Il G20 rischia di sgretolarsi sulla guerra all'Ucraina

Giulia Pompili

Dalla pandemia all'aggressione, paesi come l’Indonesia fanno indirettamente gli interessi di Russia e Cina. Quando il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov si collega, gli altri escono dalla stanza

Prima la pandemia, poi la guerra. Il G20, il tempio del multilateralismo e dello sviluppo internazionale, rischia di sgretolarsi. Ieri la prima riunione dei ministri delle Finanze, dei governatori delle Banche centrali e dei rappresentanti del Fondo monetario internazionale ha anticipato quello che sarà l’anno delle divisioni nell’agenda della grande cooperazione. Da un lato le autocrazie aggressive, dall’altro l’occidente che protegge lo stato di diritto, e in mezzo i neutrali, per ideologia o per convenienza, che ufficialmente proteggono i loro interessi con la conseguenza di proteggere anche Mosca. Al primo summit sin dall’inizio della guerra in Ucraina, come prevedibile, il conflitto è stato al centro della discussione.

 

Dopo quella italiana del 2021, la presidenza è passata all’Indonesia, il paese guidato dal presidente Joko Widodo che, come molti altri  nell’area asiatica, sta facendo di tutto per non essere coinvolto contro la Russia. Al dialogo di ieri, che si è tenuto soprattutto online, il ministro delle Finanze della Federazione russa Anton Siluanov si è collegato in videoconferenza con il resto delle economie globali, ma al momento del suo intervento molti rappresentanti delle economie occidentali sono usciti dall’aula (compreso Paolo Gentiloni, commissario europeo per gli affari economici). Chi era collegato online ha spento la telecamera.


Subito prima il ministro delle Finanze tedesco aveva detto che l’invasione russa dell’Ucraina avrà un effetto sulla crisi del debito globale, e che “solo la Russia, e non le sanzioni” sono responsabili di questa “rischiosa situazione economica”. Il suo omologo francese, Bruno Le Maire, aveva chiesto esplicitamente alla Russia “di astenersi dal partecipare alle riunioni del G20. La guerra non è compatibile con la cooperazione internazionale”. Pure la segretaria del Tesoro americano, Janet Yellen, ha detto che non può esserci normalità nei rapporti con la Russia, e si è detta “dispiaciuta” della presenza di Siluanov alla riunione. Già il mese scorso il presidente americano Joe Biden aveva chiesto di escludere Mosca dal G20 – come già era avvenuto nel 2014, quando la Russia fu esclusa dal G8, che diventò un G7.  


La fine del G20 è un argomento di cui si discute già da un paio di anni, da quando la pandemia ha fatto ripensare l’intero sistema della globalizzazione e del commercio internazionale. Ma nel frattempo diversi avvenimenti hanno rimesso al centro la politica e la diplomazia. L’Indonesia – come l’India, per ragioni più legate al suo business con il Cremlino –  non vuole però prendersi la responsabilità di far fuori la Russia dal più importante summit internazionale e rischiare di apparire come un partner inaffidabile anche per la Cina di Xi Jinping. Definisce la sua politica estera “attiva e libera”, non ha implementato sanzioni contro la Russia e ha votato contro la sospensione di Mosca dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu. E’ soprattutto Pechino ad avere il peso specifico maggiore sulla regione. Ieri i paesi occidentali hanno sollevato il problema della Cina, legato a quello russo: a causa della sua politica zero Covid, Pechino tiene in ostaggio uno dei porti più importanti del commercio globale, quello di Shanghai. E’ un problema gigantesco e di cui vedremo presto gli effetti, e che avrà come conseguenza un progressivo isolamento dei blocchi.

 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.