Foto Epa, via Ansa
l'analisi
La guerra delle terre rare: perché Washington ha messo le mani sul Venezuela
L’operazione “Absolute Resolve” non è una guerra per il petrolio né per la democrazia: è una Opa armata su sottosuolo, dollaro e catene del valore del XXI secolo. E l’Europa rischia di restare a guardare
Chiamatela dottrina “Mendeleev-Monroe”. Il nuovo campo di battaglia geopolitico è nella tavola degli elementi: quello che è andato in scena con l’operazione “Absolute Resolve” è il battesimo del fuoco strategico e industriale della versione “Donroe” (un brutale chiasmo tra l’unilateralismo di Donald Trump e l’interventismo emisferico di James Monroe), codificata nella National Security Strategy rilasciata da Washington poche settimane fa.
Ma se ci fermiamo alla lettura geopolitica – l’espulsione di russi, iraniani e cinesi dal Sudamerica – non cogliamo il vero cuore della faccenda. Questa non è una nobile guerra per “esportare la democrazia”, e nemmeno (solo) per il controllo del petrolio. E’ un’acquisizione ostile della catena del valore globale delle terre rare. E’ una OPA totalitaria sulle materie prime che serviranno a costruire il resto del XXI secolo. E l’Europa, con il suo irenico Critical Raw Materials Act (CRMA) stretto in mano come un rosario laico, rischia di essere lo spettatore pagante – e perdente – di questo spettacolo.
Sgombriamo il campo dall’equivoco più comune. Gli analisti che parlano solo di “guerra del petrolio” guardano al dito e non alla luna. Certo, mettere in sicurezza le riserve provate più grandi del mondo (circa 300 miliardi di barili) è fondamentale per la stabilità del dollaro e del mercato dell’energia. In un mondo che minacciava di frammentarsi in valute rivali (lo spettro del “petroyuan”), Washington ha ribadito con le portaerei e i missili che l’energia si paga in biglietti verdi. Tuttavia, l’infrastruttura estrattiva statale PDVSA voluta da Maduro è al collasso: serviranno anni e decine di miliardi di investimenti per riportare l’output a livelli che possano influenzare strutturalmente il prezzo alla pompa nel breve termine.
Mentre i telegiornali si concentrano sulle immagini degli elicotteri statunitensi a Miraflores, a Houston gli ingegneri di Chevron, ExxonMobil e Valero stanno guardando fogli di calcolo con un misto di terrore ed eccitazione. L’operazione “Absolute Resolve” ha consegnato agli Stati Uniti le più grandi riserve del mondo, ma c’è un dettaglio che la retorica politica omette: il petrolio venezuelano non è lo “champagne” saudita che sgorga puro dalla sabbia. E’ una melassa densa, solforosa e piena di metalli. Per rendere questo “bitume di stato” un asset profittevole e non una passività miliardaria, serve la più grande operazione di ingegneria petrolifera del secolo. Ecco perché, tecnicamente e finanziariamente, questa è una partita che solo gli americani potevano giocare. La Faja Petrolífera del Orinoco non contiene petrolio nel senso convenzionale del termine. Contiene greggio extra-pesante e acido, con due caratteristiche che lo distinguono, la prima è la densità (API Gravity): la maggior parte del greggio venezuelano ha una gravità API inferiore a 10. In termini profani: è più pesante dell’acqua. A temperatura ambiente è quasi solido, simile all’asfalto stradale. Non fluisce nei tubi se non viene riscaldato o diluito. La seconda è il contenuto di zolfo e metalli: è ricco di zolfo (3-4 per cento) e metalli pesanti come vanadio e nichel. Questi elementi sono “veleno” per le raffinerie standard europee, perché corrodono gli impianti e disattivano i catalizzatori chimici usati nel cracking. Sotto la gestione Maduro/PDVSA, l’infrastruttura è collassata. Gli impianti di estrazione (i “cluters”) sono fermi per mancanza di ricambi elettrici. Gli “upgraders” (impianti di pre-raffinazione che trasformano il bitume in greggio sintetico esportabile) operano al 10-15% della capacità o sono cannibalizzati per pezzi di ricambio. L’industria venezuelana è in uno stato di arresto cardiaco.
Qui sta il cinico genio – o se volete la cruda necessità strategica – dell’operazione. Gli Stati Uniti sono i maggiori produttori al mondo di petrolio grazie allo shale oil (fracking), ma il greggio del Texas è leggerissimo e dolce (“light sweet”). Le raffinerie del Golfo del Messico, costruite decenni fa, sono invece configurate per processare greggio pesante. Fino a ieri, gli Stati Uniti esportavano il loro greggio leggero e dovevano importare greggio pesante (da Canada, Messico o Russia prima delle sanzioni) per far funzionare le loro complesse unità di Coking. Il Venezuela costituisce il pezzo mancante del puzzle. Le raffinerie americane (Citgo, Valero, Marathon) sono le uniche al mondo capaci di “masticare” il bitume venezuelano e trasformarlo in diesel e jet fuel ad alto margine in modo efficiente. Per rendere economico il petrolio venezuelano (break-even stimato attuale sopra i 40-50$ al barile a causa delle inefficienze, mente il target Usa è inferiore ai 25$), servono tre interventi immediati. In primis, una “flebo” di diluenti: poiché il greggio non scorre naturalmente, deve essere mescolato con diluenti (nafta pesante o greggio leggero). Il Venezuela, di fatto, non ne produce più. Gli Stati Uniti potrebbero avviare in tempi brevi un ponte navale inverso: navi cisterna piene di light crude o nafta partiranno dal Texas verso Puerto José per essere iniettate nei pozzi dell’Orinoco, permettendo al bitume di fluire verso la costa. Servirà poi una ristrutturazione degli upgraders: si stima che le joint ventures (Chevron in testa) dovranno investire circa 15-20 miliardi di dollari nei primi 24 mesi solo per riparare i quattro grandi Mejoradores di José. Senza questi, il petrolio di Caracas fatica a essere commercializzato internazionalmente. Infine, entrano in gioco le service companies: Halliburton, Schlumberger (SLB) e Baker Hughes. Saranno loro le vere truppe di terra, i “boots on the ground” citati da Trump nella conferenza stampa di Mar-a-Lago. Devono ripristinare migliaia di chilometri di tubature corrose e rimettere in sesto la rete elettrica dedicata ai campi petroliferi, che oggi soffre di blackout continui.
L’aspetto più sottile dell’operazione è la difesa della valuta. Il Venezuela stava negoziando per vendere il petrolio in Yuan alla Cina, entrando nel sistema di pagamento transfrontaliero di Pechino (CIPS). L’operazione Absolute Resolve chiude questa porta. I 300 miliardi di barili di riserve sono ora denominati saldamente in USD. Questo aumenta la domanda strutturale di dollari nel sistema finanziario globale per i prossimi decenni. Le compagnie petrolifere americane potranno iscrivere a bilancio diritti di licenza su enormi quantità di riserve provate. Questo avrà un effetto dopante sulle loro valutazioni a Wall Street, attraendo capitali che si stavano spostando verso il Tech o le rinnovabili. Non va dimenticato il positivo effetto sull’inflazione: il greggio pesante venezuelano è ideale per produrre diesel e carburante per aerei, non benzina. Aumentando l’offerta di questi distillati medi, gli Stati Uniti possono calmierare i prezzi del trasporto merci globale (camion, navi, aerei), esercitando una pressione deflazionistica utile all’economia americana ed europea.
L’operazione non è stata fatta per “rubare” il petrolio, ma per integrare forzatamente un asset in difficoltà (Venezuela) con l’unica macchina industriale capace di valorizzarlo (Usa Gulf Coast). E’ un merger & acquisition armato. Per l’Europa, questo significa – forse – una certa stabilità dei prezzi, ma -certamente – ulteriore irrilevanza strategica: il rubinetto ora lo gestisce Houston.
Il vero asset strategico che ha mosso la Casa Bianca, tuttavia, è solido, non liquido. L’operazione è la risposta asimmetrica e definitiva alle ritorsioni cinesi sui dazi. Quando Pechino ha bloccato l’export di gallio, germanio e grafite – minacciando di strangolare la filiera occidentale dei semiconduttori e delle batterie – gli Stati Uniti non hanno cercato mediazioni al WTO. Hanno cercato nuove miniere.
Il Venezuela, infatti, non è solo bitume pesante. E’ uno scrigno geologico ancora parzialmente inesplorato che contiene coltan (columbite-tantalite), oro, bauxite, ferro, nichel e torio.
Parliamo la lingua della cruda realtà industriale. Difesa: non si costruiscono F-35, sistemi di guida missilistica o droni sottomarini senza terre rare pesanti. La dipendenza dalla Cina per questi materiali era diventata, secondo il Pentagono, una “vulnerabilità esistenziale”. AI e Computing: la corsa all’Intelligenza Artificiale non è eterea, è minerale. I data center che addestrano i nuovi LLM (Large Language Models) richiedono chip sempre più potenti e un consumo energetico vorace. Il Venezuela offre sia i metalli per l’hardware (tantalio per i condensatori, terre rare per i magneti permanenti dei sistemi di raffreddamento) sia l’energia per alimentare, in prospettiva, enormi hub di calcolo offshore. L’obiettivo americano è chiaro: spezzare il quasi-monopolio cinese non solo sull’estrazione, ma contendere quello sul processing (la raffinazione), portando il minerale grezzo venezuelano a essere raffinato in Texas o in Alabama, in un ecosistema sicuro, “friend-shored” o meglio, “owned-shored”.
In questo scenario, la posizione dell’Europa appare drammaticamente ingenua. Abbiamo passato l’ultimo quinquennio a costruire un castello normativo, il Critical Raw Materials Act, basato su un mondo che non c’è più: un mondo di libero scambio, di cooperazione multilaterale e di “autonomia strategica aperta”. Il CRMA fissava obiettivi ambiziosi per il 2030: estrarre il 10 per cento del fabbisogno annuale sul suolo Ue, processarne il 40 per cento e riciclarne il 15 per cento. Dopo la guerra commerciale Usa-Cina e l’intervento su Caracas, questi numeri sono un libro dei sogni, se non cambia il metodo. Il problema europeo è duplice: l’Europa cerca fornitori che rispettino standard ESG (ambientali, sociali, di governance) elevatissimi. Gli Stati Uniti si sono appena presi il fornitore con la forza, rimandando le questioni ESG a data da destinarsi. Ci troviamo schiacciati tra la Cina (che usa l’export come arma di ricatto) e gli Usa (che ora controllano l’alternativa sudamericana e daranno priorità, ovviamente, alla propria industria domestica, l’Inflation Reduction Act insegna). Se l’Europa pensa di beneficiare del petrolio venezuelano per abbassare l’inflazione energetica, rischia di illudersi. Quel petrolio fluirà verso le raffinerie del Golfo del Messico per stabilizzare il mercato interno americano. All’Europa arriveranno, forse, i prodotti raffinati a prezzo di mercato maggiorato.
Dunque, come aggiornare il CRMA post Venezuela? L’Ue deve smettere di agire come un regolatore e iniziare ad agire come un compratore strategico, operando su due fronti. Prima di tutto, con l’aggregazione della domanda: serve una centrale acquisti unica europea per le materie critiche, sul modello dei vaccini Covid o del gas post-Ucraina, ma con poteri reali di stoccaggio. Poi adottando una diplomazia transazionale: Bruxelles deve volare a Washington non per chiedere “per favore”, ma per negoziare. L’appoggio politico (o il silenzio-assenso) all’operazione venezuelana deve essere scambiato con quote garantite di offtake (diritti di prelievo) sui minerali estratti sotto egida americana.
E arriviamo al paradosso italiano. L’Italia è una potenza manifatturiera con i piedi d’argilla – che ahimé non è una terra rara. Siamo leader nella meccatronica, nella componentistica auto, nell’aerospazio (Leonardo docet). Siamo bravissimi nel downstream: trasformare la materia in prodotto finito. E siamo eccellenti nel riciclo, l’unica parte del CRMA dove brilliamo davvero. Ma l’operazione Absolute Resolve ci ricorda brutalmente che senza l’upstream (la miniera), il downstream si ferma. E senza miniere non decolla nemmeno la tanto anelata “economia verde”. Il ritardo italiano è culturale prima che tecnologico. Abbiamo giacimenti potenziali che non stiamo sfruttando. Litio: nel Lazio (area di Cesano e Campagnano), in Toscana e potenzialmente nelle salamoie geotermiche. Titanio: on Liguria (Beigua), uno dei giacimenti più grandi d’Europa, bloccato da un pur bellissimo parco regionale. Cobalto e Terre Rare: tracce significative nell’arco alpino e in Sardegna. Eppure, siamo paralizzati dal “Permitting” iper-green e dalla sindrome NIMBY (Not In My Back Yard). I tempi medi per aprire una miniera in Italia superano i 15 anni tra valutazioni di impatto ambientale, ricorsi al Tar e opposizioni locali. Il CRMA parlava di ridurre questi tempi a 24 mesi per i progetti strategici. Sembra una barzelletta, se confrontata con la velocità con cui gli Usa hanno brutalmente “risolto” il problema amministrativo a Caracas. Non possiamo certo invadere nessuno, ma non possiamo nemmeno restare immobili. Proviamo a ipotizzare una ricetta in tre punti, provocatoria ma necessaria. Primo punto. Commissariare il Permitting: le materie prime critiche devono essere equiparate giuridicamente alle infrastrutture strategiche e a quelle militari. Se un giacimento è strategico per la sicurezza nazionale (e per non far chiudere Stellantis o STMicroelectronics), l’iter autorizzativo deve essere centralizzato, rapido e inderogabile. Il “paesaggio” va tutelato, certo, ma un paesaggio deindustrializzato e povero è difficilmente una cartolina attraente. Secondo punto. Una CDP delle risorse: Cassa Depositi e Prestiti deve fare quello che fanno i fondi sovrani norvegesi o sauditi. Non dare sussidi a pioggia, ma entrare nel capitale di rischio (equity) delle compagnie minerarie che operano in giurisdizioni amiche (Canada, Australia) e, perché no, partecipare ai consorzi che sfrutteranno le risorse venezuelane sotto ombrello statunitense. Dobbiamo comprare la “nuda proprietà” della materia prima. Terzo punto. Realismo Tecnologico: dobbiamo abbandonare l’illusione che il riciclo ci salverà da solo. Secondo le stime più ottimistiche, il riciclo coprirà il 20-30 per cento del fabbisogno al 2040. Il restante 70 per cento va scavato. Se non lo scaviamo noi, lo scaveranno gli altri e ce lo venderanno al prezzo che decideranno loro.
L’operazione Absolute Resolve ha mandato in soffitta l’illusione della “transizione dolce”. La competizione per l’AI e la supremazia militare si gioca sulla tavola periodica degli elementi. Gli Usa hanno scelto – in modo brutale e certamente illegale in base ai principi del diritto internazionale – di sporcarsi le mani per garantire il loro futuro. L’Europa, e l’Italia in particolare, devono decidere se vogliono continuare a essere la boutique del mondo – bellissima, ma con gli scaffali vuoti al primo intoppo logistico – o se vogliono tornare a essere una fabbrica. E le fabbriche, piaccia o no, hanno bisogno di miniere, non solo di buone intenzioni.