Gli effetti della guerra di Putin sugli aerei russi

Micol Flammini

Due storie di guasti, schianti, disastri in volo.  L’impatto delle sanzioni in  un paese che senza volare non può muoversi

 Il villaggio di Achi-su, nella repubblica russa del Daghestan, è abituato a far parlare di sé principalmente per il suo nome. E’ di origine turca, vuol dire “acqua amara” e, per qualche tempo, vari enti russi si sono accapigliati su quale fosse la versione più corretta, definendo così il ballo della denominazione  da Achi-su a Achisu, e viceversa.  Oggi il  nome è Achi-su, il villaggio si affaccia sul Mar Caspio e da qualche giorno è al centro delle discussioni perché nei suoi cieli un elicottero Ka-226 si è schiantato, determinando la morte di cinque passeggeri. Mentre sorvolava il Caspio, l’elicottero ha iniziato a muoversi come impazzito, girava su se stesso e a poco a poco, vari pezzi hanno iniziato a staccarsi. A bordo, viaggiavano quattro dipendenti dello stabilimento elettromeccanico di Kizlyar (Kemz), che si occupa di equipaggiamenti per l’aviazione. Le autorità russe hanno classificato l’incidente come “disastro aereo”, mettendolo in una lista sempre più lunga di sciagure che trova la sua spiegazione anche nella guerra contro Kyiv. La Kemz, per esempio, è una delle aziende sotto sanzioni americane: il suo impianto sviluppa e produce sistemi e apparecchiature che sono presenti sui Sukhoi e sui Mig, i caccia che lanciano missili e bombe sull’Ucraina. Il disastro in Daghestan, il video che riprende l’elicottero che inizia a sfaldarsi in aria, ha distolto l’attenzione da un incidente che era avvenuto a luglio, quando un Antonov An-24, che viaggiava con quarantotto persone a bordo, era scomparso dai radar  mentre si avvicinava a Tynda, nell’estremo oriente russo, nella regione dell’Amur. Fu una colonna di fumo che si innalzava dalla fitta foresta di pini a segnalare la sua presenza nella regione che digrada verso il confine con la Cina. Dell’Antonov An-24 venne ritrovato un ammasso di metallo intrappolato fra gli alberi: nessun sopravvissuto.


Sono due casi fra i più eclatanti di una stagione di incidenti aerei più frequenti del consueto in Russia e le autorità, dopo il disastro di luglio, hanno deciso di avviare un’indagine su cinquantuno compagnie aeree regionali. Alcune, per migliorare gli standard di sicurezza, sono state messe a terra. Il giornale online russo Moscow Times ha ottenuto i dati degli incidenti aerei e analizzandoli ha stabilito che sono in aumento, soprattutto crescono quelli determinati da guasti tecnici ai motori, le collisioni, gli incendi. Il giornale che pubblica in doppia versione, sia in russo sia in inglese, si è appoggiato ai dati della compagnia tedesca Jacdec e la conclusione è che l’aumento degli incidenti tecnici “potrebbe essere attribuito alla mancanza delle forniture e dei pezzi di ricambio certificati”, soprattutto i freni in carbonio e le componenti delle turbine dei motori. In Russia si vola in minore sicurezza e le sanzioni hanno creato un ambiente di ricambio chiuso, stagnante e non tutte le compagnie sono state capaci di adeguarsi. L’incidente dell’Antonov An-24 fu molto discusso sui media russi. Prima si diede la colpa all’anzianità del velivolo: di fabbricazione sovietica, era in funzione da oltre cinquant’anni. E’ un modello obsoleto, ma le compagnie regionali sono costrette a fare sempre più affidamento su aerei che dovrebbero essere in disuso per andare incontro alla domanda dei voli nazionali. Della tragedia dell’Antonov An-24 colpirono anche le storie di alcuni dei passeggeri, tirate fuori dalle famiglie che iniziarono a raccontare perché i loro cari si trovavano su quel volo. Si creò un senso di empatia, che spinse alcune istituzioni a fare degli annunci e dare rassicurazioni, senza menzionare la causa del problema. 
L’industria dell’aviazione commerciale è stata molto colpita dalle sanzioni, non tutte le compagnie  sono state in grado di entrare in una rete illegale per ottenere componenti di ricambio, quindi non fanno manutenzione agli aerei da oltre tre anni. Gli incidenti dal 2022 sono in media sessantasei all’anno. Le distanze russe impongono i voli come unica opzione valida per spostarsi,  il governo ha dato sussidi per la produzione di aeromobili, ma la condizione della flotta commerciale non è migliorata e, entro il 2030, circa il 30 per cento dei velivoli di fabbricazione occidentale potrebbe essere messo a terra: finora sono stati ritirati trecento aerei e duecento elicotteri. 


La storia dell’aviazione russa è piena di incidenti, in cui sono rimasti vittime anche una  squadra di hockey sul ghiaccio, la Lokomotiv Jaroslav che andava a disputare una partita in Bielorussia nel 2011, e il coro dell’Armata Rossa, precipitato a bordo di un aereo Tupolev Tu-154, il giorno di Natale del 2016, partito da Sochi, sul Mar Nero, e diretto  in Siria per un concerto alla base militare di Latakia. Le cause di questa storia di disastri aerei sono molte, da sempre  anche il meteo russo ha  fatto la sua parte, ma ora, oltre alle questioni atmosferiche, agli errori umani, alla corruzione e alle già precarie condizioni di manutenzione, si aggiunge la guerra contro l’Ucraina, che ha isolato il mercato russo dell’aviazione rimasto senza pezzi di ricambio. La compagnia di bandiera Aeroflot, prima dell’invasione su vasta scala, aveva scelto come risolvere il problema dei frequenti incidenti: modernizzare la flotta comprando dagli occidentali. Ora, secondo Steven Harris, studioso della compagnia storica, per risolvere il problema delle compagnie regionali, il Cremlino potrebbe decidere di accorpare diverse aziende sotto il nome di Aeroflot. Ancora una volta non risolverebbe il problema.   
 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)