi come il Regno Unito non garantiscono, “la Danimarca e i suoi alleati europei devono fare la cosa giusta”. Ora: ormai ogni scusa è buona per giustificare le mire sull’isola artica, ma in questo caso va anche ricordato che Washington aveva appoggiato la cessione delle isole Chagos alle Mauritius, o almeno lo aveva fatto il segretario di stato Marco Rubio, con un comunicato del maggio dello scorso anno: “Oggi gli Stati Uniti hanno accolto con favore lo storico accordo tra il Regno Unito e la Repubblica di Mauritius sul futuro del territorio britannico dell’Oceano Indiano – in particolare dell’arcipelago delle Chagos”.
Londra ha accolto con la solita cautela l’attacco, così come la minaccia di dazi per aver sostenuto la Danimarca e aver inviato del personale militare in Groenlandia: Starmer sta cercando il punto di equilibrio tra l’alleanza indispensabile con gli Stati Uniti, infiocchettando ogni dichiarazione con qualche lusinga e riferimento alla “relazione speciale”, e il riavvicinamento, altrettanto indispensabile, all’Ue. Ma i trumpiani hanno detto fin dal primo momento che il Regno Unito avrebbe dovuto scegliere, ed è da un anno che arrivano attacchi virulenti alla leadership di Starmer (Elon Musk ha chiesto di cacciarlo e di fare nuove elezioni). Il premier britannico para alcuni colpi e ne prende molti altri, perché nessuno viene risparmiato da Trump, tanto meno se si mostra conciliante, e perché Starmer sta cedendo, come molti altri europei, su un altro fronte, quello cinese. Oggi il suo governo ha approvato la costruzione della più grande ambasciata della Cina in Europa, che sarà nella Royal Mint Court, l’ex Zecca britannica acquistata da Pechino nel 2018, nel cuore della City, e che era contestata da molti, dai parlamentari ai sostenitori di Hong Kong a chi ci abita vicino e, soprattutto, da chi si occupa di sicurezza nazionale e dice che diventerà un covo di spie. Starmer, soffocato come tutti gli europei tra minacce russe e americane, s’inabissa nel cosiddetto “dilemma cinese”: a fine mese sarà a Pechino e Shanghai: era dal 2018 che un premier britannico non andava in Cina.
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