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L'analisi
Per riavvicinarsi all'Ue, Londra deve firmare la “clausola Farage”
L'Unione europea ha già pagato la Brexit con un fondo da 5,4 miliardi e vuole evitare un bis: se Londra si sfilasse dall’intesa sul pacchetto di riavvicinamento allora dovrà coprire i costi per riattivare controlli, infrastrutture e personale alle frontiere
E’ stata ribattezzata “clausola Farage” la nuova postilla negoziale che l’Unione europea vuole inserire nel negoziato con il Regno Unito sul “reset” post Brexit. Secondo la ricostruzione del Financial Times, se una delle due parti in futuro dovesse tirarsi indietro dall’intesa che dovrebbe alleggerire i controlli su cibo, animali e così via, sarebbe tenuta a coprire di tasca propria tutti i costi necessari a ripristinare i controlli doganali, le rispettive infrastrutture e il personale alle frontiere.
Da quando il Regno Unito ha lasciato il mercato unico, l’attraversamento della Manica è tornato a essere pieno di certificati, controlli e burocrazia sanitaria e fitosanitaria. Londra e Bruxelles hanno allora iniziato a trattare un pacchetto di riavvicinamento e di “reset” dei rapporti, come promesso dal premier laburista Keir Starmer. Uno dei principali capitoli dell’intesa è quello di raggiungere un accordo veterinario e sanitario (Sps) per ridurre o eliminare una parte dei controlli introdotti dopo la Brexit sul commercio agroalimentare. Un patto del genere permetterebbe di ridurre drasticamente gli ostacoli per gli esportatori britannici ed europei di prodotti alimentari, animali vivi e piante, allineando gli standard sanitari del Regno Unito a quelli comunitari.
I negoziati formali sul capitolo Sps dovrebbero entrare nel vivo questo mese, ma già si preannunciano complessi e lunghi. Nel pacchetto del “reset”, dopo Natale è stato sbloccato anche il ritorno britannico in Erasmus dal 2027. Sul clima, intanto, Ue e Regno Unito avvieranno la prossima settimana i colloqui per collegare i rispettivi Ets (Emissions trading system) per attenuare l’impatto della carbon tariff europea (Cbam) sui prodotti britannici.
In cambio l’Ue chiede un allineamento “dinamico”, secondo cui Londra sarebbe tenuta ad adottare automaticamente anche le future regole europee su materie veterinarie, alimentari e fitosanitarie. Per i brexiteer questa è un’eresia. Sia i conservatori sia il partito Reform Uk di Farage hanno già promesso di cancellare qualsiasi intesa che imponga vincoli simili, sostenendo che verrebbe persa l’indipendenza giuridica riconquistata con la Brexit. Farage ha risposto che “nessun Parlamento può vincolare il successivo. Noi non onoreremo alcuna clausola e se Starmer firmerà questo accordo, sarà un oltraggio alla democrazia”. Negli ambienti conservatori c’è chi parla apertamente di “ricatto” da parte di Bruxelles. Ma, come ricostruito dal Guardian, Downing Street ha minimizzato la questione sottolineando la reciprocità del meccanismo: “Sono normali clausole legali contenute in qualsiasi accordo commerciale internazionale”.
Ma l’Ue, che la Brexit l’ha già pagata, vuole evitare il bis. Nel 2020 Bruxelles istituì un Fondo di adeguamento alla Brexit da 5,4 miliardi di euro per aiutare gli stati membri a gestire l’impatto dei nuovi controlli doganali. Quei soldi sono serviti, per esempio, a reclutare centinaia di doganieri e veterinari e a costruire infrastrutture di frontiera dove non ce n’era più bisogno dal 1993. Per esempio l’Irlanda ha ricevuto 920 milioni, e i Paesi Bassi oltre 800 milioni, proprio per prepararsi al ritorno di posti di controllo e ispezioni sanitarie nei porti.
Come commentato al Guardian da Anand Menon, direttore del think tank UK in a Changing Europe, “non c’è da sorprendersi se l’Ue stia giocando duro, è perché ha capito che è Londra ad aver più bisogno di questi accordi rispetto a Bruxelles”. Questa garanzia aggiuntiva, la “clausola Farage”, nasce proprio per scongiurare il rischio che l’Ue debba rimetterci qualora un futuro governo britannico decidesse di rompere l’intesa. Le prossime elezioni britanniche sono previste nel 2029, e un nuovo governo potrebbe essere guidato proprio dal leader di Reform Uk, Nigel Farage, che nei sondaggi nazionali di inizio gennaio 2026 oscilla, a seconda dell’istituto, dal 24 al 33 per cento, sempre come primo partito.
Proprio perché negli ultimi anni il voto popolare nel Regno Unito è stato usato come un grimaldello per riaprire continuamente i negoziati, Bruxelles ha deciso di cautelarsi chiedendo solide garanzie. In sostanza, la Commissione vuole prezzare l’elevata volatilità della politica britannica un po’ come i mercati finanziari pretendono interessi più alti quando aumenta il rischio. Ciò che ancora bisogna capire è se l’Ue ha la forza negoziale per permetterselo.