Foto di Tsafrir Abayov, AP Photo, via LaPresse 

il punto

Fede e fertilità sempre più in crescita. Israele va in controtendenza

Giulio Meotti

Lo stato ebraico sta rapidamente cambiando faccia: sta diventando "la più religiosa tra le nazioni ad alto reddito". Ed è questa natura che lo rende un paese profondamente diverso dagli altri stati occidentali

In tutto l’occidente, dall’America alla vecchia Europa, da anni stanno crollando due pilastri che reggono da sempre le civiltà: fede e fertilità, credere in qualcosa piuttosto che in niente e fare un numero sufficiente di bambini per tenere in piedi la società. 

 

C’è un solo paese “occidentale” secondo tutti gli indici democratici, culturali, sociali, civili ed economici, che da anni va in controtendenza: Israele. La fede è sempre più preminente e la fertilità sta conoscendo una crescita superiore persino ai paesi islamici. Un cambiamento epocale. 

 

Israele si qualifica come “paese industrializzato”. Il suo pil pro capite è di 55.359 dollari, ovvero sta tra l’Austria (52.062) e i Paesi Bassi (56.298). La sua popolazione di 9,6 milioni è uguale a Ungheria, Portogallo, Grecia o Svezia. Nel 2020, le donne ebree israeliane ultraortodosse avevano una media di 6,64 figli, le donne “religiose” una media di 3,92 e le donne laiche una media di 1,96, che è comunque quasi il doppio dell’Italia. Sebbene la cifra di 1,96 per le donne israeliane laiche sia significativamente più alta di quella di qualsiasi altro paese industrializzato, non è comunque troppo lontana dall’1,6 di altri paesi occidentali. Le religiose israeliane hanno un tasso di fertilità molto più alto rispetto alle donne laiche in Israele o alle donne laiche in altri paesi. Allo stesso tempo, la maternità non impedisce alle donne israeliane di essere insegnanti, avvocatesse, architette, professoresse, programmatrici di computer e imprenditrici; il tasso di partecipazione delle donne ebree alla forza lavoro è superiore alla media Ocse.

 

Ciò che apprendiamo dall’eccezione israeliana, in breve, è che Israele è un’eccezione meno di quanto sembri. Gli israeliani come popolo non hanno più figli perché sono israeliani; gli israeliani religiosi hanno più figli perché sono religiosi e più profondo è il loro impegno religioso, più è probabile che abbiano figli. Ciò che rende Israele un’eccezione è il fatto che ha una percentuale di persone religiose sempre più alta rispetto ad altri paesi e che questa aumenta ogni anno di più.

 

Israele è stata definita “la più religiosa tra le nazioni ad alto reddito”. Il 98 per cento degli ebrei israeliani fissa una mezuzah sulla porta (una piccola scatola contenente versetti biblici scritti a mano) come un tempo si faceva nelle nostre case con il crocifisso; il 92 per cento dei bambini maschi è circonciso (in Europa occidentale non ci si battezza quasi più) e, cosa più importante, il 70 per cento mantiene le leggi alimentari ebraiche a casa (nessuno o quasi digiuna più durante la Quaresima). Metà delle piccole comunità ebraiche europee scompariranno invece a causa dell’assimilazione entro una generazione. “I dati attuali mostrano che i matrimoni misti e l’assimilazione nella diaspora ebraica hanno raggiunto il massimo”, ha appena detto Ariel Musicant, presidente del Congresso ebraico europeo. “I matrimoni misti sono al 50 per cento in Europa e al 75 per cento negli Stati Uniti. Se questa tendenza continua, gran parte della diaspora ebraica scomparirà entro una o due generazioni. In altre parole, il 50 per cento delle piccole comunità ebraiche scomparirà nei prossimi 30-50 anni”.

 

Sondaggi dopo sondaggi condotti in Israele mostrano che il termine “hiloni”, o ebreo laico, ha perso gran parte del suo significato. Sebbene la maggioranza degli israeliani usi ancora quel termine per descrivere sé stessi, è diventato una descrizione sociologica per coloro che mandano i propri figli nelle scuole pubbliche tradizionali e non votano per uno dei partiti religiosi. Un sondaggio Guttman ha scoperto che l’80 per cento degli ebrei che vivono in Israele crede in Dio e il 65 per cento che sia l’autore della Torah e dei comandamenti. Un dato che va messo a confronto con il 17 per cento nel Regno Unito e il 41 in Italia. Israele sta cambiando pelle. Oggi è ampiamente riconosciuto che il gruppo che ha fatto di più per impedire la secolarizzazione del popolo ebraico in Israele sono stati gli ebrei sefarditi e mizrahi arrivati dal Nord Africa e dal medio oriente. Per quanto l’establishment laico sionista dell’epoca ci provasse, non è stato in grado di convincere questi immigrati ad accettare l’agenda culturale socialista. “La società israeliana oggi è una società conservatrice e orientata alla famiglia”, afferma il professor Shahar Lifshitz dell’Università di Bar-Ilan.

 

L’ebraicità di Israele si è sviluppata in un ambiente di non separazione tra religione e stato. La religione ebraica e la vita pubblica in Israele sono intrecciate. La religione penetra in aree che non sono di evidente interesse religioso. E qui si crea uno scontro. 

 

Anche se spesso considerato europeo, Israele è culturalmente, anche se non economicamente o nell’istruzione, più mediorientale di quanto non sia compreso dagli osservatori esterni. In contrasto con la diaspora, che è dominata da ebrei ashkenaziti originari dell’Europa, metà degli israeliani sono mizrahi da paesi come Yemen, Iraq, Iran, Marocco, Tunisia, Egitto. Matti Friedman sostiene che questo oggi è il “vero” Israele: “Israele fa parte del continuum del giudaismo nel mondo musulmano, insieme ai resti dell’ebraismo europeo”. In quanto tale, il paese “non poggia sul secolarismo. Poggia su un fondamento dell’identità ebraica. I nuovi israeliani sono più conservatori che liberali, orgogliosi della loro eredità, di orientamento nazionalista e trovano qualsiasi cosa che sa di socialismo di stato ripugnante”. 

 

Per capire come cambi il paese basta guardare il governo. Il nuovo ministro degli Affari di Gerusalemme, Meir Porush, ha dodici figli. Il ministro delle Missioni nazionali, Orit Strock, ne ha undici. Il ministro dell’Edilizia ne ha dieci, il ministro degli Interni Itamar Ben Gvir ne ha nove, il ministro delle Finanze Bezalel Smootrich e il ministro dell’Immigrazione Ofir Sofer ne hanno sette ciascuno e il ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu ne ha sei. La leader del Labour, Merav Michaeli, ne ha uno. I 64 membri della coalizione di Netanyahu hanno 313 figli. I 56 membri dell’opposizione ne hanno solo 170, poco più di metà. In media, un parlamentare della maggioranza ha otto bambini e un membro dell’opposizione, inclusi i partiti arabi, appena tre. Da soli, quattro membri della Knesset (Yitzhak Goldknopf, Meir Porush, Israel Eichler e Yacov Tesler) insieme hanno 46 figli. Al contrario, i 24 membri della Knesset di Yesh Atid (il partito di Yair Lapid) hanno in tutto 59 bambini. Da solo, l’ex giornalista Eichler ha quattordici figli. 

 

Gli ebrei religiosi (“Dati”) sono il dieci per cento di tutti gli adulti israeliani e quelli che si definiscono tradizionali (“Masorti”)  il 23 per cento. Mentre il 56 per cento degli ebrei “dati” si colloca nella destra politica, haredim e masorti hanno la stessa probabilità di collocarsi a destra o al centro. La maggior parte degli ebrei laici – il 62 per cento – si identifica come centrista. Soltanto l’otto per cento ormai si definisce di sinistra.  

  
La rapida crescita della popolazione ultraortodossa di Israele ha profonde conseguenze per il resto della società, in particolare per il delicato rapporto raggiunto  tra religione e laicità. Inoltre, elettori e politici ultraortodossi sono sempre più alleati con partiti di un altro gruppo demografico religioso la cui influenza sta crescendo: i nazionalisti ortodossi. 

 

Nel 2015, l’allora presidente Reuven Rivlin ha tenuto un famoso discorso in cui ha definito Israele una società di “quattro tribù”. Ci sono gli ebrei laici o moderatamente religiosi, che hanno costituito la stragrande maggioranza dei fondatori del paese e fino a oggi costituito la maggior parte della sua élite politica, economica e culturale. Sebbene le stime varino, la metà della popolazione ebraica di Israele si considera laica e il 19 per cento è marginalmente osservante. Poi c’è il gruppo solitamente chiamato “religioso nazionale” o “sionista religioso”. Questi israeliani combinano l’ebraismo ortodosso con l’impegno per il sionismo politico e ora costituiscono il nucleo del movimento dei coloni. Corrispondono al venti per cento della popolazione ebraica di Israele. Un terzo gruppo è chiamato Haredim, timorati, o ultraortodossi. A differenza di altri ebrei ortodossi, che sono integrati nei quartieri e nei luoghi di lavoro tradizionali, molti Haredi cercano di separarsi in una certa misura dalla società laica. In origine, non sostenevano la creazione  di Israele, che credevano dovesse avvenire solo attraverso il Messia. Oggi, le comunità Haredi sono tutte politicamente associate a partiti di destra e sono sempre più integrate nella società. Il quarto gruppo menzionato da Rivlin è quello degli arabi israeliani.

 

Nel corso del tempo, c’è stato uno spostamento della popolazione tra i quattro settori. Quando Rivlin pronunciò il suo discorso, per la prima volta la maggior parte degli alunni di prima elementare  non era stata ammessa alle scuole ebraiche laiche, ma a uno degli altri tre sistemi. La popolazione ultraortodossa sta crescendo rapidamente. Le famiglie ortodosse hanno una media di sette figli, rispetto ai soli tre nella popolazione generale e neanche due tra gli ebrei laici. Secondo un recente studio dell’Israel Democracy Institute, il settore ultraortodosso costituisce il 13,5 per cento della popolazione israeliana e salirà al 16 per cento entro la fine del decennio, con ulteriori incrementi attesi. Gli ortodossi costituiscono già oggi un quarto di tutti gli alunni ebrei nelle scuole israeliane. Nel 2050, un ebreo israeliano su tre vestirà di nero. 
La seconda “tribù” in più rapida crescita in Israele, in base al tasso di natalità – con famiglie di quattro figli, in media – è quella dei religiosi nazionali. Nella Cisgiordania contesa, i palestinesi hanno tre figli, gli ebrei ne hanno cinque e gli ebrei ultraortodossi quasi otto. 

 

Basta pensare che il capo dell’opposizione a Netanyahu prima di lasciare la politica, Naftali Bennett, è stato il primo premier d’Israele a indossare una kippah, il copricapo dei religiosi. Padre di quattro figli, il nuovo capo di stato maggiore Herzi Halevi ha una laurea in Filosofia e vive nell’insediamento di Kfar HaOranim. Il padre di Halevi è un discendente del rabbino Abraham Isaac Kook, il fondatore del sionismo religioso. È cresciuto in una famiglia religiosa e ha studiato in scuole religiose. La percentuale di ufficiali religiosi nell’esercito è passata dal 2,5 per cento nel 1990 al 30 per cento di oggi. “I sionisti religiosi hanno in gran parte preso il fuoco ideologico del movimento laico dei kibbutz, che ha costruito fattorie collettive socialiste nei primi anni dello stato” scrive l’Economist. “Ora sono i ragazzi delle yeshiva (seminari ebraici) che cercano di coltivare la terra e diventare ufficiali dell’esercito. 

 

Gli ebrei nazional-religiosi, che rappresentano il dieci per cento della popolazione, costituiscono il 40 per cento degli ufficiali di fanteria. La maggior parte dei comandanti della brigata Golani sono ebrei religiosi. 

 
Chiunque visiti Israele vedrà un paese diverso da vent’anni fa: meno occidentale e più orientale, con una grande minoranza soprattutto di giovani che vorrebbero vivere come a Londra o ad Amsterdam. Per dirla con Haaretz, “Israele è l’unico paese al mondo dove gli uomini pregano più delle donne”. In mezzo secolo, la metà di tutti i bambini israeliani proverranno da famiglie ultraortodosse. E pensare che fino a quarant’anni fa le comunità ultraortodosse vivevano autosegregate ai bordi della società e uscivano dal loro isolamento solo per compiere rapide sortite. Lo stato sionista era visto da loro come un’entità di carattere blasfemo in quanto i testi sacri insegnano che solo Dio stabilisce quando potrà essere creato il Regno. Oggi sono ministri, dominano gli scranni della Knesset, li trovi nell’esercito, in tutti i posti di lavoro, riempiono le strade. 

 

Vittorio Dan Segre sognava per Israele un destino simile alla Svizzera. Shimon Peres voleva farne la Hong Kong del medio oriente. Non sarà nulla di tutto questo, piuttosto sarà un paese sempre più nazionalista e post-liberale in senso occidentale, un misto di Sparta, shtetl e start-up. Non c’è mai stato nulla di simile nella storia ebraica.

Di più su questi argomenti:
  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.