Ansa
sfide e ostacoli
L'Europa corre contro il tempo e punta all'adesione lampo dell'Ucraina per evitare una pace imposta
Una bozza del piano di pace negoziato con Washington prevede l’ingresso di Kyiv nell’Unione entro il 2027, ma servirebbero deroghe senza precedenti, il superamento del veto di Orbán e una rivoluzione delle regole interne. Intanto i Ventisette discutono l’uso degli attivi russi congelati: passa il voto per vietare il trasferimento alla Banca centrale russa
L’Unione europea è chiamata a fare l’impensabile in appena una settimana per assicurare che l’Ucraina non sia costretta alla capitolazione da un accordo imposto da Donald Trump in combutta con Vladimir Putin. Diverse fonti europee hanno confermato al Foglio che in una bozza del piano di pace, negoziato da Volodymyr Zelensky con gli emissari del presidente americano, è prevista l’adesione dell’Ucraina all’Ue entro il 2027. Secondo il Financial Times – che ha rivelato per primo la notizia – l’iniziativa ha il sostegno di Bruxelles. In realtà, i diplomatici degli Stati membri e i funzionari dell’Ue sono molto prudenti. L’adesione dell’Ucraina in un anno non è giudicata realistica, malgrado gli straordinari progressi realizzati da Kyiv da quando ha ottenuto lo status di paese candidato nel giugno del 2022. Il veto dell’Ungheria di Viktor Orban ha impedito l’apertura dei capitoli negoziali con l’Ucraina. “L’allargamento è un processo basato sul merito”, dice un ambasciatore. Tuttavia, nel giugno del 2024 i ventisette Stati membri avevano messo nero su bianco che “l’allargamento e l’adesione sono parte degli impegni di sicurezza dell’Ue”, spiega un alto funzionario. “La questione dell'adesione fa parte del pacchetto di garanzie di sicurezza”, conferma un diplomatico. “Un anno è particolarmente ambizioso perfino per i paesi che sono più pronti. Ci sono procedure e scadenze da rispettare”. Ma “politicamente, se c’è volontà, si può sempre fare”, spiega il diplomatico. Portare l’Ucraina dentro l’Ue in così poco tempo significherebbe violare il principio dell’allargamento “basato sul merito” (cioè sulla base delle riforme realizzate), mostrarsi creativi sulle procedure, cambiare o violare molte regole interne.
Secondo il Financial Times, Donald Trump sarebbe chiamato a fare la sua parte, convincendo il suo alleato europeo Orbán (o il nuovo premier ceco Andrej Babis) a non mettersi di traverso. Sulla strada di adesione ci sono più di 30 capitoli negoziali con centinaia di riforme da fare. Anche l’Ue dovrebbe fare i suoi compiti a casa prima di far entrare un grande paese come l’Ucraina, rivedendo le sue regole di voto, la composizione del Parlamento europeo, l’allocazione dei fondi della Politica agricola comune. Lunedì, Zelensky sarà a Berlino per un incontro con Friedrich Merz e altri leader europei. Il cancelliere tedesco aveva detto di voler invitare anche gli Stati Uniti. Nella giornata di oggi e domani i consiglieri per la sicurezza nazionale dei paesi europei proseguiranno il lavoro di redazione del piano. Un altro tabù che deve essere rotto dall’Ue è quello dell’utilizzo degli attivi sovrani russi congelati grazie alle sanzioni. Oggi è stata formalizzata l’approvazione del primo testo legislativo, che prevede di vietare il trasferimento degli attivi alla Banca centrale russa. E’ un modo per ridurre i rischi del Belgio dove la società Euroclear è responsabile di 185 miliardi di euro di attivi russi, sui 210 miliardi complessivi immobilizzati nell’Ue. Oggi la Banca centrale russa ha avviato una causa contro Euroclear davanti a un Tribunale arbitrale di Mosca. Il regolamento adottato permette anche di evitare che gli attivi vengano scongelati da un veto di Orban sul rinnovo delle sanzioni. L’Italia, che aveva esitato, alla fine ha votato a favore. La decisione è stata presa a Roma dopo che il governo Meloni ha ricevuto rassicurazioni che il regolamento non pregiudica l’uso o meno degli attivi russi, ma si limita a immobilizzarli fino a nuovo ordine. La parte più difficile inizia ora. Il Belgio non ha ancora accettato di finanziare il prestito di riparazione con gli attivi sovrani russi come proposto della Commissione. Saranno i capi di Stato e di governo a decidere, durante il Consiglio europeo del 18 dicembre, se quei 210 miliardi saranno destinati al finanziamento dell’Ucraina per i prossimi due anni. L’Italia è tra i paesi che sono più prudenti. Oltre alle divergenze interne al governo, Meloni è chiamata a mettere una firma su una garanzia finanziaria a beneficio del Belgio che potrebbe arrivare a 25 miliardi di euro. Per salvare l’Ucraina, l’impensabile deve essere fatto non solo a Bruxelles, ma anche in ciascuna delle capitali europee.