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Il giusto merito

Telescopio Webb. Senza Europa e Canada non potremmo vedere lo spazio così

Giulia Pompili

Biden celebra le scoperte sul cosmo come un successo solo degli Stati Uniti, ma ci sono più vincitori in questa storia

Due giorni fa, quando il presidente americano Joe Biden ha svelato al mondo le prime immagini del telescopio spaziale James Webb, lo ha fatto durante una di quelle conferenze stampa delle grandi occasioni. Accanto a lui c’erano Kamala Harris, vicepresidente e quindi anche presidente del National Space Council, e l’amministratore della Nasa, Bill Nelson. Quelle scattate dal telescopio sono fotografie dello spazio lontanissimo, che apriranno un nuovo capitolo dello studio e dell’esplorazione spaziale: James Webb guarda a miliardi di anni luce da noi, e potrebbe arrivare fino a 100 milioni di anni dall’inizio di tutto, dal Big Bang.

 

Eppure, il più grande telescopio mai costruito, lanciato dalla Terra quasi sette mesi fa, non è già più soltanto scienza e ricerca. Si tratta infatti del primo successo spaziale che l’Amministrazione Biden ha voluto usare in questa nuova, inedita competizione spaziale che somiglia tantissimo alla corsa allo spazio della Guerra fredda: “Queste immagini ricorderanno al mondo che l’America può fare grandi cose”, ha detto Biden, “Possiamo vedere possibilità dove nessuno le ha mai viste prima.  Possiamo andare in posti dove nessuno è mai andato prima”.

 

Biden, però, ha dimenticato di ricordare un dettaglio fondamentale: senza l’Agenzia spaziale europea (Esa), senza l’Agenzia spaziale canadese, James Webb forse non esisterebbe. In un volteggio propagandistico perfetto, il presidente americano ha aggiunto: “Come collaborazione internazionale, questo telescopio incarna il modo in cui l’America guida il mondo, non con l’esempio del nostro potere, ma con il potere del nostro esempio”.  E’ vero che la Nasa è la principale finanziatrice del progetto, ma il fatto che Biden non abbiamo mai menzionato Europa e Canada è stato notato da molti, fuori dai confini americani, soprattutto in vista del più ambizioso dei progetti spaziali della Nasa, il programma Artemis sul ritorno sulla Luna, al quale partecipano già  diverse agenzie internazionali. 

 

La minaccia terrena dei paesi autoritari come Russia e Cina da tempo è arrivata anche nello spazio, e forse un po’ in ritardo anche l’occidente si è accorto che il  momento della cooperazione internazionale con Mosca e Pechino ha bisogno di confini e limiti. Le parole di Biden hanno  a che fare con la necessità di ricostruire l’immagine di una leadership americana a livello internazionale, ma il rischio è che la forza della grande coalizione di paesi democratici, che è esplosa subito dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, finisca indebolita. E invece non ci  sarebbe  spot propagandistico più efficace.

 

Nel nostro piccolo, sarebbe bastato guardare ieri a Kourou, in Guiana francese, il primo lancio di Vega-C. E’ il lanciatore nuovo di zecca sviluppato da tredici paesi europei in un lavoro collettivo coordinato dall’Esa. Per la prima volta è stata l’industria italiana a mettere insieme i pezzi: è Avio, l’azienda aerospaziale di Colleferro, a produrre la famiglia Vega. E il lanciatore porta in orbita, tra le altre cose, il satellite Lares-2 dell’Agenzia spaziale italiana. C’è un pezzo d’Europa che ha continuato a lavorare insieme e a raggiungere risultati sorprendenti nonostante i sovranismi, le crisi, la pandemia. Ed è ancora una volta dallo spazio che arrivano i messaggi più significativi: proprio come l’Ue, l’Esa non sa fare comunicazione. Quello è il mestiere della Nasa. Ma come l’Ue, l’Esa è sempre più indispensabile.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.