Com'è andata l'operazione "Absolute Resolve" e cosa succede adesso
La missione per catturare Maduro e il nuovo Venezuela
Dalla conferenza stampa di Trump, il generale Dan Caine offre alcuni dettagli della missione lampo a Caracas, pianificata per mesi e condotta senza coinvolgere il Congresso, con la Delta Force e il supporto dell’intelligence americana. Il dopo Maduro pensato da Trump e le prossime mosse
Durante la conferenza stampa del presidente americano Donald Trump dopo l’operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, il generale Dan Caine, capo degli stati maggiori riuniti, ha spiegato che la missione a Caracas è stata avviata su richiesta del dipartimento di Giustizia, ed è stata battezzata operazione Absolute Resolve. Si è trattato, ha detto, di un’operazione costruita attingendo a decenni di esperienza maturata dalle Forze armate statunitensi nella lotta al terrorismo in medio oriente, in Asia e Africa. Il generale ha poi aggiunto alcuni dettagli: l’azione ha coinvolto circa 150 velivoli, con un contingente operativo composto da personale con età comprese tra i 20 e i 49 anni seguito da una specifica forza di estrazione, quella incaricata di prelevare Nicolás Maduro.
Caine ha detto che nel corso dell’operazione i caccia statunitensi hanno neutralizzato le difese aeree venezuelane per consentire l’ingresso degli elicotteri militari su Caracas. Uno degli aeromobili americani è stato colpito durante l’azione, ma è riuscito lo stesso a volare. Poco prima, Trump aveva parlato del blackout causato dalle Forze armate nella notte di Caracas per portare a termine la missione. L’intera operazione si è svolta nell’arco di circa due ore e venti minuti. Le forze speciali sono entrate nel complesso presidenziale di Maduro quando erano le 2:01 a Caracas, e hanno risposto al fuoco delle forze venezuelane ma nessun soldato americano è rimasto ferito. Alle 4 e 29 del mattino i militari erano già rientrati sopra le acque internazionali dopo aver catturato Maduro e sua moglie.
Caine ha definito Absolute Resolve un’operazione “discreta, precisa e condotta nelle ore più buie”, frutto di mesi di pianificazione e simulazioni, aggiungendo che si tratta di una missione che, per complessità e coordinamento, “solo le Forze armate degli Stati Uniti avrebbero potuto portare a termine”.
Nelle scorse ore, fonti informate hanno riferito ad alcuni media americani che la Cia disponeva di un contatto interno al governo venezuelano che avrebbe fornito informazioni cruciali sugli spostamenti e sulle abitudini di Maduro, rendendo possibile il blitz delle forze speciali. La Cia però non avrebbe partecipato direttamente al raid, eseguito dai soldati della Delta Force, una delle unità più élite e segrete delle forze armate statunitensi, ufficialmente conosciuta come 1st Special Forces Operational Detachment-Delta e inserita nel comando congiunto delle operazioni speciali dell’esercito americano.
Secondo le fonti, già a partire da agosto un piccolo team clandestino della Cia era operativo sul terreno e aveva ricostruito la “routine” del presidente venezuelano, consentendo l’azione. La strategia su Caracas sarebbe stata coordinata ai massimi livelli dell’Amministrazione. Rispondendo alle domande dei giornalisti, Trump ha detto di non aver coinvolto il Congresso perché “ai suoi membri piace parlare, e non potevamo permettercelo”.
Poco prima di presentarsi in conferenza stampa, Donald Trump ha pubblicato su Truth la fotografia di Maduro a bordo della USS Iwo Jima: bendato, con le cuffie alle orecchie, una tuta grigia addosso e una bottiglia d’acqua in mano, mentre un agente della Drug Enforcement Administration lo tiene per un braccio. Un’immagine studiata per certificare visivamente che era vivo, e sotto custodia. Subito dopo, parlando con i giornalisti, ha spiegato il piano americano oltre il blitz militare. Gli Stati Uniti, ha detto, intendono amministrare il Venezuela per un periodo prolungato, il tempo necessario a “ricostruire” il paese e soprattutto la sua industria petrolifera. Un’ipotesi che lascia supporre agli osservatori una presenza americana di lunga durata. “Vorrei fare in fretta, ma serve tempo. L’infrastruttura è marcia, va rifatta tutta”, ha spiegato, aggiungendo che Washington “tirerà fuori molti soldi dal sottosuolo” per occuparsi della gestione del paese. Alla domanda su chi governerebbe concretamente il paese, il presidente è rimasto vago, parlando di “un gruppo” guidato dai suoi principali consiglieri di politica estera, in collaborazione con figure venezuelane. E non ha nemmeno escluso l’uso di truppe sul terreno: “Non mi spaventano i boots on the ground”, ha detto.
A sorprendere è stato anche il riferimento di Trump alla vicepresidente di Maduro, Delcy Rodríguez. Poche ore fa la televisione di stato a Caracas ha trasmesso un suo intervento durissimo, in cui ha denunciato “un attacco brutale” da parte americana. Ma secondo il presidente americano, il segretario di stato Marco Rubio avrebbe parlato direttamente con Rodríguez, ottenendo segnali di apertura. “E' sostanzialmente disposta a fare quello che riteniamo necessario per rendere il Venezuela di nuovo grande”, ha detto Trump.
"Ciò che doveva accadere sta accadendo"