VERSO IL 20° CONGRESSO DEL PARTITO / -4

Il virus secondo Xi Jinping

L'incoronazione al Congresso cinese è la vittoria della politica paranoica Zero Covid

Giulia Pompili

A quasi tre anni dall’inizio della pandemia, quasi tutti i paesi del mondo hanno iniziato a convivere con il virus Sars-Cov-2, trovando il giusto compromesso tra  protezione sanitaria ed economica. Tutti tranne la Repubblica popolare cinese. Nel febbraio del 2020 Xi Jinping ha dichiarato una “guerra popolare” contro il virus, fatta di “grandi sacrifici” da parte della popolazione. Voleva dire: i lockdown, le quarantene, i continui test e il controllo paranoico dei contagi resteranno a lungo. Nessuno avrebbe mai potuto pensare che quelle regole e quei controlli sarebbero rimasti fino al Ventesimo Congresso del Partito comunista cinese. E forse rimarranno anche oltre. 


La strategia Zero Covid, un po’ come l’amicizia con la Russia di Putin in chiave anti occidentale, è una delle politiche più identificative del leader Xi Jinping, che sin dall’inizio dell’epidemia ha imposto l’eliminazione completa del virus dai confini nazionali. A quattro giorni dal Congresso che porterà alla consacrazione della sua leadership per un inedito terzo mandato, in molti si aspettavano che Xi potesse ammorbidire oppure addirittura cambiare strategia dopo la celebrazione del rito congressuale. Del resto, cercare di eliminare il virus invece di renderlo meno letale e inoffensivo con lo scudo vaccinale e l’immunità di gregge sembra ormai a tutti gli osservatori un’utopia poco realistica, anzi, difficilmente comprensibile. Lunedì sono stati registrati oltre duemila casi di Covid in Cina, e questo nonostante le restrizioni e i lockdown improvvisi che da tre anni fanno parte della vita quotidiana cinese anche per un caso sospetto o un contatto. Nelle ultime settimane le misure si sono perfino intensificate: un focolaio di Covid nel mezzo del Congresso, come era avvenuto a febbraio durante le Olimpiadi di Pechino, sarebbe imbarazzante per la leadership cinese. 
Ma la politica Zero Covid è lì per restare, e l’ha fatto capire più volte anche il  Quotidiano del popolo, organo del Comitato centrale del Partito comunista cinese, secondo il quale i lockdown e i continui tamponi “sono sostenibili”, “stabilizzano l’economia e proteggono vite umane”. Solo un approccio rigoroso come questo funziona contro il virus, mentre viene di continuo mostrato il cattivo esempio americano, che prima o poi, secondo la propaganda cinese, piangerà di nuovo molti morti dovuti al Covid. Intanto il piano vaccinale cinese è praticamente fermo, così come il tentativo di sviluppare un vaccino a mRna autoctono. 


Da dieci anni Xi Jinping sembrava guidare la Cina con pugno autoritario per un unico obiettivo: far uscire la popolazione cinese dalla povertà, azzerare le diseguaglianze e tener fede al patto sociale post massacro di Piazza Tiananmen, cioè meno democrazia in cambio di più ricchezza. Il successo economico cinese è spesso esaltato da opinionisti occidentali, che dimenticano i grandi costi umani di politiche come quella del figlio unico, che hanno ridotto la popolazione e aumentato la ricchezza diffusa, certo, ma provocando uno choc sociale difficilmente superabile. Da tre anni la politica Zero Covid ha definitamente smentito l’obiettivo primario di un benessere collettivo, l’economia non è più la priorità della leadership cinese, se mai lo è stata. La funzione della Zero Covid è intimidatoria, una forma di controllo giustificata dalla crisi sanitaria – non a caso negli ultimi giorni a finire in lockdown sono state proprio le aree più sensibili per Pechino: lo Xinjiang, il Tibet, la Mongolia interna. Le frontiere chiuse stanno isolando sempre di più la Cina dal resto del mondo, gli investitori stranieri scappano oppure decidono di risiedere nel paese soltanto per il minimo necessario, lasciando la famiglia a casa. Il turismo è dimezzato, secondo i dati Nomisma, anche quello interno alla Cina. Le autorità danno alla burocrazia del Covid la colpa dei passaporti che vengono rilasciati  con sempre più difficoltà.


Dentro alla leadership di Pechino non tutti sono d’accordo sulla politica repressiva del virus. Nei mesi scorsi diversi pensatori e accademici hanno pubblicato critiche velate al sistema, soprattutto per gli effetti sull’economia reale e sulla stabilità sociale – mai qualcuno che parli anche di salute mentale, un problema ormai serissimo in Cina a tre anni dall’inizio della pandemia. Perfino il premier Li Keqiang, che al Congresso di domenica verrà sostituito, aveva parlato della necessità di ristabilire la crescita economica come priorità. Ma con l’approssimarsi dell’incoronazione di Xi Jinping, tutte le critiche alla politica Zero Covid sono scomparse. 

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.