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l'editoriale del direttore

Il no dell'Italia a Trump sulla Groenlandia e il tentativo di mediazione: più Nato nell'Artico

Claudio Cerasa

La difesa dell'isola è un test sull’Unione europea, sulla Nato ma anche sulla leadership di Meloni. Avere un pontiere come la premier italiana potrebbe essere utile, sempre che quel pontiere esista non solo sulla carta ma anche nei fatti

L’arte dell’incoerenza, nella grammatica trumpiana, è una caratteristica purtroppo rara, come le famose terre, e se c’è una lezione che merita di essere compresa dai primi dodici mesi del trumpismo è che quando Trump minaccia di fare qualcosa, qualunque cosa essa sia, va preso maledettamente sul serio, specie quando le minacce appaiono essere un mix tra follia politica e istrionico machiavellismo. Ieri, da questo punto di vista, per l’Europa è stato un giorno importante, almeno sulla carta, e non solo su quella geografica, e per la prima volta da quando Trump è tornato alla Casa Bianca i principali paesi dell’Unione europea, prendendo sul serio la minaccia reiterata del presidente americano di voler annettere la Groenlandia, hanno messo in campo una versione costruttiva del mitico Nimby: not in my back yard. Trump, da mesi, nei confronti dell’Europa, ha messo in campo il peggio e il meglio del suo arsenale, non solo retorico, e nel giro di un anno ha minacciato l’Unione europea in modo decisamente netto e creativo. Prima, definendo gli europei dei parassiti. In seguito, promettendo di ritirare l’ombrello della protezione americana senza un adeguato investimento dei paesi europei nella Nato. Quindi smettendo di rifornire l’Ucraina di beni militari primari. E, non ultimo, intossicando l’economia europea a colpi di dazi e intossicando la politica europea promettendo massimo sostegno, come previsto dal documento sulla strategia di sicurezza nazionale, ai partiti euroscettici che gironzolano nel nostro continente. In nessuno di questi casi, l’Europa ha mai trovato la forza di trattare gli Stati Uniti come un paese da osservare più come un nuovo avversario che come un inossidabile alleato. E in questo senso hanno un peso notevole le poche parole vergate ieri nel comunicato, firmato, oltre che dall’Italia, anche dalla Germania, dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dalla Polonia, dalla Spagna, dalla Danimarca. Queste in particolare: “La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere sulle questioni che riguardano la Danimarca e la Groenlandia”.

E ancora: “La sicurezza nell’Artico deve quindi essere garantita collettivamente, insieme agli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti, nel rispetto dei princìpi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità delle frontiere. Questi sono principi universali e non smetteremo di difenderli”. La Groenlandia, per Trump, è un obiettivo facilmente spiegabile. Trump, che è desideroso di esercitare l’egemonia su tutto ciò che riguarda il continente americano – ricordate il Golfo del Messico divenuto Golfo d’America? – vuole mettere le mani sulla Groenlandia perché l’isola più grande del mondo è oggi, come si dice, il perno dell’Artico. Da lì si controllano rotte marine strategiche. Da lì si può rafforzare la deterrenza militare contro la Russia e la Cina. Da lì si può ottenere l’accesso a terre rare cruciali per la difesa e la tecnologia. E attraverso una forma di conquista della Groenlandia, Trump otterrebbe anche un altro risultato: umiliare l’Europa estendendo la propria egemonia su un territorio legato a uno stato membro dell’Ue dimostrando che la Nato, di cui la Danimarca fa parte, non può far nulla se l’aggressore in questione è il più importante paese membro della stessa Nato.

Per quanto possa apparire come una terra lontana, distante, remota, la Groenlandia, oggi, è uno dei test più importanti che vi siano in circolazione per misurare la capacità dei paesi dell’Ue a considerare la difesa dell’interesse europeo come un bene più importante rispetto all’interesse di avere un buon rapporto con gli Stati Uniti. E il test della Groenlandia, da questo punto di vista, è cruciale anche per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha firmato la dichiarazione di ieri, in difesa della sovranità della Groenlandia, producendo un effetto politico interessante: l’occidente deve restare unito, ma quando un leader dell’occidente minaccia l’Europa essere dalla parte dell’Europa è più importante di qualunque altra sfumatura. Un anno fa, durante la conferenza stampa di inizio anno, Meloni, rispondendo a una domanda proprio sulla Groenlandia, disse che si sarebbe sentita di “escludere che gli Stati Uniti nei prossimi anni si metteranno a tentare di annettere con la forza territori che interessano loro”. E aggiunse che dichiarazioni volte a considerare regioni come la Groenlandia prossime a essere conquistate dagli Stati Uniti “rientrano nel dibattito a distanza tra grandi potenze, un modo energico per dire che gli Stati Uniti non rimarranno a guardare di fronte alla previsione che altri grandi player globali muovono in zone che sono di interesse strategico”.

Un anno dopo, evidentemente, la consapevolezza è un’altra, anche Meloni ha compreso che persino la Groenlandia rischia di essere un test sulla forza dell’Unione europea e sulla sua capacità di reagire alle minacce del presente. E forse non solo su quello. Perché, come ha detto ieri il capo del governo danese, Mette Frederiksen, se Trump invadesse la Groenlandia, significherebbe molto semplicemente la fine della Nato. La premier Meloni, in cuor suo considera corretto iniziare a individuare nell’Artico un punto cruciale per la sicurezza mondiale, non adeguatamente tutelato, ma considera doveroso farlo dialogando con i paesi Nato, non litigando e alimentando conflitti, come sta facendo Trump. Ma d’altro canto, Meloni sa anche che la Groenlandia sarà un test, oltre che per l’Europa, anche per la sua leadership: autodefinirsi un pontiere con l’America senza riuscire a costruire ponti può funzionare quando si tratta solo di parole, ma può essere un disastro quando si inizia a parlare di fatti. Ieri un passo per scendere in campo, e schierarsi nella giusta metà campo, vi è stato, e sulla politica estera Meloni dimostra, alla fine, di essere spesso dalla parte della prudenza e del coraggio. Ora si tratterà di fare uno sforzo in più e cercare, dinanzi a Trump, di fare qualcosa che all’Italia è riuscita poco in questi mesi: provare a entrare in partita e finalmente toccare palla. Lo spartiacque, sulla Groenlandia, è evidente: considerare la difesa del territorio europeo inviolabile sia quando l’aggressore non virtuale risponda al nome di Putin sia quando l’aggressore potenziale risponda al nome di Trump. L'Italia, a quanto apprende il Foglio, cercherà di mediare per far sì che vi sia una maggiore presenza della Nato e degli Stati Uniti nell’Artico. Sulla carta, l’Europa che conta è unita. Nella pratica, per evitare che Trump sia coerente con le sue promesse, anche con quelle più pazze, avere un pontiere potrebbe essere utile. Sempre che quel pontiere esista non solo sulla carta ma anche nei fatti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.