Pechino rimuove il ministro degli Esteri Qin Gang. Il ritorno di Wang Yi e il problema della segretezza

Giulia Pompili

Più si prolungava il periodo della sua scomparsa, più aumentava l'imbarazzo per la leadership cinese. Oggi il Comitato permanente del Politburo ha annunciato la rimozione dall'incarico in una sessione straordinaria. Il simbolo della poca trasparenza della Cina in tutti i settori

Roma. Qin Gang è stato rimosso dalla carica di ministro degli  Esteri cinese. L'annuncio della decisione è stato dato dai media statali cinesi dopo la sessione speciale del Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo che si è tenuta oggi.  Torna al suo posto Wang Yi, il capo della diplomazia cinese che aveva già svolto il ruolo di ministro degli Esteri durante il primo e secondo mandato del presidente Xi Jinping. Era dal 25 giugno che Qin Gang non si vedeva  in giro, ha saltato diversi importanti appuntamenti della diplomazia internazionale di Pechino, dalle visite di almeno due funzionari dell’Amministrazione americana fino al summit dei ministri degli Esteri dei paesi del sud est asiatico in Indonesia. Qin Gang era sparito dagli eventi pubblici, e le autorità cinesi avevano giustificato la sparizione con “motivi di salute”, ma online le speculazioni sono state molte in un luogo dove una assenza prolungata può voler dire qualunque cosa: un arresto, una malattia, uno scandalo a cui bisogna trovar soluzione. Ma più si è prolungato il periodo della sua scomparsa, più è aumentato l’imbarazzo per la leadership di Pechino. Qin Gang era stato nominato ministro degli Esteri dal leader Xi Jinping solo sette mesi fa, per prendere il posto di Wang Yi, promosso a capo della diplomazia del Partito comunista cinese.

 

Ma Wang non ha mai perso il suo ruolo centrale, anche nel dialogo con i paesi occidentali, mentre Qin Gang è sparito dai radar pochi giorni dopo l’incontro con il segretario di stato americano Antony Blinken e dei colloqui con i diplomatici russi e vietnamiti.  Questo buco di quasi un mese dice molto della segretezza e della scarsa trasparenza del sistema cinese. “Resta abbastanza plausibile che Qin si sia ammalato e si stia riprendendo. Ma anche così, l’episodio sarebbe un esempio eloquente di come l’avversione del Partito a condividere le cattive notizie possa minare i suoi sforzi per controllare la narrazione”, hanno scritto la settimana scorsa sul New York Times Chris Buckley e David Pierson.

 

La segretezza sta diventando l’aspetto più importante della leadership cinese. Ed è forse il fattore più spaventoso per l’occidente. Mentre Pechino può relazionarsi con i paesi occidentali conoscendo processi decisionali, dati open source, semplicemente attraverso la diplomazia oppure leggendo i media locali, la stampa libera, lo stesso meccanismo non funziona al contrario. La leadership di Pechino applica il principio di segretezza e negazione a qualunque cosa. Per esempio il Covid, e il mistero mai chiarito sul cambio di passo improvviso nella gestione della pandemia: a dicembre la Cina è passata da una chiusura totale e repressiva all’allentamento di tutte le restrizioni nel giro di ventiquattro ore. Questo cambiamento ha avuto evidentemente degli effetti sui contagi.

 

Nella provincia di Zhejiang, il numero di cremazioni nel primo trimestre del 2023 è aumentato del 73 per cento rispetto all’anno precedente. Quando la stampa ha iniziato a interessarsi ai numeri, i dati su morti e cremazioni sono scomparsi. Funziona così per le questioni di ordine pubblico, per i dati economici, ma anche in settori come quello della Difesa e degli armamenti. Il mistero di Qin è il simbolo di un problema più grande, scrive sul Washington Post Josh Rogin: “Il governo di Xi non si limita a mantenere la segretezza sui funzionari e sui loro scandali. Pechino sta anche riducendo la trasparenza di base in tutti i settori, con enormi implicazioni per il governo degli Stati Uniti, per le imprese internazionali e per chiunque abbia bisogno di informazioni dall’interno della Cina”. 

 

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.