Cosa ha sequestrato l'Fbi a casa di Trump

Micol Flammini

Undici faldoni di documenti, venti scatoloni di oggetti, uno con la scritta "presidente francese". Tra i motivi delle perquisisizioni a Mar-a-Lago anche la violazione della legge sullo spionaggio

Gli agenti dell’Fbi, che lunedì hanno perquisito la residenza dell’ex presidente americano Donald Trump a Mar-a-Lago, hanno portato via undici serie di documenti classificati, alcuni contrassegnati come top secret. Le motivazioni che hanno portato alla perquisizione sono state rese note ieri con la pubblicazione del mandato di perquisizione usato dagli agenti e dal quale emerge che il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, guidato da Marrick Garland, sta conducendo le indagini per violazione della legge sullo spionaggio, l’ “Espionage Act”, ostruzione alla giustizia, e gestione criminale di atti governativi, il “Presidential Record act”, per il quale chi lascia la Casa Bianca deve consegnare tutti i documenti prodotti durante il mandato. Come rileva la Cnn, l’inclusione dei crimini nel mandato indica che il dipartimento di Giustizia americano ha probabili motivi per indagare su questi reati “poiché stava raccogliendo prove”. 


 

Cosa è stato sequestrato

Da Mar-a-Lago, i federali hanno portato venti scatole, una nota scritta a mano e foto. Il materiale sequestrato comprende: 1 set di documenti “top secret/sensitive compartmented information”, il livello più alto di segretezza. 4 di documenti “top secret”. 3 di documenti “segreti” e altri 3 di documenti “riservati”. Le carte sequestrate contengono anche un documento sulla grazia a Roger Stone, un alleato di Trump che era stato condannato nel 2019 per aver mentito al Congresso nell’indagine sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016, e del materiale contrassegnato con la scritta “Presidente francese”. Secondo il New York Times i federali avrebbero portato via anche un carteggio tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un. 

 

Come è stata condotta la perquisizione

Christina Bobb, avvocato di Trump che ha firmato le ricevute del mandato, si è lamentata del fatto che né a lei né ad altri legali dell’ex presidente è stato concesso di osservare la perquisizione. Trump ha colto l’occasione per accusare i federali di aver piazzato prove contro di lui durante la ricerca, ma non è una procedura standard dell’Fbi consentire la presenza di osservatori durante le perquisizioni. Quindi il fatto che i legali non fossero presenti non rappresenta qualcosa di anomalo. Il giudice Bruce Reinhart, firmatario del mandato, ha autorizzato l’agenzia a perquisire l’ “Ufficio 45” usato da Trump e tutte le altre aree e stanze usate dell’ex presidente: "I luoghi da perquisire comprendono l'Ufficio 45" tutti i locali di deposito e tutti gli altri locali o aree all'interno dei locali utilizzati o disponibili per essere utilizzati da FPOTUS e dal suo personale e in cui potrebbero essere conservati scatole o documenti, comprese tutte le strutture o edifici della tenuta". La dicitura FPOTUS sta per Former President of the United States. 


 

La reazione di Trump e dei trumpiani

Trump ha accusato l’Fbi di essere “politicizzata dalla sinistra radicale”, ha cacciato fuori i suoi vecchi motti come “witch hunt”, caccia alle streghe. Ha sostenuto che la perquisizione fosse soltanto un modo per indebolirlo. La reazione dei suoi avvocati ha seguito il cammino tracciato dall’ex presidente, tanto più che Christina Bobb è una fomentatrice delle teorie del complotto trumpiane e prima di diventare sua legale lavorava per il canale televisivo di estrema destra Oan. Kash Patel, un ex funzionario della sicurezza nazionale, è invece l’uomo designato da Trump per gestire i problemi legati ai documenti presidenziali e come linea di difesa ha deciso di accusare la General Service Administration per  le scatole finite a Mar-a-Lago. Trump ha affermato di aver subìto un raid antiamericano e ha detto che se l’Fbi cercava qualcosa bastava farne richiesta. Le richieste erano già state fatte in realtà: a gennaio, Jay Bratt, capo del controspionaggio, aveva già domandato all’ex presidente se alla fine del suo mandato avesse restituito tutto. Il presidente aveva detto di sì.

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Sul Foglio cura con Paola Peduzzi l’inserto EuPorn in cui racconta il lato sexy dell’Europa, ed è anche un podcast.