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editoriali

No, il Venezuela non è Taiwan

Redazione

Perché il dibattito sulla “legittimazione” di un’invasione dell’isola non sta in piedi

Si è letto spesso negli ultimi due giorni che l’operazione militare americana che ha portato all’arresto del dittatore venezuelano Maduro potrebbe essere interpretata a Pechino come un via libera per l’aggressione contro l’isola de facto indipendente di Taiwan. Come se l’intervento americano durato poco più di due ore e chirurgico contro un leader illegittimo, considerato una minaccia alla sicurezza nazionale americana, potesse in qualche modo rendere, dal punto di vista cinese, meno condannabile un’invasione di una democrazia autonoma, con i suoi confini, informalmente indipendente e autoamministrata. La storia, l’esperienza e la ragione dicono che questa interpretazione è molto lontana dalla realtà, e serve solo a rafforzare le basi su cui si fonda la minaccia cinese.

Il primo punto da considerare è che negli ultimi quindici anni Pechino si è sempre mossa brandendo come una clava la Carta delle Nazioni Unite ma in realtà usandola per pressare, bullizzare, fare coercizione economica e militare contro Taiwan e i suoi cittadini. Non ha bisogno dunque di avere una “legittimazione” copia-incolla per usare la forza contro l’isola. Semmai, è vero l’esatto contrario. Washington si sta muovendo come Pechino: usando la propria forza (militare, commerciale) per difendere gli interessi nazionali. Semmai, uno spazio di legittimazione diplomatica Pechino l’ha avuto prima, con il molto meno commentato blocco navale che l’America ha fatto contro il Venezuela: nei giorni scorsi, quando la Cina ha compiuto 48 ore di operazioni navali producendo un blocco navale contro Taiwan, Trump ha praticamente ignorato la faccenda. Tutt’altro potrebbe accadere nel caso in cui, per esempio, la Cina decidesse di bloccare i cargo taiwanesi che trasportano gli Himars e gli armamenti venduti da Washington all’isola: gli alleati dell’America nell’Indo-Pacifico sono convinti che l’azione in Venezuela dimostri che America first significa difendere i propri interessi, anche molto lontano dai confini nazionali. Anche a Pechino sanno che Trump, se vuole, è disposto ad agire. E l’imprevedibilità è un ottimo deterrente.

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