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Strategie

Il calcolo politico di Biden sul caso di Julian Assange

A sorpresa, il presidente americano ha detto che la Casa Bianca sta considerando la richiesta australiana di lasciar cadere le accuse. Le possibili ragioni

Roma. Il più grande crimine di Julian Assange è quello di aver aiutato e sostenuto i regimi criminali del mondo contro un sistema di intelligence internazionale che per molti anni ha protetto pure lui (no, rivelare segreti non è giornalismo, le inchieste sono un’altra cosa). Il secondo crimine di Julian Assange è di essere diventato l’idolo di Alessandro Di Battista, che da due mesi porta nei teatri la storia del fondatore di WikiLeaks raccontandola come fosse l’epopea di un giornalista/dissidente politico/martire della libertà, e non come la storia di un uomo che ha messo online documenti classificati e non divulgabili con il frequente sostegno – guarda caso – di Mosca.

La vicenda giudiziaria di Assange è complicatissima: cittadino australiano, è detenuto nel Regno Unito sin dal 2019. Prima aveva trascorso 7 anni nascosto nell’ambasciata dell’Ecuador per evitare l’estradizione in Svezia, dove avrebbe dovuto affrontare un’indagine per violenza sessuale, poi archiviata. Da più di dieci anni cerca di evitare anche una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, dove dovrebbe affrontare accuse di spionaggio. Al di là della propaganda di Russia e Cina che tentano di trasformarlo in un eroe contro l’imperialismo americano, nei mesi scorsi sono accadute diverse cose: a febbraio il Parlamento australiano ha approvato una mozione per chiedere il rilascio di Assange, sostenuta anche dal primo ministro Anthony Albanese:  “Non c’è nulla da guadagnare dal fatto che Assange continui a essere incarcerato, secondo il mio punto di vista”, ha detto. E a sorpresa, ieri il presidente americano Joe Biden ha detto che la Casa Bianca sta considerando la richiesta australiana. Sembra un gioco delle parti con un calcolo politico dietro: a fine marzo l’Alta corte di Londra aveva prolungato il limbo giudiziario di Assange. I suoi avvocati avevano chiesto alla Corte di concedergli un ultimo appello contro la sua estradizione in America, e i giudici avevano rimandato la decisione in merito concedendo al governo degli Stati Uniti tre settimane per inviare garanzie sul fatto che Assange avrà un processo equo e che non riceverà la pena di morte in caso di condanna. In caso contrario, hanno scritto i giudici, si potrà procedere all’appello. L’allungamento all’infinito del limbo giudiziario di Assange non fa che fomentare i cospirazionisti e le teorie del complotto, la propaganda di Russia e Cina, e Biden lo sa. E forse vuole mettere un punto alla vicenda – rinunciando a un processo equo e giusto. Il rischio è infatti che i repubblicani trumpiani tornino a fare campagna elettorale su Assange:  Donald Trump nel 2017 sembrava aperto alla possibilità di graziarlo, ma poi era stato convinto del fatto che andasse “lasciato marcire in carcere”, complice anche il fatto che a sostenere la sua liberazione ci sono quelli che la Heritage Foundation, il think tank più vicino a Trump, definisce  “la solita schiera di celebrità di Hollywood e attivisti liberali - Oliver Stone, Pamela Anderson, Michael Moore, Daniel Ellsburg, Noam Chomsky, tra gli altri”.

E poi: “Julian Assange merita di affrontare tutte le conseguenze legali delle sue azioni e, in nessun caso, merita la grazia”, scrive la Heritage. Biden forse vuole mostrarsi aperto a parlarne, anche perché l’ipotesi di un processo in America si allontana sempre di più nel tempo. Il laburista Albanese, agli occhi dell’opinione pubblica australiana, come Biden vuole tracciare una linea tra la giustizia, il diritto e la persecuzione giudiziaria. Una linea sottile e scivolosa, ma che forse metterà a tacere per sempre la grancassa della propaganda russo-cinese, due paesi dove chi rivela segreti (a dire il vero, anche chi non li rivela) marcisce davvero in carcere.

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