Crypto Teheran

La valuta digitale va meglio del rial. Dentro il “sistema ombra” iraniano per aggirare le sanzioni

Priscilla Ruggiero

Così il regime delle Guardie rivoluzionarie ha affinato la sua tecnica per eludere le sanzioni attraverso le criptovalute, finanziare le milizie alleate e vendere armi. Dal 2023 Teheran ha utilizzato due piattaforme di scambio di criptovalute registrate nel Regno Unito per spostare circa un miliardo di dollari in tre anni. Un report

Quando a fine dicembre la moneta iraniana, il rial, è crollata dando inizio alle più grandi proteste di piazza in Iran dal settembre 2022, molti iraniani hanno cercato una soluzione finanziaria nei bitcoin, la valuta digitale che funziona al di fuori dei sistemi monetari nazionali. Il regime degli ayatollah si è più volte mostrato contrario alle criptovalute, e soltanto un anno fa aveva bloccato i pagamenti in rial su tutte le piattaforme di scambio di monete digitali per impedire che il valore della valuta nazionale crollasse ulteriormente. Nonostante le misure di facciata, il regime stesso utilizza le criptovalute per aggirare le sanzioni: un report pubblicato venerdì dal TRM Labs, una società specializzata in indagini sulle criptovalute, mostra come dal 2023 le forze di sicurezza iraniane abbiano utilizzato due piattaforme di scambio di criptovalute registrate nel Regno Unito per spostare circa un miliardo di dollari in tre anni. Soltanto lo scorso settembre il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti aveva imposto sanzioni a persone legate alle Guardie rivoluzionarie iraniane per aver gestito una rete di “sistema bancario ombra” che utilizzava le criptovalute per elaborare pagamenti per conto di Teheran. Anche in Libano, la crisi del 2019 e l’inflazione hanno fatto sì che si ampliasse l’utilizzo delle criptovalute per aggirare i controlli bancari.

 

Secondo il Crypto crime report di Chainalysis, il 2025 ha visto “volumi senza precedenti associati alle attività registrate sulla blockchain (la tecnologia alla base delle criptovalute, ndr) degli stati nazionali”, come per esempio la Russia, che nel 2024 ha introdotto una legge per facilitare l’elusione delle sanzioni tramite criptovalute, e nel febbraio 2025 ha lanciato il suo token A7A5 garantito dal rublo, con transazioni per oltre 93,3 miliardi di dollari in meno di un anno. Anche le reti proxy dell’Iran hanno continuato a facilitare il riciclaggio di denaro, la vendita illecita di petrolio e l’approvvigionamento di armi e materie prime sulla blockchain per un valore di oltre 2 miliardi di dollari. “Le organizzazioni terroristiche allineate all’Iran, tra cui Hezbollah, Hamas e gli Houthi, stanno utilizzando le criptovalute su una scala mai osservata prima, nonostante le varie battute d’arresto militari”, scrive l’azienda di analisi crypto. Secondo lo studio del TRM Labs, che fa parte del 2026 Crypto Crime Report, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) “ha dimostrato un nuovo livello di sofisticatezza nell’uso delle criptovalute”, e le transazioni alle due società crypto con sede nel Regno Unito, Zedcex e Zedxion, collegate entrambe all’Irgc, hanno rappresentato il 56 per cento del volume delle società tra il 2023 e il 2025, con un picco dell’87 per cento nel 2024: “Circa 24 milioni di dollari nel 2023, 619 milioni di dollari nel 2024 e 410 milioni di dollari nel 2025”.

 

La stragrande maggioranza delle transazioni dell’Irgc è stata effettuata tramite la popolare “stablecoin” Tether sulla blockchain Tron, e una figura chiave di questa “rete ombra” è Babak Zanjani, uno dei più noti finanziatori iraniani nell’elusione delle sanzioni, già sanzionato per aver riciclato miliardi di dollari di proventi del petrolio per conto di entità del regime, tra cui lo stesso Irgc. “Il suo coinvolgimento diretto nella struttura societaria che si cela dietro Zedcex dimostra che non si tratta di un uso opportunistico delle criptovalute, ma della continuazione di una rete finanziaria statale consolidata, che si sta adattando a nuovi strumenti tecnologici”, scrive la società di analisi. Il report ha collegato la rete anche ad attività di finanziamento del terrorismo, “comprese transazioni dirette per oltre dieci milioni di dollari destinate a Sa’id Ahmad Muhammad al Jamal”, sanzionato da Washington per aver fornito supporto materiale all’Irgc e per aver gestito una rete di contrabbando che finanzia i ribelli Houthi in Yemen.

 

Tra gli utilizzi delle criptovalute da parte di Teheran c’è anche la vendita di armi, tra cui missili balistici, droni Shahed, navi da guerra e sistemi di difesa aerea: secondo alcuni documenti visionati dal Financial Times, il centro per l’esportazione del ministero della Difesa iraniano, noto come Mindex, ha dichiarato “di essere pronto a negoziare contratti militari che consentano il pagamento in valute digitali”, anche tramite accordi di baratto e rial iraniani. “L’offerta”, scrive il quotidiano britannico, è stata introdotta lo scorso anno e “sembra rappresentare uno dei primi casi noti in cui uno stato nazionale ha pubblicamente indicato la propria disponibilità ad accettare criptovalute come pagamento per l’esportazione di hardware militari strategici”.

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