Occhi su Kyiv

Se Trump vuole respingere i russi, non gli serve la Groenlandia, gli basta far vincere l'Ucraina

Paola Peduzzi

Con le sue mire espansionistiche, il presidente americano distrae l’Europa dall’unico fronte decisivo: fermare il Cremlino senza distruggere la Nato

Intestardendosi su una guerra non necessaria – quella di annessione o acquisto della Groenlandia – Donald Trump confonde e distrae gli europei dalla guerra che bisogna vincere, quella in Ucraina, contro Vladimir Putin. Il presidente americano riempie la rete di disegnini con le slitte dei cani, dice all”“uomo della Groenlandia” di scegliere tra l’America o tra Russia e Cina (volutamente omettendo la destinazione naturale: l’Europa), descrivendo così la presa dell’isola artica come una necessità strategica per difendersi da russi e cinesi – un obiettivo condiviso con l’Europa. Ma  poche ore dopo aver fatto ribadire dal suo vicepresidente antieuropeo J. D. Vance ai delegati della Danimarca e della Groenlandia che le mire americane non cambiano e non cambieranno, Trump svela il bluff: la pace non si fa in Ucraina, ha detto in un’intervista a Reuters, perché Volodymyr Zelensky non vuole. 

Non è Vladimir Putin che non vuole la pace, non è il presidente russo che bombarda indisturbato l’Ucraina con violenza crescente, che approfitta del fatto che gli ucraini, usciti dalle grazie dell’America, faticano a intercettare missili e droni russi, faticano a sistemare le centrali elettriche e sopravvivono esausti all’inverno più freddo dall’inizio della guerra (1.423 giorni), no, a non volere la pace è Zelensky, il presidente ucraino che ha detto sì al cessate il fuoco per primo (e l’unico). Trump mente sapendo di mentire, continua  a (far finta di) fidarsi delle parole di Putin, quotidianamente smentite dai bombardamenti contro gli ucraini, ma incornicia le sue mire espansionistiche nei confronti della Groenlandia come una lotta all’espansionismo russo e cinese. Anche questa è una bugia: se il presidente americano volesse fermare davvero la Russia dall’invadere la Groenlandia, dovrebbe armare l’Ucraina, che la Russia ha già invaso. Un modo per fermare l’espansionismo russo esiste da quattro anni, ed è ben noto a tutti, così come è noto il fatto che per difendere un territorio della Nato da aggressioni esterne è sufficiente aumentare la presenza della Nato su quel territorio, che nella fattispecie della Groenlandia è quel che la Danimarca propone di fare da quando l’aggressività trumpiana è diventata tanto esplicita (c’è un altro cortocircuito dialettico quasi comico: chi, negli Stati Uniti, da quattro anni dice che l’espansionismo russo non è un problema, che l’attacco all’Ucraina è colpa dell’occidente, ora dice che l’America dovrebbe annettere la Groenlandia per contrastare l’espansionismo russo).

Come sempre con Trump, i collegamenti e i vantaggi si trovano guardando gli affari. Un esempio: Ronald Lauder, il tycoon della cosmesi che passa alla storia come quello che gli mise in testa l’idea di acquistare la Groenlandia, ha ottenuto la gestione del più grande giacimento di litio dell’Ucraina, a Dobraya, nella regione di Kirovohrad.  Ma gli affari non spiegano tutto, soprattutto non spiegano come pensi Trump di rendere l’America più grande – e l’emisfero occidentale suo – se nel frattempo sfascia la Nato. L’Amministrazione Trump sostiene che l’Alleanza sia alle sue dipendenza perché senza l’America non funziona bene, e certamente sappiamo che c’è della verità in questa dichiarazione, per quanto venga utilizzata come una clava sul funzionamento e l’efficacia stessi della Nato. Però anche per gli Stati Uniti e per la sua proiezione di grandezza nel mondo – non un’America poliziotto, ma un’America potente – perdere la Nato sarebbe un disastro. Le basi e le infrastrutture logistiche dell’Alleanza in Europa sono cruciali per la potenza americana, e per capirlo basta pensare a  quali costi dovrebbe sopportare l’America se si ritrovasse al di fuori, e per sua volontà, dalla Nato. Branislav Slantchev, professore di Scienze politiche all’Università della California a San Diego, ha scritto su X rivolgendosi, sfrontato, a chi dice che gli Stati Uniti non hanno bisogno della Nato: “Conviene verificare  quanto ci costerebbe gestire tutte le lacune nella difesa dell’Atlantico e dell’Artico e dobbiamo spiegare dove costruiremo porti e basi sostitutivi se vogliamo mantenere un punto d’appoggio in medio oriente. Forse pensate che gli Stati Uniti teletrasportino magicamente intere brigate a migliaia di chilometri di distanza o che le portaerei possano semplicemente fluttuare per anni da sole”, ma se “pensavate che l’America stesse spendendo ‘troppo’ per la difesa a causa della Nato, aspettate solo di scoprire quanto dovremmo spendere senza la Nato per mantenere anche solo una frazione della nostra influenza globale”. 

A guadagnarci sarebbe proprio la Russia, una ragione in più per combatterla dove già ha scatenato la sua violenza espansionista, nell’Ucraina che resiste, anche mentre Trump si e ci distrae spezzettando l’occidente e contando di salvarsi soltanto lui.

  

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi