Una donna iraniana a una manifestazione pro-governativa a Teheran, il 12 gennaio 2026 (Morteza Nikoubazl/NurPhoto via Getty Images) 

Israele si prepara allo scontro. Valutazioni crude sul cambio di regime

Micol Flammini

Dopo i primi messaggi ai manifestanti e le minacce al regime, ora Gerusalemme tace. Il potere di Khamenei è indebolito, ma Gerusalemme teme il dopo. L’ipotesi di un attacco americano e il rovesciamento di Teheran potrebbe rafforzare nazionalisti e Pasdaran, aprendo una nuova guerra sfavorevole agli interessi israeliani

Nei primi giorni delle proteste contro il regime iraniano, i leader politici di Israele avevano iniziato a mandare messaggi alla popolazione dell’Iran. Erano messaggi di solidarietà e di incitamento alla piazza, di minaccia nei confronti del regime. L’ex premier Naftali Bennet aveva registrato un video in cui girava una clessidra per dire alla Guida suprema e al suo sistema che avevano i giorni contati. Anche il Mossad, l’intelligence di Israele che è riuscita a infiltrarsi tanto in profondità dentro al territorio dell’Iran da fabbricarvi droni, aveva scritto un post in farsi per dire ai manifestanti: siamo dalla vostra parte. Poi è calato il silenzio. Nessuno in Israele commenta, parla, esorta. Tutto è quieto, le dichiarazioni si sono fermate e l’unica cosa certa è che, nel caso in cui gli Stati Uniti attaccassero pesantemente la Repubblica islamica, è difficile che Israele rimarrebbe lontano dalle ritorsioni di Teheran

  
A giugno dello scorso anno, dopo anni in cui il Mossad aveva lavorato in Iran, costruendo una rete vasta, mappando i nascondigli dei funzionari, tracciando i movimenti degli scienziati al lavoro sui siti nucleari, l’esercito di Israele aveva dato inizio alla Guerra dei dodici giorni. L’aviazione di Tsahal riuscì subito ad avere il dominio dei cieli iraniani, a colpire i siti usati per il lancio di missili e quelli nucleari. Israele eliminò chi per anni aveva lavorato al programma atomico, seguendo un principio semplice: è difficile distruggere completamente ogni centro per l’arricchimento dell’uranio, ogni centrifuga,  ma se viene eliminata la gente che ci lavora, il regime non saprà da dove ripartire. A oggi, infatti, il regime non è ripartito. Difendersi dalla risposta di Teheran però non è stato semplice per Israele, ci sono state vittime, e non si sa quanto in sette mesi il paese sia riuscito a recuperare le sue difese antimissilistiche. Per riprendere una guerra contro l’Iran, forse Israele avrebbe bisogno di più tempo, ma questo è un momento particolare, il regime è schiacciato dalla crisi economica, indebolito dalla Guerra dei dodici giorni, delegittimato dalle proteste in strada, quindi non saranno gli israeliani a fermare il presidente americano Donald Trump dalla decisione di un eventuale attacco. L’esercito israeliano è in allerta, è stata data anche agli ospedali l’istruzione di prepararsi

    
Israele non è contrario a colpire la Repubblica islamica, ma non crede sia il momento del cambio di regime. Il silenzio degli israeliani è spiegato anche da un timore ben radicato nello stato ebraico che coincide con la paura del dopo. Quello di Khamenei è un regime fallito, per nulla intenzionato a stringere un patto sul nucleare iraniano, quindi destinato a impoverirsi sempre di più e impegnarsi con ogni sforzo nella sua sopravvivenza. Il caos che può seguire un attacco potrebbe determinare l’intervento diretto del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. Un cambio di regime con la piazza che diventa capace di rovesciare Khamenei potrebbe concludersi con l’arrivo al potere di nazionalisti e non di moderati. Si tratta di valutazioni e Israele è consapevole che un attacco americano potrebbe comportare una nuova guerra e che un cambio di regime a Teheran potrebbe non coincidere con i suoi interessi.

   

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)