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Big Tech

Tra Musk e Bin Salman. Idee per una terza via per il futuro delle città

Fabio Bogo

Gli imprenditori alle prese con l'idea di centro abitato costruito ex novo per concentrare benessere degli abitanti e comodità di lavoro, dotato di infrastrutture avveniristiche e sostenibili dal punto di vista ambientale

Che la maggior parte delle città del mondo occidentale siano sovraffollate, con infrastrutture spesso inadeguate, soffocate dal traffico automobilistico e minacciate dallo smog non c’è dubbio. Il problema è: come cambiarle e migliorarle? E chi può farlo? Ci stanno provando, suscitando reazioni controverse, Elon Musk in Texas con la sua Snailbrook e Mohamed Bin Salman in Arabia Saudita, con The Line e New Murabba. E vogliono farlo i signori del Big Tech in California (c’è anche la vedova di Steve Jobs), che comprano terreni agricoli a tutto spiano nella contea di Solana. Il modello operativo è uguale per tutti, come concezione: una città ideale costruita ex novo, dove sintetizzare benessere degli abitanti e comodità di lavoro, dotata di infrastrutture avveniristiche, digitalizzate al massimo, sostenibili dal punto di vista ambientale. Un calcio ai vecchi agglomerati urbani, e si ricomincia da zero, insomma.

E’ un modello che non convince i più. Perché è calato dall’alto. E perché si intuisce che al centro del progetto c’è chi le città le costruisce, ma non chi le abita. “Se lasciamo che il tema delle città sia oggetto solo degli addetti ai lavori, urbanisti, politici e costruttori non ne usciremo mai” – dice Luca Ballarini, tirando a freddo le conclusioni della settima edizione del festival che Stratosferica ha organizzato a Torino, una full immersion di tre giorni con esperienze di rigenerazione urbana da tutto il mondo - e per questo a Utopian Hours abbiamo invitato quelli che definiamo gli Eroi Urbani”. Sono cittadini, imprenditori, ricercatori, giornalisti. Portatori di idee e di esperienze che hanno avuto successo e che possono essere replicate. Peter Van Wimgerden, ad esempio, è un imprenditore olandese affascinato dal concetto di  produzione agricola locale, una chiave per contrastare cambiamento climatico e problemi di logistica. E a Torino ha spiegato come è riuscito a Rotterdam a realizzare una fattoria urbana galleggiante, dove produrre ortaggi ma anche prodotti caseari. Chi lo ha detto – si è chiesto – che le mucche non possano pascolare sull’acqua? E alla fine le bestie ce le ha portate, e così’ anche il formaggio ed il latte prodotti sono a chilometro zero, o a miglio marino zero se si preferisce usare il sistema metrico della nautica. E sempre sull’acqua, ad Amsterdam, è nato il progetto illustrato da Marjan de Blok, che si sviluppa nella forma di una mini città costruita sui canali, con dei pontili che collegano le abitazioni, mono o bifamiliari, alla terraferma, in gran parte autosufficienti grazie ai pannelli solari e anzi capaci di produrre energia sfruttando le acque reflue.

Una novità? Non del tutto, perché Amsterdam è già una città sull’acqua, e prima ancora della città olandese il vivere sull’elemento liquido lo hanno inventato a Venezia. Ma la nuova comunità olandese dimostra che il passato si può replicare, e anche migliorare. Hubert Beroche è arrivato invece da Parigi a spiegare che smart city e uso dell’intelligenza artificiale non sono da guardare solo con sospetto, e che se in qualche paese la tecnologia serve alle autorità per il rilevamento facciale degli abitanti e la loro schedatura, non è detto che questo sia la norma. Le città hanno bisogno di efficienza, l’intelligenza artificiale la favorisce: “La tecnologia – ha spiegato – deve adeguarsi alla città e gestire la complessità, e può essere urbanizzata rimettendo al centro le persone e le loro esigenze: funziona a Tokyo, a Boston, a Londra”. Richard Upton è invece una delle figure di riferimento nel settore Real Estate, fondatore del gruppo Cathedral, che opera nello sviluppo immobiliare. La linea guida e il segreto del successo – ha spiegato a Torino – è mettere attorno allo stesso tavolo i decisori politici e gli attori privati, con forme di partenariato che permettano di trovare risorse altrimenti non raggiungibili dal punto di vista finanziario.

Gli interventi sulla Greater London e nel SouthEast della capitale oltre ad aver rivitalizzato parti dormienti della città hanno generato benefici milionari in termini di valore immobiliare e sociale nelle due aree. “Le città sono strapiene e abbiamo periferie gigantesche che sono diventate ingestibili – spiega Ballarini – e allora è sbagliato insistere con un modello economico frusto e perdente, fatto di ‘compro il terreno, costruisco, sviluppo e vendo’. Le città vanno trasformate con il contributo dei non urbanisti, perché dove questo è successo, come a Miami, Lisbona, Dublino, Helsinky, sono state realizzate trasformazioni che hanno integrato gli aspetti sociali, ambientali e tecnologici. E se ci sono esempi positivi è giusto imitarli. E anche semplice”. Perché questo non accade nelle nostre città o accade molto raramente, soprattutto in Italia? “Intanto perché i nostri policy maker hanno il brutto vizio di voler ripartire sempre daccapo e non replicare cose fatte bene ma non da loro - dice Ballarini - e poi perché siamo impacchettati nella logica in base alla quale alla fine a decidere sono le amministrazioni e i costruttori, che sono sempre prevalentemente concentrati sul concetto di rendita economica.

Nella partita manca la creatività, e quella più brillante probabilmente non viene dagli urbanisti, ma dai non addetti ai lavori”. Il denaro però serve. “Certamente, e questa è una grande lacuna del mondo finanziario. Perché Big Money non partecipa alla rigenerazione urbana?- si chiede Ballarini. Eppure è un aspetto importante e interessante dal punto di vista economico. Ma ad iniziative come il nostro festival di Torino di rappresentanti del loro mondo se ne vedono pochi, e meno ancora capi azienda illuminati. C’erano però tanti giovani, tanti creativi, tanti eroi urbani. E’ grazie a loro che puntiamo a far capire a tutti quanto è urgente rigenerare le nostre città”. Lo aveva capito, 50 anni fa, Italo Calvino che che è stato ricordato come urbanista immaginario e appassionato in occasione del centenario della nascita. Nelle “Città Invisibili”, un appello a creare spazi di vita migliori, scriveva: “La città non ci racconta il suo passato, lo contiene come le linee di una mano”.

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