Un soldato ucraino fuma una sigaretta prima di una esercitazione militare nella zona di Kharkiv (Getty Images)

Il reportage 

Kyiv si può permettere di aprire più fronti, Mosca no

Cecilia Sala

Gli ucraini hanno davanti quattro mesi in cui i rapporti di forza sul campo difficilmente possono essere ribaltati: adesso sono loro a dettare le condizioni e sono i russi a inseguire. Che cosa dobbiamo aspettarci

Kharkiv, dalla nostra inviata. Su un pick up dell’esercito ucraino con la croce bianca disegnata sulle fiancate e sul tettuccio Mykhaylo, il capo dell’unità speciale Hartiya, parla di futuro: “Abbiamo una gran voglia di andare a riprenderci la Crimea, ma il nostro comandante è stato chiaro: almeno per quest’anno di andare in Crimea non se ne parla”. La croce è il simbolo delle forze ucraine, come la Z per le forze di aggressione russe. La parola ucraina “hartiya” è intraducibile in italiano, ma indica un concetto a metà tra “audacia” e “un gruppo di persone che la pensa allo stesso modo”. 

 

La strada è quella tra Kupyansk e Izyum, nella regione di Kharkiv appena liberata. Le cose sono andate meglio anche di quanto si aspettassero gli autori materiali della controffensiva. “Ci siamo mossi così spediti che per qualche ora neppure i nostri comandanti sapevano con precisione di quanto fossimo avanzati: ma quelli scappavano, noi potevamo fermarci? Le linee di difesa a Balaklya si sono spezzate come un cracker. I russi avevano avuto la pessima idea di posizionare lì la Guardia nazionale, gente che non sa combattere, tanto meno in territorio straniero”.

 

Nei piani iniziali del Cremlino la Guardia nazionale di Mosca doveva entrare in Ucraina con uno scopo diverso: reprimere le manifestazioni degli ultranazionalisti una volta che Kyiv fosse caduta e un amico di Vladimir Putin come l’oligarca Viktor Medvedchuk o l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovych avessero preso il posto di Volodymyr Zelensky. Sei mesi dopo abbiamo scoperto che alla fine di febbraio nella capitale c’erano degli appartamenti pronti per alcuni comandanti della Guardia nazionale russa e addirittura dei tavoli prenotati per loro nei migliori ristoranti del centro. Ma durante la prima fase della guerra Kyiv non è caduta e Mosca ha subito così tante perdite che gli uomini della Guardia nazionale si sono ritrovati in prima linea a Balaklya. 

 

“Kupyansk non è stata una sorpresa solo per voi, neanche noi ci aspettavamo che fosse così semplice: sapevamo di essere più dei russi e che i russi avrebbero indietreggiato al nostro arrivo, ma nelle nostre previsioni la loro nuova linea di difesa naturale sarebbe stata il fiume Oskil (che attraversa la città) invece hanno continuato a scappare fino a sparire del tutto”. I soldati ucraini a Kupyansk hanno messo al lavoro i soldati russi catturati e in questi giorni stanno ridipingendo i muri e le auto su cui gli invasori avevano disegnato delle grandi Z. Sui cubi di cemento piazzati in mezzo alla strada, per rallentare il traffico ai posti di blocco ucraini che fino a pochi giorni fa erano russi, ci sono i segni delle repubbliche separatiste disegnati con la bomboletta spray. E’ un altro esempio del fatto che i russi hanno lasciato la zona di Kharkiv in mano a truppe peggio equipaggiate e meno preparate dei soldati regolari e questo è parte della spiegazione della loro disfatta. 

 

Era una scelta dettata da necessità: Mosca non ha abbastanza uomini per proteggere sia il sud che l’est. Il Cremlino sta portando avanti da mesi una mobilitazione ombra ma non funziona: con una mobilitazione ufficiale i capi delle Forze armate potrebbero andarsi a scegliere uomini giovani e con competenze utili a sopperire alle mancanze dei battaglioni che in questo momento sono schierati in Ucraina. Con la mobilitazione ombra questa selezione non è possibile, bisogna farsi andare bene chi si presenta spontaneamente e spesso sono persone sopra i cinquant’anni, con problemi economici e nessuna esperienza in combattimento. Alla scadenza del contratto (dopo aver guadagnato qualche migliaio di euro) non lo rinnovano e di conseguenza anche quel poco di formazione che viene fatta loro non è un investimento che si può ammortizzare nel tempo, va sprecato.

 

Secondo gli analisti, anche se Mosca decidesse domani la mobilitazione generale (avrebbe un costo politico alto e per questo Putin vuole evitarla), gli effetti sulla guerra non si vedrebbero prima del 2023. Gli ucraini hanno davanti quattro mesi in cui i rapporti di forza sul campo – cioè il loro vantaggio – difficilmente possono essere ribaltati: adesso sono loro a dettare le condizioni e sono i russi a inseguire. 

 

Mosca ha spostato nel sud, nella regione di Kherson, la maggior parte dei suoi uomini migliori e soprattutto i berretti azzurri: un corpo militare d’élite composto da paracadutisti. Questo riposizionamento ha reso possibile lo sfondamento nel nord-est e ne rende possibili altri (meno spettacolari) in Donbas e nella regione di Zaporizhia. Si potrebbe pensare: a questo punto – imparata la lezione – i russi sottrarranno truppe al sud. Ma non sanno dove attaccherà Kyiv la prossima volta e spostare soldati da Kherson potrebbe rivelarsi una mossa suicida perché lì gli ucraini continuano a colpire le basi militari con gli Himars e avanzano lentamente sul terreno lungo tre direttrici: liberare il campo dai difensori in quella zona rischia di essere un altro regalo a Kyiv e una sconfitta da cui sarebbe impossibile risollevarsi. 

  

Il Cremlino ha di fronte un dilemma: se, come e dove spostare i suoi uomini. Per gli ucraini è un problema meno rilevante perché possono muoverli tagliando per le vie interne – per fare un esempio: un’unità ucraina impiega circa due giorni e mezzo a spostarsi dal fronte sud alla regione di Kharkiv, un’unità russa ci mette una settimana e mezzo. Kyiv si può permettere più fronti aperti, per Mosca avere pochi soldati sparpagliati e non sapere dove concentrarli è un problema.

 

L’aspetto paradossale di questi ultimi sviluppi del conflitto è che la maggior parte delle perdite subite da Mosca in questa guerra riguarda i soldati del distretto ovest della Federazione che, in teoria, è proprio quello che dovrebbe difendere la Russia da un’aggressione da occidente – cioè da un attacco della Nato. Un’ipotesi che in realtà non esiste, ma che corrisponde a una paranoia di Putin da cui deriva una teoria in voga anche in Italia secondo cui la Russia avrebbe in qualche modo un “diritto naturale” a un paese amico “cuscinetto” sul proprio fianco ovest (cioè l’Ucraina). Una teoria che sposano quelli secondo cui sarebbe stata l’Alleanza atlantica a provocare Putin con il suo allargamento verso est, che però è avvenuto per libera scelta dei paesi dell’Europa dell’est che hanno il terrore dell’espansionismo russo e ottimi esempi da portare a supporto delle proprie paure.
Cecilia Sala

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