i guai di Pechino

Il problema dell'economia cinese non è soltanto la siccità

Giulia Pompili

La stagione più calda degli ultimi sessant’anni ha imposto blackout a rotazione e razionamenti dell’energia. Così la produzione industriale si ferma, la crescita rallenta e il paese è sempre più isolato

Pandemia e siccità. Politica Zero Covid e blackout energetici. Per la produzione industriale in Cina è un periodo di grandi difficoltà, che rischia di peggiorare. La stagione più calda degli ultimi sessant’anni, cioè da quando hanno iniziato a registrare le temperature, e le scarse piogge degli ultimi mesi – una siccità anomala per quella che è la stagione delle piogge – hanno prosciugato intere parti del Fiume Azzurro.

L’emergenza è soprattutto per le aree che si affidano all’energia idroelettrica: nella provincia sud-occidentale del Sichuan, dove sono stati imposti blackout a rotazione e razionamenti dell’energia, anche a causa dell’aumento della domanda di elettricità, e nella limitrofa megalopoli Chongqing, dove la sospensione della produzione industriale è ora a tempo indeterminato. Andando verso est, la situazione è simile in città come Wuhan e pure a Shanghai, che ha dovuto spegnere le luci dell’iconico  Bund. A farne le spese, oltre ai cittadini alle prese col caldo infernale e le limitazioni all’uso dell’aria condizionata, sono le industrie. Ci sono almeno 16 mila impianti bloccati,  in un’area nota soprattutto per il settore dei pannelli solari e dei semiconduttori, e il problema  non riguarda solo la Cina. Apple, Tesla, Toyota e altri giganti internazionali, già colpiti dalla carenza di microchip nei mesi scorsi, sono costretti a fare i conti adesso con il razionamento e le sospensioni. Il Sichuan produce circa un terzo del litio cinese, e questo potrebbe aumentare i prezzi dell’elemento fondamentale per i prodotti tecnologici a livello globale. Lo stesso si può prevedere sui pannelli solari e prodotti agroalimentari come il riso: più della metà della produzione cinese, scrive Goldman Sachs nel suo bollettino, viene dalle aree colpite dalla siccità.


E’ una potenziale catastrofe, che potrebbe avere un impatto ancora maggiore delle politiche Zero Covid sull’economia cinese. Perché nel frattempo continuano i lockdown, gli isolamenti forzati, il controllo autoritario e imprevedibile sui contagi da Covid. L’area di Shanghai non ha ancora superato il lockdown e altre chiusure sono state imposte all’improvviso in altre zone (ieri, per esempio, a Zhuozhou, una città dello Hebei, già colpita dalla siccità). In tutto questo, il mercato immobiliare cinese, che rappresenta un terzo del pil, sembra “in caduta libera”, ha scritto sul Guardian l’economista Keyu Jin: “Il rischio è che la crisi del mercato immobiliare trascini con sé l’economia in generale, colpendo i fornitori, le piccole e medie imprese di costruzione e i consumi delle famiglie. E, cosa più pericolosa, il sistema bancario”. Ieri il Consiglio di stato cinese ha annunciato un pacchetto di stimoli emergenziale da 44 miliardi di dollari, ma secondo molti osservatori potrebbe non essere abbastanza.

Sebbene Pechino abbia fissato per quest’anno l’obiettivo di crescita più basso degli ultimi trent’anni, pari a circa il 5,5 per cento, per Goldman Sachs la crescita del pil cinese non andrà oltre il 3 per cento. Pandemia e siccità hanno aggravato una situazione già parecchio complicata dalla situazione politica internazionale. La distruzione del sistema della globalizzazione durante il Covid, e poi la guerra in Ucraina e la crisi energetica,  hanno estremizzato posizioni ideologiche e aumentato enormemente i rischi.  E il tasso di fiducia nei confronti della Cina è diminuito pure tra le aziende straniere più attive nella seconda economia del mondo.

 

Ieri il quotidiano giapponese Asahi ha pubblicato una lunga inchiesta sulle aziende nipponiche che per anni hanno avuto la propria produzione in Cina, contando sulla manodopera a basso costo, e ora stanno lentamente lasciando il paese. Panasonic, per esempio, ma anche Mazda Motor: entrambe hanno perso decine di migliaia di dollari di ricavi per via dei lockdown. Un manager della World Co. ha detto all’Asahi: “L’èra in cui si delocalizzava la produzione all’estero solo perché era meno costosa semplicemente è finita”. Allo stesso tempo, secondo un report pubblicato ieri da Merics, il think tank europeo più autorevole sulla Cina, sempre più aziende  europee soffrono diversi tipi di pressione da parte di Pechino –  il che rende sempre più difficile per  un’azienda gestire la produzione delocalizzata in Cina, ma soprattutto decidere di investire in Cina da zero.   

Con il deteriorarsi delle relazioni tra America e Cina, sono aumentati anche i rischi legati alle pressioni politiche ed economiche di Pechino contro le compagnie straniere sul proprio territorio “a scopo di segnalazione o deterrenza”. Secondo Merics, tra febbraio 2010 e marzo 2022 ci sono stati 123 casi di questo tipo: “Temendo di diventare un bersaglio, le aziende potrebbero evitare di fare dichiarazioni pubbliche su questioni sensibili o ritenere più sicuro allinearsi alle posizioni e agli obiettivi del governo cinese”, si legge. E per di più sin dal 2018  le “linee rosse” non oltrepassabili secondo Pechino si sono moltiplicate, e non riguardano più soltanto gli argomenti tradizionalmente tabù (Taiwan, Tiananmen, Tibet, Xinjiang) ma anche “l’immagine internazionale della Cina e il trattamento delle imprese cinesi all’estero”.

 

Le armi a disposizione sono diverse: “La scelta delle misure coercitive da parte della Cina varia a seconda che si tratti di azioni intraprese da un governo o da un’azienda straniera”, si legge. “I boicottaggi da parte dei consumatori sono lo strumento preferito quando si tratta di aziende, con oltre il 50 per cento dei casi identificati, seguiti dalla discriminazione amministrativa, che rappresenta il 20 per cento. Per colpire un governo, la Cina solitamente limita il flusso di beni e persone per esercitare una pressione economica più ampia. Queste due misure rappresentano il 61 per cento dei casi di coercizione nei confronti di governi stranieri. Anche le minacce a vuoto sono utilizzate frequentemente sia contro i governi sia contro le aziende e sono state utilizzate in un quinto di tutti i casi”. 

Tra pandemia, siccità e una politica nazionalista che si scontra spesso con il capitalismo “con caratteristiche cinesi” promosso dalla leadership di Xi Jinping, il mito della Cina come gigante economico e irrinunciabile per il resto del mondo industrializzato sta svanendo.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.