LaPresse
Editoriali
Il record del surplus commerciale cinese è anche un messaggio di autonomia a Trump
L’idea che la Cina possa sostituire importazioni, sostenere l’occupazione industriale e ridurre la dipendenza dall’estero resta centrale nella strategia di Xi Jinping. E l'incontro con il premier canadese Carney ne è la prova
Ieri la Cina ha annunciato un surplus commerciale da 1,19 trilioni di dollari nel 2025, il più alto mai registrato a livello globale. Un record che arriva nonostante i dazi imposti dall’Amministrazione Trump e che in qualche modo serve a certificare non solo la tenuta ma anche il rapido adattamento delle politiche economiche della leadership autoritaria di Pechino. E infatti il dato è soprattutto politico, perché la riduzione del surplus con l’America in questi mesi non ha indebolito quello complessivo, perché le esportazioni sono state dirottate verso altri mercati, dal sud-est asiatico all’Africa, dall’America Latina all’Ue. La Cina vuole dimostrare di poter reggere una guerra commerciale prolungata e di saper aggirare i vincoli, anche attraverso catene di fornitura regionali e triangolazioni.
Ma in una fase di domanda interna particolarmente debole, con l’incombente crisi immobiliare, la deflazione e la bassa natalità, certi numeri servono anche a rafforzare la narrativa ufficiale sulla autosufficienza economica. L’idea che la Cina possa sostituire importazioni, sostenere l’occupazione industriale e ridurre la dipendenza dall’estero resta centrale nella strategia di Xi Jinping, ed è stata ribadita nelle linee guida del piano economico fino al 2030. Ed è in questo contesto globale che ieri è iniziata la visita del primo ministro canadese Mark Carney, la prima di un leader di Ottawa dopo quasi un decennio e soprattutto dopo la crisi diplomatica seguita all’arresto di Meng Wanzhou e alla detenzione dei due cittadini canadesi in Cina: Xi Jinping accoglie Carney da una posizione di forza, con un messaggio chiaro: fare affari con noi conviene in ogni caso. Sempre ieri, forse non a caso, è arrivato un altro messaggio da Pechino: secondo Reuters la leadership sta scoraggiare le aziende interne a usare software di cybersicurezza statunitensi e israeliani ufficialmente per ragioni di sicurezza nazionale. Ma è anche parte di una strategia di autonomia tecnologica che mira a ridurre le vulnerabilità politiche e industriali, anche a costo di sacrifici nel breve periodo.
I cani, le slitte, i russi, i cinesi
I danesi inviano truppe nella Groenlandia ambita da Trump
le prospettive