dalla nostra inviata

Riprendono i combattimenti con Hamas, ma Israele è pronto a una nuova tregua

Micol Flammini

I terroristi rompono la tregua, Tel Aviv risponde. Ora il leader e architetto dell’attacco del 7 ottobre, Yahya Sinwar, punta a mobilitare la Cisgiordania

Gerusalemme, dalla nostra inviata. La tregua tra Israele e Hamas è finita prima ancora che l’accordo per la restituzione degli ostaggi arrivasse a compimento. Dopo la visita del segretario di stato americano, Antony Blinken, si attendeva ancora la lista degli ostaggi che i terroristi della Striscia si erano impegnati a rilasciare, il patto comprendeva la liberazione delle donne e dei bambini, ma la lista non è mai arrivata e la pausa dai combattimenti è stata interrotta dai razzi lanciati da Gaza contro il territorio di Israele. L’esercito israeliano ha ripreso i combattimenti, bombardando anche nella parte meridionale della Striscia: è iniziata la seconda fase dell’operazione militare, con l’offerta di fermarla se Hamas porterà a termine il suo impegno di liberare gli ostaggi. E’ difficile quantificare quante donne e bambini rimangono ancora prigionieri, sono circa trenta, l’ambizione dei negoziatori era di riuscire a estendere l’accordo a tutti i civili, ma non avevano fatto i conti con l’intenzione di Hamas di fermare la pausa prima del previsto.

Non che Israele volesse andare incontro a un periodo di cessate il fuoco permanente, ma era determinato a estendere la tregua per permettere il ritorno a casa degli ostaggi. In uno scenario unico nella storia dei negoziati, Israele ha portato avanti le trattative promettendo la distruzione dei terroristi una volta concluso l’accordo, ma è questa l’unicità del conflitto che è iniziato il 7 ottobre: Hamas vuole la fine dello stato ebraico, lo stato ebraico sa che per la sua sicurezza deve eliminare Hamas, la coesistenza tra le due parti non è possibile. I terroristi della Striscia vogliono ancora usare gli ostaggi per fare pressione su Israele e accumulano il tempo per estendere il conflitto.

Hamas è consapevole che se la battaglia rimane dentro la Striscia, per quanto sarà impossibile catturare o uccidere fino all’ultimo terrorista, l’esercito israeliano può prevalere.  Ha diviso in due la Striscia, nella parte settentrionale, l’avanzata dalla costa alla parte interna è stata più rapida del previsto, non ha ancora il controllo definitivo neppure su Gaza City, ma le azioni dei terroristi non sono in grado di fermare i movimenti israeliani. Non è possibile quantificare il numero delle vittime tra i miliziani di Hamas, vengono regolarmente buttate nel calderone dei morti forniti quotidianamente dal ministero della Salute che dipende sempre da Hamas, e quindi messo alla rinfusa con quello dei civili. Il numero delle perdite israeliane invece si conosce, sono morti sessanta soldati dall’inizio dell’operazione. Israele oggi ha mirato a sud, soprattutto verso Khan Younis, dove molti ostaggi erano detenuti, dove Hamas è molto forte, anche a livello simbolico: il leader e architetto dell’attacco del 7 ottobre, Yahya Sinwar, viene da lì e si troverebbe proprio nei tunnel della zona, dove ha incontrato alcuni degli ostaggi. Sinwar si sente forte, avrebbe detto ad alcuni degli ostaggi di quanto stesse al sicuro nei cunicoli di Khan Younis, non rinuncia a provocare lo stato ebraico e giovedì, poco prima che la tregua venisse violata ha mandato un messaggio ai suoi seguaci per dire che il 7 ottobre altro non era che una prova generale. In un comizio che ha tenuto lo scorso anno a Gaza aveva promesso che Hamas avrebbe schierato razzi e uomini, che avrebbe effettuato un attacco furioso contro Israele.

Oggi il New York Times raccontava di come l’intelligence e l’esercito israeliani avessero ignorato il piano che era arrivato sulle loro scrivanie almeno un anno fa con il nome in codice “Muro di Gerico” e che descriveva un’operazione ampia da parte di Hamas per portare il conflitto nel territorio israeliano. Sul documento visionato dal quotidiano americano era tutto scritto, ma per i funzionari israeliani erano azioni troppo complesse e audaci per essere portate a termine da Hamas. Il grave errore di valutazione è oggi il peso del sistema israeliano ed è uno dei punti di propaganda di Sinwar, che ama mostrarsi scaltro e inacciuffabile e si fa beffe dello stato ebraico che è stato costretto a scarcerarlo nel 2011, quando per la liberazione del soldato Gilad Shalit lasciò uscire di prigione oltre mille palestinesi, tra cui alcuni terroristi, tra cui Yahya Sinwar, che ha approfittato del suo tempo nelle carceri israeliane anche per studiare l’ebraico e leggere i libri di pensatori ebraici.

Lo scorso anno, davanti alla folla a Gaza promise contro Israele un diluvio ruggente di razzi, un attacco ripetuto come una marea. Israele è convinto che dopo qualche giorno di battaglia, Hamas sarà disposto a fermarsi di nuovo per liberare altri civili rapiti, Sinwar che ha definito l’organizzazione “mia moglie, mia figlia, per me è tutto”, sa che sul campo di battaglia non può prevalere. Punta ad aumentare i fronti contro Israele approfittando anche dell’impatto positivo che le scarcerazioni dei palestinesi in Cisgiordania hanno avuto per i terroristi della Striscia. L’idea di trascinare Hezbollah per ora non ha avuto risultati, anche i miliziani sciiti hanno ripreso a lanciare razzi, ma non per fare un favore a Hamas

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Sul Foglio cura con Paola Peduzzi l’inserto EuPorn in cui racconta il lato sexy dell’Europa, ed è anche un podcast.