Meloni, la Via della seta e la fine del mito cinese

Il ricatto di Xi Jinping è già iniziato sul business occidentale, non solo italiano

Giulia Pompili

La presidente del Consiglio dice che sul memorandum con la Cina non è stata ancora presa una decisione. L'accordo alternativo della Farnesina e i negoziati con Pechino. Ma per gli investitori occidentali la Cina è già incerta e pericolosa

Ieri, da Praga, per la prima volta da quando è arrivata a Palazzo Chigi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato della Via della seta.  E a chi le chiedeva se l’Italia resterà o no dentro al progetto strategico cinese, ha risposto che “è una decisione che ancora non abbiamo preso, è una decisione delicata”. Secondo quanto si apprende, Palazzo Chigi e la Farnesina stanno lavorando a diverse soluzioni soprattutto per evitare la rappresaglia di Pechino in caso di uscita. In particolare la Farnesina starebbe lavorando a un documento “alternativo”, che però non piace alla controparte cinese.

 

E il motivo è che nel documento della Farnesina manca l’espressione politica chiave, dal punto di vista cinese, e cioè  la “nostra cooperazione sulla Via della seta”, menzionata anche ieri dal portavoce del ministero degli Esteri di Pechino Wang Wenbin interpellato sull’intesa Italia-Cina. Secondo il memorandum, firmato nel marzo del 2019, l’uscita va comunicata ai funzionari cinesi entro tre mesi dalla scadenza naturale di 4 anni dell’accordo, che altrimenti si considera automaticamente rinnovato. Quattro anni fa, quando il governo di coalizione Lega-Cinque stelle guidato da Giuseppe Conte decise per l’ingresso dell’Italia nel progetto-bandiera del leader Xi Jinping, la firma venne giustificata dagli entusiasti parlando di “un’opportunità storica per aprire nuovi mercati a favore delle nostre imprese, tessendo profonde relazioni commerciali che potranno produrre importanti opportunità di investimento”, aveva detto Conte. A quattro anni di distanza i dati economici smentiscono quelle promesse. La Cina non ha investito di più in Italia, anzi, ha investito sempre meno in tutta Europa (-22 per cento di investimenti diretti nel 2022 rispetto al 2021, si legge in uno studio di Rhodium e Merics pubblicato ieri), il disavanzo commerciale dell’Italia con Pechino si è lievemente ridotto, ma resta ampissimo. Meloni dunque ha tempo fino a dicembre per decidere, ma nel frattempo, fuori dall’Italia, di business con la Cina si parla soprattutto per altri motivi. Perché l’ambiente del business cinese è diventato sempre più ostile per gli imprenditori occidentali, in una parabola discendente preoccupante.  

 


Nelle ultime settimane, le forze dell’ordine cinesi hanno effettuato diverse perquisizioni negli uffici di almeno tre grandi società di consulenza americane, la Minz a Pechino, la Bain & Company e la Capvision Partners a Shanghai. Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, diversi dipendenti sono stati interrogati e perfino detenuti. Le società di due diligence sono essenziali per chi vuole fare affari con la Cina, e hanno necessità di accedere ai dati cinesi per offrire analisi efficaci – quegli stessi dati la cui condivisione con aziende straniere adesso Pechino vuole limitare. Sono segnali che iniziano a rivelare una strategia che non si limita ai proclami e alla propaganda: le accuse di spionaggio o di manipolazione delle informazioni che minano la sicurezza nazionale sono sempre più opache e influenzabili dal punto di vista politico. L’effetto intimidatorio di certe azioni, unito a un sistema legale incerto, mette in difficoltà chi fino a oggi ha festeggiato la riapertura economica della Cina dopo i tre anni di pandemia e rende più complicata l’azione diplomatica dei funzionari di Pechino che promuovono il business con l’occidente. 

 


L’altro ieri l’ambasciatore dell’Unione europea a Pechino, Jorge Toledo Albiñana, durante una conferenza stampa, ha detto di essere preoccupato dal rafforzamento della legge sulla sicurezza cinese e dall’inasprimento della legge sullo spionaggio, quest’ultimo avvenuto a luglio: “Non favorisce l’obiettivo cinese di aprirsi a un maggior numero di attività che arrivano dall’estero”, ha detto il diplomatico. Anche la Camera di commercio europea in Cina ha fatto sapere che certe azioni sono “un segnale sbagliato” alle aziende straniere che vogliono investire nel paese. 

 


Ad aggravare il business con la Cina c’è anche l’introduzione “di nuove leggi e regolamenti sui divieti di uscita, che complicano e confondono ulteriormente il panorama legale”, si legge in un report della ong spagnola Safeguard Defenders uscito all’inizio di maggio. A spaventare di più è l’aumento dell’uso dello strumento dei divieti di uscita, applicato a un numero sempre maggiore di circostanze, e a causa del quale “decine di cittadini stranieri non possono uscire dal paese se l’azienda per la quale lavorano è coinvolta in una causa civile”. A volte si tratta di una strategia definita “diplomazia degli ostaggi”, usata da Pechino come ritorsione contro un governo straniero o per ottenere concessioni. “Da diversi anni”, si legge nel report, “il Dipartimento di stato americano avverte che Pechino utilizza i divieti di uscita per ‘ottenere un potere di contrattazione sui governi stranieri’”. 

 


Un mese fa la forzista Maria Tripodi, sottosegretaria agli Esteri, e il presidente della Camera di Commercio Italiana in Cina, Paolo Bazzoni, sono stati ampiamente citati sulla stampa cinese per la loro partecipazione alla China International Consumer Products Expo di Haikou, la capitale di Hainan, dove l’Italia era ospite d’onore. In un videomessaggio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva “sottolineato il consenso bilaterale nel rafforzare i legami commerciali tra Cina e Italia e per stimolare la ripresa economica globale attraverso sforzi congiunti”, come riportato dall’agenzia statale cinese Xinhua. Il governo italiano è preoccupato dalla possibile rappresaglia cinese contro le aziende e il business italiano in caso di uscita dalla Via della seta, ma il ricatto cinese contro il business occidentale è già iniziato da un pezzo. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.