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in Venezuela
Maduro senza scudi: il fallimento degli alleati e l'ombra cubana sulla sicurezza
Il dittatore a nudo aveva fatto affidamento su Cuba, Russia, Cina e Iran. Ma non è servito. Ruoli nulli e figuracce
Sia su Cuba, sia sulla Russia, sia sulla Cina, sia sull’Iran Nicolás Maduro aveva fatto affidamento, per blindarsi sia contro la protesta interna sia contro la minaccia esterna. Cuba, a quanto pare, qualcosa ha provato a fare, e anzi, nel decretare due giorni di lutto nazionale per 32 militari cubani caduti nel corso dell’operazione in cui Maduro è stato catturato, il regime dell’Avana ha per la prima volta dato conferma alla voce insistente secondo cui tutta la sicurezza del presidente era gestita da suoi uomini, anche infiltrati in tutti gli altri luoghi nevralgici nei quali i venezuelani non dessero troppo affidamento. Era appunto il risuonare dell’inconfondibile accento cubano in questi siti a tradirlo, ed era appunto questo scambio tra intelligence-sicurezza fornita dall’Avana e greggio fornito da Maduro la base dell’alleanza.
Tutti i deceduti erano membri delle Forze armate rivoluzionarie o del ministero dell’Interno che stavano svolgendo missioni in Venezuela “su richiesta di organismi omologhi” di quel paese, ha indicato il comunicato ufficiale, secondo cui i soldati “hanno adempiuto dignitosamente ed eroicamente al loro dovere e sono caduti, dopo una feroce resistenza, in combattimento diretto contro gli aggressori o a seguito del bombardamento delle strutture”. Non si sono specificati i ruoli esatti da loro svolti né il luogo preciso degli scontri, ma ci vuole poco a immaginarlo. “Onore e gloria ai coraggiosi combattenti cubani caduti affrontando terroristi in uniforme imperiale, che hanno rapito e portato via illegalmente il presidente del Venezuela e sua moglie dal loro paese, le cui vite stavano usando per proteggere la nostra su richiesta di quella nazione sorella”, ha scritto il presidente cubano Díaz-Canel su X. “Sapete, molti cubani sono morti ieri”, ha detto anche Trump. E’ più del doppio della quindicina di militari venezuelani caduti: la cifra esatta non è stata resa nota dai comandi, ma una lista di nomi ci è stata data da Gustavo Díaz. Un ex colonnello dell’esercito venezuelano esule negli Stati Uniti, con buoni contatti. Per arrivare all’oltre ottantina di vittime di cui ha riferito il New York Times, bisognerebbe presumibilmente considerare i malcapitati civili che si sono trovati in mezzo. Gli Stati Uniti se la sarebbero cavata con una dozzina di feriti.
Ma ancora peggiore è la figura della Russia, di cui si sapeva che aveva mandato perfino i mercenari a sostenere Maduro. Adesso si osserva che il suo ruolo è stato altrettanto nullo che quello per difendere Bashar el Assad in Siria, anche se in quel caso il dittatore ha potuto almeno fuggire a Mosca. Stessa figuraccia per Teheran, malgrado la sua ambasciata a Caracas sia un focolaio di agenti della Forza Quds. Lì, ancora più potente dell’ambasciatore Ali Chegini, c’è Ahmad Asadzadeh Goljahi, capo di quell’unità del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica in Venezuela. Un altro membro di questa forza d’élite che opera all’estero, Mostafa Shanghaghi, era stato visto anche lui con Maduro.