Le immagini satellitari dell'aeroporto di Niamey (foto per gentile concessione di @casusbellii)

traffici e sicurezza

A Niamey, i militari italiani a poche centinaia di metri dall'uranio trafficato dai russi

Luca Gambardella

Nuove immagini satellitari confermano l'indagine del Foglio sul ponte aereo illegale che porta la yellowcake dal Niger alla Russia. La francese Orano rinnova le sue proteste 

Nuove immagini satellitari dell’aeroporto nigerino di Niamey confermano quanto anticipato in esclusiva dal Foglio il mese scorso, ovvero che mille tonnellate di uranio sono stoccate lì per essere trasportate in modo illegale per via aerea in Russia. A poche centinaia di metri da dove il materiale è parcheggiato, sono accasermati i circa 300 militari italiani della missione Misin, l’unica forza armata occidentale presente nel paese e che si occupa di addestrare le Forze armate nigerine.  

La pericolosità dell’uranio e il fatto che Niamey sia circondata da regioni infestate dagli estremisti affiliati ad al Qaida e allo Stato islamico rendono il deposito di uranio un fattore di pericolo anche per i nostri uomini. Fonti del Foglio riferiscono che però che la situazione è sotto controllo, che il contingente italiano alla Base 101 di Niamey, inglobata nell’Aeroporto Diori Hamani, monitora la situazione e che sono stati prese tutte le misure del caso per garantirne la sicurezza. 

Il ponte aereo per il trasporto dell’uranio dal Niger alla Russia va avanti ormai da quasi due mesi. Il materiale è conservato in uno stadio intermedio,  definito in gergo “yellowcake”, che per essere  usato come combustibile nucleare necessita di ulteriori raffinazioni. Il trasporto avviene solitamente proprio quando l’uranio è in questo stadio, perché disperde radiazioni più basse e il viaggio è più sicuro e meno costoso. Tuttavia, resta una sostanza da maneggiare con estrema cura. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) dà disposizioni precise per autorizzarne il trasporto e occorre un via libera ufficiale dell’agenzia delle Nazioni Unite, via libera che i russi non possono avere per due motivi. Il primo è che gli aerei usati da Mosca per spostare l’uranio dal Niger appartengono al ministero della Difesa russo e sono sottoposti a sanzioni internazionali in seguito alla guerra in Ucraina. Il secondo motivo per cui il trasporto dell’uranio in Russia è illegale è che la proprietà del materiale estratto alla miniera Somair di Arlit, nel nord del paese, è rivendicata dalla francese Orano. Nel 2024, la giunta golpista del Niger ha nazionalizzato il ricco settore estrattivo proprio a scapito dei francesi, attivi da anni nel paese. Così, alla fine del 2025, le autorità di Niamey hanno venduto circa mille tonnellate di uranio alla compagnia russa Rosatom. Un accordo contestato dai francesi: “Avendo perso il controllo operativo delle sue miniere in Niger dal dicembre 2024, non disponiamo di informazioni ufficiali sulla quantità di uranio trasportata, sulla sua destinazione finale o sulle condizioni di sicurezza in cui è stato effettuato il trasporto”, fanno sapere al Foglio da Orano. “Il tribunale arbitrale aveva ordinato al Niger di ‘non vendere, trasferire o anche solo facilitare il trasferimento a terzi dell’uranio prodotto da Somair’, ritenuto in violazione dei diritti di Orano. Difenderemo con fermezza i nostri interessi con ogni azione necessaria”, recita una mail inviata dalla compagnia francese.


Della presenza dell’uranio alla base di Niamey c’erano pochi dubbi da tempo. Il sistema satellitare Copernicus mostrava chiaramente la colonna di camion che aveva trasportato la yellowcake da Arlit parcheggiata sul lato occidentale dell’aeroporto. Mentre si sospettava che il viaggio verso la Russia sarebbe proseguito via mare dopo un pericoloso viaggio via terra fino in Togo, lo scorso dicembre una fonte informata che  preferiva restare anonima data la sensibilità dell’argomento aveva informato questo giornale che invece il materiale stava lasciando il paese per via aerea. Un Antonov An-124 con codice di registrazione RA-82037 avrebbe fatto diverse volte scalo a Niamey a partire dall’inizio di dicembre per caricare la yellowcake e facendo la spola tra il Niger e la Russia, con scali documentati in Libia, nella base russa di al Khadim, e in Siria, in quella di Hmeimim. Tracciare i voli di questi giganti dei cieli sopra il Sahel è molto difficile perché i russi spengono sempre il proprio sistema satellitare Ais, lasciando identificabili solo brevi tratti. Quei pochi che erano consultabili sulla piattaforma Flight Radar e relativi a RA-82037 erano compatibili con degli scali a Niamey. Martedì, un esperto di Osint che lavora con lo pseudonimo di Casus Belli ha pubblicato su X nuove foto satellitari che confermano la ricostruzione del Foglio. Da un’immagine dell’aeroporto scattata lo scorso 10  gennaio e che Casus Belli ci ha autorizzato a pubblicare si vede che la vecchia colonna di camion è diminuita mentre un altro deposito, più a est, si è via via riempito di altri camion molto simili a quelli fotografati in queste settimane e appartenenti al convoglio che trasportava l’uranio. Inoltre, si mostrano a terra due aerei cargo russi, per la precisione due Ilyushin II 76, il cui coinvolgimento nello spostamento dell’uranio non è però stato verificato dal Foglio.

 

Impossibile sapere quanti voli servano ancora ai russi per completare l’operazione. Nel 2008, gli americani trasferirono circa 550 tonnellate di yellowcake dall’Iraq al Canada con un ponte aereo di 37 voli effettuati da Boeing C-17 Globemaster III, che però hanno una portata molto inferiore rispetto agli An-124 russi (77,5 tonnellate contro le 150 dell’Antonov). All’epoca, l’intera operazione di trasporto dall’Iraq costò intorno ai 70 milioni di dollari. E’ plausibile che stavolta, nonostante l’uranio in questione sia circa il doppio, per i russi la soluzione aerea sia molto più conveniente di un viaggio più lungo via mare, con il rischio di essere intercettato lungo il tragitto dai gruppi jihadisti o di finire vittima di un qualsiasi tentativo di sabotaggio.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.