I soldati caricano un sistema missilistico di artiglieria ad alta mobilità (HIMARS) da un aereo US Special Operations MC-130J (LaPResse) 

arrivano i nasams

Per difendere i cieli ucraini servono più munizioni. Ma i chip scarseggiano

Giulia Pompili

I più di cento missili da crociera lanciati dalla Russia in poche ore tornano a fare parlare della necessità di dotare Kyiv di sistemi antimissile più sofisticati per intercettare le minacce che arrivano dal cielo. Uno studio del Royal United Services Institute e le parole del programma Sicurezza e Difesa delI'Istituto Affari Internazionali

Dalla nostra inviata a Seul. Più di cento missili da crociera lanciati dalla Russia contro il territorio ucraino nel giro di poche ore, ieri, sono una pioggia di missili. E sono il motivo per cui ieri si è tornati a parlare della necessità, per l’occidente e gli alleati, di dotare Kyiv di più munizioni e di sistemi antimissile più sofisticati, e in grado di intercettare e abbattere le minacce che arrivano dal cielo. 

     
Secondo uno studio del Royal United Services Institute pubblicato la scorsa settimana, nei primi due mesi di guerra i russi hanno condotto moltissimi attacchi attraverso bombardamenti aerei sul territorio ucraino, che poi sono cessati: il motivo è che Kyiv è riuscita, con i mezzi che avevano a disposizione le sue Forze armate, a infliggere alla Russia numerose perdite.

    
Per non essere intercettati gli aerei devono infatti volare a bassa quota, ma nel giro di poche settimane l’Ucraina ha dislocato in modo efficace le sue batterie di missili terra-aria che hanno difeso il suo spazio aereo. In pratica, a un certo punto dell’invasione la Russia ha perso la sua superiorità aerea, ed è stata costretta a concentrarsi su operazioni molto più costose come l’uso di missili da crociera e missili balistici. Solo che adesso la tattica del Cremlino è cambiata: l’obiettivo è quello di condurre “bombardamenti più mirati e sostenibili contro la rete elettrica ucraina, usando centinaia di droni kamikaze Shahed-136 forniti dall’Iran contro gli obiettivi più facili, e con l’uso di missili da crociera e balistici contro gli obiettivi più grandi”, si legge nello studio del Rusi.

 

Il problema è sul medio-lungo periodo: le munizioni di Kyiv che servono per equipaggiare le batterie mobili di missili terra-aria ucraine stanno finendo. Non appena smetteranno di funzionare, la Russia riacquisterà la sua capacità di condurre bombardamenti mirati aerei. Secondo il think tank britannico, “sul breve periodo, l’Ucraina ha anche bisogno di un gran numero di sistemi di difesa aerea trasportabili a spalla”, e di carri armati antiaerei equipaggiati da missili e radar, come i Gepard tedeschi, “per sostenere e aumentare la sua capacità di intercettare i droni kamikaze, proteggere le infrastrutture elettriche rimanenti e riparare in sicurezza quelle danneggiate”.

    
Esattamente un mese fa, quando la Russia aveva già iniziato gli attacchi missilistici su larga scala, durante una riunione della Nato l’America e gli altri paesi membri si erano detti disponibili a mandare a Kyiv sistemi molto più sofisticati. La Casa Bianca ha approvato l’invio dei Nasams, sistemi di difesa aerea sviluppati da Norvegia e America e che sono diventati operativi dieci giorni fa, dopo l’addestramento per l’uso dei soldati ucraini.  

  

Oggi il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin ha detto che i sistemi forniti “sono stati al cento per cento efficaci” negli attacchi missilistici russi. “Si tratta dei primi sistemi di difesa aerea a medio raggio ricevuti da Kyiv, dotati di missili terra-aria”, dice al Foglio Karolina Muti, del programma Sicurezza e Difesa dello Iai. “Oltre ai Nasams, l’Ucraina ha ricevuto gli Aspide spagnoli – sempre difesa aerea a medio raggio – di produzione italiana. Questo tipo di armamenti dovrebbero permettere di intercettare e abbattere elicotteri, aerei da combattimento, droni, missili da crociera. Naturalmente richiedono un certo addestramento, che per esempio la Spagna sta fornendo ai soldati ucraini a Toledo. Altri sistemi di difesa aerea che si sono rivelati particolarmente efficaci sul campo finora sono i cosiddetti ManPads – man-portable air-defense system –, cioè sistemi missilistici anti-aereo trasportabile a spalla, come gli Stinger, che servono a combattere target che volano a bassa quota, ma anche i sistemi missilistici S-300 di produzione sovietica e per questo facili da adoperare per gli ucraini e droni”, dice Muti.  Inoltre, sono arrivati anche i primi Iris-t tedeschi, sofisticatissimi missili aria-aria con rilevamento e inseguimento del bersaglio. 

  
Il punto è: non sono abbastanza. Mancano le munizioni, e c’è anche un altro problema di fondo: mancano i chip per far andare avanti la macchina di produzione di sistemi tecnologici utili alla difesa dell’Ucraina. L’ha detto anche Joe Biden all’inizio di novembre parlando della sua visita alla Lockheed Martin in Alabama. Lui gli ha chiesto di produrre più missili Javeline per gli ucraini, e loro hanno risposto: chi mancano i chip. “Per concludere”, dice Muti al Foglio, “non esiste una bacchetta magica tecnologica-militare per l’Ucraina in questo momento, ma più elementi che devono andare insieme, e tra questi c’è di sicuro il supporto militare – non solo armi, ma anche addestramento e intelligence, come stato finora – e serve necessariamente anche la coesione politica tra alleati Nato, Ue e Ucraina, la resilienza sociale che la popolazione ucraina sta dimostrando eroicamente, e sanzioni all’aggressore”. 

Di più su questi argomenti:
  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.