L'Aula del Parlamento europeo a Strasburgo (foto Getty)

il voto e la censura

L'Europarlamento condanna il genocidio in Sudan, ma non cita mai i mandanti

Luca Gambardella

Emirati, Russia, Iran o Turchia non compaiono in nessun passaggio della risoluzione approvata a Strasburgo. Il soft power degli Emirati tra le istituzioni europee funziona

E’ stata una settimana intensa per Lana Nuseeibeh, l’inviata degli Emirati Arabi Uniti in Europa, con un’agenda densa di appuntamenti al Parlamento europeo di Strasburgo. Alla fine, però, tanto lavoro ha pagato e la risoluzione sul disastro umanitario in Sudan approvata in Aula giovedì, con un voto trasversale, è una chiara vittoria diplomatica del paese del Golfo. Mai, in nessun passaggio del testo votato da Popolari, Renew, Socialisti e Verdi si menziona il ruolo degli Emirati per gli “atti di genocidio”, come li definisce la risoluzione, commessi in Darfur. L’EuroParlamento denuncia crimini, violenze e abusi di ogni genere commessi dalle Rapid Support Forces (Rsf), il braccio armato sostenuto proprio da Abu Dhabi, e chiede sanzioni contro le milizie coinvolte e per i loro “facilitatori” esterni, senza però mai menzionarli. E così, come gli Emirati, nel testo non compaiono nemmeno altri attori coinvolti: la Turchia, la Russia, l’Iran. 

                   

Secondo le testimonianze raccolte da Politico Europe, Nuseeibeh è arrivata a Strasburgo giorni prima del voto per incontrare gli europarlamentari e convincerli a evidenziare nella risoluzione il ruolo da  pacificatore del paese del Golfo in Sudan, piuttosto che quello di parte in guerra. Un’offensiva diplomatica vincente, dato che l’unico passaggio in cui si cita Abu Dhabi è solo per ricordare e apprezzare gli sforzi compiuti dal paese nei negoziati portati avanti dal Quad – il gruppo che include anche Stati Uniti, Egitto e Arabia Saudita. L’ufficio di presidenza dell’Europarlamento ha anche ammesso che, su richiesta di Nuseeibeh, le è stata messa a disposizione una stanza riservata vicina all’emiciclo dove ha condotto i suoi incontri con gli europarlamentari. Curiosamente, solo il gruppo Left – in particolare Rima Hassan e Ilaria Salis – hanno proposto emendamenti (poi bocciati in fase  di voto) che menzionavano esplicitamente le potenze esterne. Peccato che tra questi paesi – Emirati, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Iran – la proposta di emendamento non citasse la Russia. 

                

Eppure il Cremlino è  altrettanto esposto in Sudan. Dopo avere sostenuto le Rsf, dallo scorso anno ha invece deviato i suoi aiuti militari ed economici alle Forze armate sudanesi, come riportato da un report di Amnesty International. Oltre a rifornirle con armi e petrolio, lo scorso febbraio Mosca aveva ridato vita a un vecchio accordo siglato con Khartum nel 2017, e che sembrava arenato, per costruire una base navale – la prima nel continente africano dai tempi dell’Unione sovietica – a Port Sudan. L’intesa avrebbe permesso alla Russia di aprirsi una via d’accesso sul Mar Rosso e sul Canale di Suez in un momento complicato, in cui gli eventi in Siria hanno indebolito la sua presenza nel Mediterraneo. A ottobre però, a detta dell’ambasciatore russo in Sudan Andrei Chernovol, il progetto è stato nuovamente congelato per via delle incertezze legate alla guerra in corso.  

Oltre alla Russia c’è la Turchia. A marzo il Washington Post ha pubblicato uno scoop con uno scambio di messaggi tra un dipendente della Baykar, il gigante turco nella costruzione di droni, con il proprio supervisore. In questa corrispondenza, l’impiegato inviava dal Sudan foto e video di attacchi sferrati con droni turchi appena forniti alle Forze armate sudanesi. Baykar, che annovera tra i suoi proprietari anche il presidente Recep Tayyip Edogan, ha concluso un accordo da 120 milioni di dollari con Khartoum per fornire diversi sistemi d’arma, inclusi i droni Bayraktar TB2, il tutto violando l’embargo di armi imposto da Europa e Stati Uniti nel Darfur. 

                    

Infine, c’è l’Europa. Nel rapporto dello scorso aprile elaborato dal Panel of Experts del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si dimostra come le armi di fabbricazione europea siano finite nella disponibilità delle Rsf. Un’altra indagine di Amnesty ha confermato che i sistemi d’arma europei finiscono in Darfur grazie alle rivendite successive compiute dagli Emirati Arabi Uniti. E mentre i negoziati tra Unione europea e Abu Dhabi per concludere un accordo commerciale di libero scambio procedono spediti, giovedì, subito dopo l’approvazione della risoluzione sul Sudan, il ministero degli Esteri del paese del Golfo ha diffuso un comunicato in cui si congratulava con l’esito del voto del Parlamento europeo.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.