Un sopravvissuto all'esplosione alla moschea di Kabul venerdì scorso, con i vestiti ancora sporchi di sangue (foto LaPresse)

Gli hazara presi di mira

In Afghanistan i talebani promettevano sicurezza, ma sono travolti dall'Isis

Luca Gambardella

Il Califfato ha ucciso un centinaio di persone in appena due settimane dimostrando al mondo intero tutta l'inadeguatezza del regime

Sono passati poco più di sei mesi da quando i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan e si vanno moltiplicando le loro promesse non mantenute. “La nostra priorità è garantire la sicurezza del paese”, rassicurava ai media occidentali il portavoce Zabihula Mujahid all’indomani del  ritorno a Kabul. Volevano illudere gli afghani e il resto del mondo che con il ritiro degli americani sarebbero stati in grado di sconfiggere il terrorismo e di riportare stabilità. Ma gli attacchi aerei del Pakistan a est e l’ondata di attentati lanciati dal ramo afghano dello Stato islamico stanno dimostrando  tutta l’inadeguatezza del regime talebano. 

  

 

Negli ultimi mesi il Pakistan ha intensificato i raid al confine con l’Afghanistan contro i terroristi del Tehreek-e-Labbaik Pakistan (Tlp), un movimento islamico considerato una minaccia dal governo di Islamabad e che si nasconde fra le montagne delle province orientali afghane di Khowst e Konar. Gli attacchi dei pachistani proseguono da anni ma con il ritorno dei talebani al potere si sperava che potessero tenere sotto controllo il Tlp. Le cose non sono andate così e in meno di un anno l’aviazione pachistana ha già compiuto 82 attacchi uccidendo 133 persone. Kabul ha protestato contro il Pakistan, che  accusa i talebani di dare protezione ai terroristi. 

 

Poi ci sono gli attentati lanciati dai miliziani dello Stato islamico della provincia del Khorasan, che in due settimane hanno ucciso oltre 100 persone dimostrando di essere ancora in grado di colpire il regime. I talebani si sentono accerchiati e temono che questa ondata di attacchi, per di più durante il mese sacro del Ramadan, possa indebolirli e creare defezioni pericolose per la tenuta del regime. Così domenica in una moschea di Kandahar è ricomparso in pubblico per la seconda volta dopo quella del 2016 il leader dei talebani, Hibatullah Akhundzada. “Congratulazioni per la vittoria, la libertà e il successo. Congratulazioni per la sicurezza e per il sistema islamico”, ha detto ai suoi seguaci. Attorno a lui i talebani avevano approntato misure di sicurezza eccezionali – elicotteri di fabbricazione sovietica e i piccoli Cessna, l’aviazione spartana usata dai talebani – e persino alle televisioni non è stato consentito di effettuare riprese ma di registrarne solamente l’audio. Il messaggio  di rassicurazione lanciato da Akhundzada è arrivato due giorni dopo che un attentatore dello Stato islamico si era fatto saltare in aria uccidendo una cinquantina di persone a Kabul, riunite in moschea mentre recitavano lo zikr, una preghiera ritenuta eretica dall’islam sunnita. 
E’ una costante: se c’è una cosa che i combattenti afghani del Califfato sopportano meno delle donne senza velo sono le sette mistiche e gli sciiti, considerati deviazioni insopportabili dall’islam che considerano più puro, quello salafita. Tra le minoranze che accusano di apostasia c’è quella sciita degli hazara. Sono stati loro l’obiettivo principale degli ultimi attentati rivendicati dallo Stato islamico, dalla bomba alla scuola di Kabul, agli attacchi a due minibus, alle esplosioni delle mosche di Kunduz e Mazar-i-Sharif.

  

 

Ma oltre al discorso religioso, ci sono molte altre ragioni per cui il Califfato odia gli hazara. Il primo è che, per lo Stato islamico, questa minoranza è l’esempio concreto del tradimento dei talebani alla rivoluzione originaria del Mullah Omar, quella che vedeva nelle forze straniere – dagli Stati Uniti alla Russia – il nemico da combattere. Ora le cose sono cambiate. Sui canali Telegram i miliziani del Califfato si riferiscono ai talebani definendoli “talebani 2.0”, rimasti in silenzio davanti agli eccidi dei musulmani in Xinjiang e Kashmir per non inquietare troppo i loro sponsor stranieri, umiliandosi al punto da scendere a patti con Stati Uniti, Cina e Iran pur di tornare al potere. Per lo Stato islamico, gli hazara non sono una semplice minoranza religiosa ma una propagazione dell’influenza di Teheran in Afghanistan. Negli anni 80, gli iraniani crearono la brigata Fatemiyoun, nata per difendere i luoghi sacri degli sciiti   e composta dagli hazara afghani in fuga dai talebani che allora li perseguitavano. Negli ultimi anni, gli iraniani hanno rafforzato la brigata, che oggi conta circa 50 mila uomini, fino a inglobarla nelle Guardie islamiche della Rivoluzione e sono diventati una sorta di forza speciale su chiamata. Una volta terminate le missioni, gli iraniani li lasciano liberi di tornare a casa in Afghanistan con soldi, armi e passaporti iraniani. Per lo Stato islamico è come avere il nemico in casa e danno la colpa ai talebani di offrire protezione agli hazara. 

 

Oggi succede persino che alcuni di loro arrivino ai vertici della scala gerarchica del regime talebano. E’ successo con Mawlawi Mahdi, che un anno fa ha rivolto un video-messaggio a tutti gli hazara per rassicurarli che “quello dei talebani sarebbe stato un governo di tutti i musulmani” e che “non dovevano preoccuparsi”. Gli hazara si sono fidati, ma gli ultimi attentati hanno dimostrato che i talebani non riescono ad assicurare quella protezione che avevano promesso. E’ proprio quello che vuole ottenere lo Stato islamico: compiere attacchi isolati per dimostrare agli afghani che sostengono il regime e al mondo esterno  l’inadeguatezza dei talebani. E’ la destabilizzazione la vittoria del Califfato. 

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it