L'alleanza di Difesa tra Italia, Regno Unito e Giappone è anche a protezione di Taiwan

Giulia Pompili

Il programma Tempest (Global Combat Air Programme) è uno straordinario progetto di aviazione, tecnologia e innovazione. Ma solo per Londra e Tokyo significa pure: deterrenza contro la Cina. L'America finanzia la Difesa di Taipei e il Belgio riceve lettere di minacce da Pechino. Il governo italiano continua con una tradizionale ambiguità

Il Global Combat Air Programme, annunciato ieri dai governi di Italia, Regno Unito e Giappone, è “un ambizioso progetto volto allo sviluppo di un aereo da caccia di nuova generazione entro il 2035”, come si legge nel comunicato congiunto. Ma non si tratta soltanto di dar vita a un sistema aereo di nuovissima generazione, il Tempest (un sistema molto complesso, dove l’aereo da guerra sarà affiancato da diversi strumenti operativi e di ricognizione, droni e intelligenze artificiali). Il Global Combat Air Programme, in realtà, è l’avvio di una alleanza strategica simile al patto di sicurezza trilaterale fra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, annunciato nel settembre 2021 e denominato Aukus. Almeno così lo considerano a Londra e Tokyo. E del resto il momento è cruciale: il cosiddetto “team Tempest” lavora da almeno quattro anni al progetto, ma la guerra della Russia contro l’Ucraina ha cambiato molte cose anche nelle alleanze, negli assetti strategici e di Difesa in vista di possibili altri sconvolgimenti geopolitici. Il nuovo fronte potrebbe essere nell’Indo-Pacifico, dove  la Cina è sempre più forte, influente, e un problema globale. 

 

Per il Giappone si tratta di una prima volta: mai, dal Dopoguerra, aveva inaugurato collaborazioni di questo livello con altri partner all’infuori degli Stati Uniti. Ma il piano del governo giapponese di aumentare “significativamente” la spesa per la Difesa  è stato accolto favorevolmente anche da Washington. Perché se le risorse dei paesi alleati dell’occidente, in questo momento, sono state in gran parte messe a disposizione dell’Ucraina per difendersi dalla lunga guerra contro la Russia, nell’Indo-Pacifico la minaccia non è solo la Corea del nord, ma anche e soprattutto la Cina.

 

 
L’ipotesi – remota ma concreta – non è tanto di una guerra per la “riunificazione” con Taiwan quanto di uno show di forza costante nelle acque dello Stretto che divide la Cina dall’isola de facto indipendente. E poi c’è la militarizzazione del mar cinese meridionale da parte di Pechino, con l’istallazione di basi militari su isole artificiali, le esercitazioni militari (anche congiunte con la Russia) sempre più dimostrative: tutti elementi per i quali i paesi dell’area e i loro alleati hanno chiesto più deterrenza contro Pechino. Eppure tra i paesi del G7, l’Italia è quella considerata meno interessata e impegnata nell’area strategica dell’Indo-Pacifico, anche per la sua ambiguità politica, negli ultimi anni, con Pechino. Poi c’è il business: solo una settimana fa la Camera di commercio italiana in Cina e Confindustria hanno firmato una partnership per la promozione del made in Italy nel paese – molte piccole e medie imprese colpite dalla fine del commercio con la Russia cercano altri mercati di sbocco. Una fonte del Foglio, che preferisce rimanere anonima, spiega che l’alto coinvolgimento di aziende private nel progetto Tempest è vantaggioso, ma ci sarà molto da lavorare per assicurarsi che alcune di quelle aziende non siano “troppo coinvolte nella vendita di tecnologia critica alla Cina” – il messaggio sembra rivolto a Leonardo, che negli ultimi anni ha venduto elicotteri e, insieme con Airbus, aerei a Pechino.      


E del resto per il primo ministro inglese Sunak “la partnership con l’Italia e il Giappone mostra che la sicurezza delle regioni euro-atlantica e indo-pacifica sono indivisibili”. Questa visione strategica condivisa dal Giappone, non ha trovato corrispondenza, però, nelle dichiarazioni di alcun membro del governo italiano, al di là del comunicato congiunto pubblicato sul sito di Palazzo Chigi. 


In America invece, Taiwan continua a essere considerata una potenziale “nuova Ucraina”: ieri la Camera dei rappresentanti ha approvato una proposta di legge per aumentare a 858 miliardi di dollari il bilancio del 2023 per la Difesa, e per la prima volta sono previsti 10 miliardi di dollari per finanziare la fornitura di armi a Taiwan. Il budget dovrà ora essere approvato dal Senato. Si tratta non tanto di preparare la guerra di difesa di Taipei,  piuttosto di mostrare l’impegno americano per la difesa di Taipei. 


Anche in Europa la questione delle pressioni autoritarie cinesi inizia a essere un tema di politica interna. Ieri Politico ha rivelato che Pechino sta facendo pressioni sul Parlamento belga affinché modifichi una proposta di risoluzione sulla “crescente minaccia verso Taiwan”. In una lettera l’ambasciatore cinese in Belgio, Cao Zhongming, ha scritto che “qualsiasi atto che appoggi l’‘indipendenza di Taiwan’ danneggerà seriamente la pace e la stabilità dello Stretto”, e poi che non è saggio “giocare con il fuoco”, perché questo potrebbe “danneggiare seriamente” le relazioni tra il Belgio e la Cina. La minaccia è quasi sempre quella di un boicottaggio economico difficile da gestire, soprattutto dal punto di vista politico.   

 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.