Foto Epa, via Ansa
l'analisi
Un disegno imperiale. La guerra di Putin non finirebbe a Kyiv
Altri possibili fronti, soprattutto dopo lo smantellamento della Nato avviato da Trump. La necessità di vedere le cose in una prospettiva strategica
Se ci si ricorda la storia come la imparavamo al liceo non possiamo non osservare che si trattava di epopee secolari di imperi che emergevano dalle nebbie, per occupare il ruolo di protagonista sul palcoscenico, per poi essere a loro volta rimpiazzati da un nuovo impero sbucato da altre nebbie. Poca attenzione, se non per fatti episodici, veniva riservata a specifici capitoli, se non per rilevarne la coerenza con un più ampio disegno che il distanziamento storico ha permesso di porre in una prospettiva comprensibile, secondo criteri di razionalità che oggi ai nostri occhi appaiono perfettamente consequenziali.
E’ accaduto così per Roma, fin dagli inizi. Qualcuno può ragionevolmente sostenere che i vari episodi che hanno visto contrapposti gli eredi di Romolo alle popolazioni etrusche insediate nell’Alto Lazio fossero vissute dai protagonisti come capitoli di una sequenza storica che avrebbe portato a Traiano, a un impero di circa 5 milioni di kmq? E’ certamente vero che l’enorme vastità del mondo, come allora veniva percepito, dettava le prospettive, ma è altrettanto vero che solo con l’epopea delle guerre puniche la proiezione imperiale divenne consapevolezza sufficientemente diffusa, consapevolezza peraltro non unanimemente condivisa se non dagli attori maggiori, coloro che erano dotati di una visione, mentre per la maggioranza si trattava di singoli episodi, motivati da ragioni contingenti, spesso tra loro non coerenti.
Ma la volontà imperiale di qualche specifica personalità, vista nella prospettiva storica di lungo termine, oggi ci appare indiscutibile: Alessandro Magno voleva oggettivamente creare un dominio sulla gran parte del mondo conosciuto, su cui esercitare un potere autocratico, ma quanti capirono all’epoca il suo disegno? Un suo primo obiettivo fu Dario, ma quanti si illusero che sconfitta la Persia si sarebbe fermato? Invece continuò la sua spinta verso l’India, i cui reggitori locali si pensavano sostanzialmente sicuri.
Napoleone avviò le campagne d’Italia con scopi apparentemente limitati, conseguiti i quali in molti pensavano si sarebbe fermato, dopo avere sostanzialmente ridimensionato il ruolo di Vienna nella regione. Ma lui aveva un’idea più grande, così grande che nessuno avrebbe ritenuto possibile concepirla. Per fermarlo furono necessari la Beresina e Waterloo. Se il suo disegno fosse stato intuito dopo Magenta, forse avrebbe potuto essere fermato prima; risparmiando qualche centinaio di migliaia di morti, mentre i princìpi maturati a partire dalla Rivoluzione francese (e pochi anni prima dalla ribellione delle colonie americane al dominio di Londra) si sarebbero comunque diffusi, per quei fenomeni di inarrestabile osmosi sociale che caratterizzano l’evoluzione culturale.
Queste osservazioni dovrebbero farci riflettere sulla nostra capacità di vedere oggi le vicende della politica internazionale in una prospettiva strategica, senza una miope focalizzazione su vicende contingenti, facili da analizzare e commentare, soprattutto se viste con le lenti deformanti di una partigianeria più o meno interessata, ma che impedisce di vedere i grandi disegni imperiali perseguiti da alcuni leader. La conseguenza è l’incapacità di impostare e perseguire politiche che pongano limiti credibili alle ambizioni di dominio che talune personalità possono nutrire allo scopo di passare alla storia.
Si tratta di disegni che oggi trovano strumenti sconosciuti nel passato. Fino all’inizio degli anni 20 del secolo scorso la forza militare, sia applicata sia minacciata, era lo strumento insostituibile per affermare, se non il dominio, quanto meno il controllo di un territorio e delle relative popolazioni, indirizzando le reazioni politiche, con tutte le relative conseguenze economiche, nella direzione desiderata dalla potenza dominante.
Dalla Prima guerra mondiale in poi gli scenari hanno visto l’irruzione degli aspetti politico-ideologici che da un lato hanno condizionato e permesso la strumentalizzazione delle masse (fino a quel momento apparentemente ininfluenti), dall’altro hanno aperto la strada alla progressiva crescita dell’importanza dei mezzi di comunicazione di massa come strumento per plasmare e indirizzare il sentire delle opinioni pubbliche e quindi delle classi dirigenti che finalmente a tali opinioni pubbliche dovevano rispondere, magari strumentalizzandole.
Ecco dunque nascere le grandi promesse: leader con una propria visione del destino cui si sentivano chiamati che sono riusciti, e riescono tuttora, a guadagnare consensi che consentono loro di perseguire i propri disegni, manipolando fatti e situazioni di cui però sono in pochi a percepire la valenza strategica, perché focalizzati sul momento particolare e sulla questione specifica in discussione.
E’ invece necessario, a livello delle opinioni pubbliche, avere la consapevolezza del fatto che il problema contingente non è il destino di Pokrovs’k o a chi sia diretto il carico di petrolio venezuelano della Marinera, che peraltro dalle foto in circolazione appare scarica, su cui però viene consapevolmente indirizzato l’interesse di chi legge, o guarda la tv, o si perde nei meandri dei social. L’attenzione dovrebbe essere invece indirizzata al disegno perseguito dagli autocrati di turno, i quali, peraltro, raramente hanno nascosto e nascondono il loro grande disegno strategico.
Putin il suo lo ha inequivocabilmente espresso a partire dall’ormai famoso discorso tenuto alla conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2007. E l’ha chiaramente ed esplicitamente ribadito più volte, nei suoi interventi e nei suoi scritti, fino al novembre del 2021, quando indirizzò alla Nato e agli Stati Uniti due proposte di accordo, assolutamente coerenti fra di loro, in cui proponeva, o meglio chiedeva, che la situazione politica e militare in Europa tornasse a quella del 1997, con un abbandono dei paesi che avevano liberamente scelto di far parte del mondo occidentale al loro destino di satelliti di Mosca.
Questa pretesa venne ovviamente respinta al mittente, ma non sfuggì a qualche analista che il fatto potesse essere interpretato come la preparazione di un alibi, come purtroppo poi confermato dall’avvio della “operazione speciale”, l’aggressione all’Ucraina.
Si tratta dunque di una operazione perfettamente in linea con l’intendimento strategico di Putin, che vorrebbe porre rimedio al crollo dell’Unione Sovietica, da lui stesso definita come il più grande disastro del XX secolo. Coloro che osservassero queste vicende con l’occhio del breve periodo, possono quindi illudersi che l’episodio Ucraina sia un elemento a sé stante, archiviato il quale si potrebbe riavviare un rapporto non conflittuale con Mosca, con la ripresa di vantaggiose relazioni commerciali. Ma se ci si astrae dall’immediato e si osserva il processo storico in una prospettiva di lungo termine, ci si rende conto che la caduta di Kyiv sarebbe solo un passo nel processo della realizzazione del disegno imperiale di Putin, da lui stesso espressamente dichiarato.
I primi obiettivi sarebbero ovviamente i paesi che facevano parte dell’Urss, a partire dalla Moldavia, dove si ripropone lo schema del Donbass, con la regione della Transnistria autoproclamatasi repubblica indipendente, forte di una consistente guarnigione russa.
A temere sono anche le repubbliche baltiche, Estonia, Lettonia e Lituania, dove vivono consistenti minoranze linguistiche russofone: si tratta di paesi che dalla fine del XVIII secolo facevano parte dell’impero zarista, che guadagnarono l’indipendenza nel 1918 e vennero annesse all’Urss nel 1940, in base al protocollo segreto del patto Molotov- Ribbentrop. Come si può facilmente intuire, ci sono tutti gli ingredienti per consentire a Putin di avviare una nuova “operazione speciale”, soprattutto dopo lo smantellamento della Nato avviato da Trump. Dal punto di vista militare, in assenza di un intervento statunitense nel quadro dell’art. 5 del Trattato, alle forze di Mosca basterebbe bloccare il varco di Suwalki, confine tra Polonia e Lituania, 65 km stretti tra l’exclave russa di Kaliningrad e la Bielorussia; così facendo si impedirebbe l’afflusso di rinforzi di terra verso i Baltici, le cui forze non sono sicuramente in grado di opporre una efficace resistenza.
Per i paesi che facevano parte del Patto di Varsavia, per i quali non è possibile addurre pretesti etnico-linguistici, la strategia di Mosca è già in atto, con capillari campagne di disinformazione sul leit motiv del “Caro lei, quando c’era lui…”, che hanno già dato risultati significativi in Ungheria, Romania, Slovacchia e perfino in Polonia e in Cechia e che stanno gradualmente plasmando le opinioni pubbliche anche in altri paesi europei, come il nostro.
Detto così, per sommi capi, tutto ciò potrebbe apparire una fantasia da Risiko, non foss’altro perché questo disegno sembra richiedere risorse militari di alta qualità che la Russia non sembra avere dimostrato di possedere, ma nell’ipotesi, purtroppo non irrealistica, di un disimpegno Usa dall’Europa, non servono certamente eclatanti operazioni militari, né truppe d’occupazione: basta sapientemente operare nel dominio cognitivo, con pazienza e determinazione, come Mosca ha dimostrato di saper fare, con l’obiettivo di creare una sfera di influenza che inglobi le risorse tecnologiche e industriali di cui ha un evidente bisogno.
Vincenzo Camporini
ex capo di stato maggiore della Aeronautica militare e della Difesa
L'editoriale dell'Elefantino