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moderata?

Le Pen svela l'ultima truffa degli utili idioti delle democrazie illiberali

Claudio Cerasa

Il progetto della leader della destra francese è quello di trasformare l’Europa in ciò che sogna da sempre l’internazionale putinista: non un gigante politico ma un semplice bancomat. Come non farsi fregare dai populismi incipriati

La sfida è sempre la stessa, il paese è sempre lo stesso, i protagonisti sono sempre gli stessi. Ma a differenza di cinque anni fa, quando Emmanuel Macron venne identificato dagli elettori francesi come il miglior argine possibile contro l’estremismo veicolato dall’internazionale lepenista, le presidenziali, in Francia, consegnano agli osservatori una verità complicata da maneggiare con cui dovranno fare presto i conti non solo i cittadini francesi. E quella verità non riguarda ciò che ancora oggi rappresenta Macron per il futuro del suo paese, per il progetto di integrazione continentale, per il destino del sovranismo europeista. Quella verità riguarda un tratto del nuovo profilo populista incarnato da Marine Le Pen. In altre parole: il suo carattere proteiforme, per così dire, e la sua capacità di mimetizzarsi, di camuffarsi, di incipriarsi e di sfruttare l’estremismo ulteriore degli altri (alla Zemmour, ça va sans dire) per potersi presentare con un profilo più rassicurante.

 

Ha scritto ieri il New York Times che in effetti l’elemento nuovo della corsa presidenziale non riguarda lo scontro tra identità differenti, ma riguarda il profilo più inclusivo, “più calmo”, “più sereno”, “più rassicurante”, che Le Pen ha tentato in questi mesi di offrire ai suoi elettori. Parte della sua presunta moderazione è legata oltre che alla rimozione di alcune parole d’ordine della sua vecchia campagna elettorale anche al paragone con gli altri candidati (è lo stesso tema che riguarda in Italia Salvini e Meloni, la cui presunta presentabilità è spesso legata alla periodica impresentabilità dell’altro). Ma la verità è che quello di Le Pen altro non è che un formidabile imbroglio politico portato avanti con una tecnica diventata tipica nell’internazionale sovranista: porsi come difensori unici della libertà non nell’ottica di difendere il proprio paese dalle minacce veicolate dalle democrazie illiberali ma nell’ottica di difendere il proprio paese da quella che i sovranisti considerano la principale minaccia per il proprio futuro: il rafforzamento dell’Europa.

 

Marine Le Pen, come ha sintetizzato il Monde in un articolo pubblicato il 31 marzo, ha sì rinunciato a lasciare l’Unione europea e l’euro. Ma anche qui si tratta solo di un inganno e il progetto referendario presentato in campagna elettorale per impegnarsi in una rinegoziazione dei trattati stessi è di fatto un tentativo per portare avanti il congelamento della partecipazione francese all’Unione.

“Le Pen – scrive il Monde – vuole limitare l’accesso dei cittadini europei ai diritti sociali, ripristinare controlli casuali alle frontiere nazionali o addirittura ridurre unilateralmente di 5 miliardi di euro all’anno il contributo francese al bilancio dell’Unione europea”.

 

La cosmesi della Le Pen, come capita con tutti i sovranisti incipriati, si rivela nella sua essenza quando si parla dell’Europa. E il sogno di Le Pen, in fondo, è lo stesso sogno che hanno tutti i mimetizzati sostenitori del populismo nazionalista. Un’Europa meno solidale, meno integrata, meno connessa, meno interdipendente, meno aperta, meno accogliente, con pulsioni xenofobe, con attitudini protezionistiche, con diffidenze sulla Nato, con attitudine alla difesa dei complottismi e con istinti politici destinati a trasformare l’Europa in ciò che sogna da sempre l’internazionale putinista: non un gigante politico ma un semplice bancomat. Il tema che si prospetta all’orizzonte delle elezioni francesi non è dunque la scomparsa del populismo, ma la sua capacità di essere trasversale, di giocare con i colori rosso e bruno, e di utilizzare la moderazione come un mezzo, e non come un fine, per governare il paese. La sfida è sempre la stessa ma ciò che è in ballo oggi in Francia è persino più importante rispetto a ciò che vi era in ballo cinque anni fa: la consapevolezza di quanto il rafforzamento del nuovo e del vecchio populismo sia un cavallo di Troia il cui compito principale è rendere più deboli le società aperte e rendere più forti i nemici delle democrazie liberali.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.