Le tattiche cinesi contro Taiwan
Pechino affetta il salame e prova a prendersi tutta la regione. Tiepide le reazioni occidentali
Nella seconda giornata di esercitazioni di accerchiamento e blocco navale di Taiwan, le Forze armate cinesi hanno lanciato circa ventisette missili verso il nord e il sud-ovest dell’isola. Tutti i missili, lanciati dall’artiglieria missilistica posizionata nel Fujian, avevano come obiettivo esplicito Taiwan, e sono poi caduti vicino alla zona contigua delle 24 miglia nautiche (44 chilometri dalla costa) – un modo per Pechino per fare pressione senza superare formalmente la linea rossa del diritto marittimo. La “Missione di Giustizia 2025”, le operazioni militari a sorpresa di Pechino contro Taipei e i suoi alleati, sono finite ieri, e hanno portato a tiepide reazioni internazionali.
Il primo a minimizzare è stato il presidente americano Donald Trump. Alla domanda di un giornalista sulle esercitazioni cinesi che nascondono un blocco navale contro uno stato de facto indipendente e che Pechino rivendica come proprio territorio, anche se il Partito comunista non l’ha mai governato, Trump ha risposto prima di tutto rassicurando il leader Xi Jinping, con il quale dovrebbe avere un atteso vertice a Pechino previsto per aprile: “Ho un ottimo rapporto con il presidente Xi, che non mi ha detto nulla al riguardo”, ha detto il presidente. Poi ha aggiunto di essere “a conoscenza” delle esercitazioni, ma di non credere “che lo farà”, riferendosi probabilmente a una vera invasione militare dell’isola: “Non mi preoccupa nulla”. E poi ha aggiunto che “sono venti, venticinque anni che fanno esercitazioni in quell’area”, come a dire: niente di nuovo.
Eppure il sostegno internazionale è vitale per la Repubblica di Cina, cioè la democratica Taiwan, che si autoamministra e autogoverna e da anni conduce una politica di diversificazione della sua economia un tempo dipendente da quella cinese, e nel frattempo ha rapporti informali con la maggior parte dei paesi democratici, oltre a essere un pezzo vitale della catena di approvvigionamento tecnologica globale. Ieri Lin Chia-lung, ministro degli Esteri di Taiwan, ha ringraziato personalmente tutti i leader dei paesi democratici che hanno espresso “preoccupazione” per le operazioni cinesi nell’area che “minano la stabilità della regione”. Tra gli altri, in Europa i ministeri degli Esteri di Francia e Germania hanno espresso solidarietà per Taipei: mentre questo giornale va in stampa, fonti della Farnesina facevano sapere di non avere ancora la certezza che un comunicato sul tema uscirà nel breve periodo anche da parte dell’Italia.
Come la Russia di Putin che cerca pretesti per continuare la sua guerra contro l’Ucraina (e l’Europa), la Cina di Xi Jinping usa Taiwan per mandare messaggi, testare le difese regionali, cambiare lo status quo: ogni volta che si espande l’area di quelle che vengono definite esercitazioni militari, anche se sono più simili a vere operazioni militari, è un piccolo e quasi impercettibile cambiamento. Le operazioni sono micro-mosse quasi-legali, che non provocano reazioni immediate, ma che sul lungo periodo possono far raggiungere l’obiettivo strategico finale (in politica internazionale si definisce la tattica del “salami slice”, quella dell’affettare il salame). In più, il ministro della Difesa taiwanese Wellington Koo ha aggiunto che il blocco navale e aereo attorno all’isola per 48 ore “mira chiaramente a condurre una guerra cognitiva e a ridurre le capacità di combattimento di Taiwan... nonché a creare divisioni e conflitti all’interno della società taiwanese”. Oltre all’uso di missili contro l’isola, i media internazionali hanno dato molto risalto al primo uso in operazioni di questo tipo della nave d’assalto anfibio Type 075 Hubei, che è entrata in servizio ad agosto, per simulare operazioni anfibie offensive.
Le esercitazioni invernali a sorpresa della Cina sono una risposta alla vendita di armi a Taiwan da parte degli Stati Uniti ma anche alle parole della prima ministra giapponese Sanae Takaichi, che all’inizio di novembre ha affermato che un attacco cinese a Taiwan costituirebbe una minaccia per il Giappone e potrebbe giustificare una risposta militare da parte di Tokyo. “Gran parte del commercio mondiale transita attraverso il Mar cinese meridionale e orientale. Stretti strategici come il Canale di Bashi costeggiano i confini di Taiwan. Una conquista cinese di Taiwan consentirebbe a Pechino di dominare le vie navigabili strategiche della regione, proiettare ampiamente la propria potenza militare nel Pacifico e perseguire in modo più aggressivo le proprie rivendicazioni marittime e territoriali contestate”, ha scritto ieri il Wall Street Journal in un lungo articolo per dimostrare che sì, per il Giappone sarebbe un disastro esistenziale. Secondo Lin Ying-yu, docente all’Istituto di studi internazionali e strategici dell’Università Tamkang di Nuova Taipei, Cina, Russia e Corea del nord hanno un chiaro coordinamento quando si tratta di fare pressione agli alleati dell’occidente nella regione dell’Indo-Pacifico. Ieri la Russia ha comunicato a Tokyo che condurrà un’esercitazione militare su larga scala nelle acque circostanti quelli che il Giappone chiama i Territori del nord e la Russia isole Curili, dal giorno di Capodanno fino al 1° marzo prossimo.