(Foto Dan Kitwood/Getty Images) 

il reportage

Viaggio ai confini del nuovo mondo. Per capire come sarà l'Europa di domani

Micol Flammini

Gli ucraini entrano all’Hotel Europejski di Cracovia con le loro storie lasciate a Kyiv: molte saranno macerie al loro ritorno. Un viaggio polacco, tra redazioni, hall, pensatoi, sigarette spente e bagagli. Immaginando il futuro

L’Hotel Europejski di Cracovia si affaccia sul piazzale della stazione, con la sua scritta blu. La Polonia è un paese al neon, è un suo segno distintivo: di là, a est, c’era il comunismo, quello sovietico. Di qua, invece, c’erano le insegne luminose, che facevano l’occhiolino ai cittadini della Repubblica popolare di Polonia. Dagli anni Cinquanta Cracovia, come le altre città polacche, richiama chiunque con la sua luce e uno dei suoi alberghi più antichi non poteva essere da meno. Attorno al piazzale della stazione ci sono anche l’Hotel Polonia e il Warszawski, ma l’Europejski è altro, un mondo di tappeti e moquette, vecchie radio e scacchiere all’ingresso, attorno alle quali si radunano gli ucraini in attesa. Formano una coda lunga davanti al bancone della reception, si informano sui prezzi, chiedono gli uni agli altri se sono arrivati da Leopoli, da Kyiv, da Kharkiv. Un signore con un dito rotto dice: “Da Kherson”. Si leva attorno un sospiro.

Entrano all’Hotel Europejski con le loro storie lasciate in Ucraina, molte saranno macerie al loro ritorno, ma questi profughi alla ricerca di un albergo non sono arrivati per rimanere: sono qui per attendere. Una coppia di signori molto eleganti mette in fila un po’ di russo e un po’ di polacco per farsi capire. Hanno tante domande: il prezzo? Che c’è per colazione? Il ristorante funziona? La lavanderia? Prima di prenderla, salgono a vedere la stanza, potrebbero doverci rimanere un po’. Questi profughi non hanno l’aria di chi scappa, e non vogliono che si pensi che la loro sia una fuga. Sono convinti che torneranno e in molti dicono: se sei anziano o devi badare ai bambini, non servi neppure a combattere e anzi i soldati dovrebbero preoccuparsi della tua sicurezza. Il viaggio via dalla guerra è piuttosto un tassello della strategia: togliere all’esercito ucraino anche il peso di dover difendere i civili. Combattono tutti, dicono, anche a distanza, anche prendendo un treno. Non piangono, sono stanchi, resistono, sono infuriati. Chi è in Polonia già da qualche giorno aiuta chi è appena arrivato, va alla frontiera a prendere chi entra, ad aspettare un familiare o un amico che è in coda dall’altra parte, in Ucraina, dove si sta combattendo la guerra che ci sta cambiando tutti. Sono una città nella città, un corpo estraneo che molti polacchi coccolano, perché se ne sentono responsabili. Sono il simbolo della storia che pensavamo di aver chiuso, di esserci messi alle spalle, dei danni nati da un’amicizia forzata con un autocrate, Vladimir Putin, che non ha mai voluto essere nostro amico e che si è convinto del fatto che il suo potere debba durare per sempre. Gli ucraini lo chiamano “il matto” e Alisa, che ha due figli al fronte ed è venuta in Polonia con una fascia ricoperta di fiori blu e gialli in testa, dice: “Se i russi non sono in grado di liberarsene, vedrai che toccherà a noi. Stiamo combattendo tutte le battaglie dell’occidente”. 

Gli ucraini hanno svegliato il mondo e quello che nascerà da questa guerra sarà un nuovo ordine. Loro combattono e a noi spetta la responsabilità di ricostruirlo. Pena: perdere tutto. La consapevolezza degli ucraini di farsi carico della protezione del confine tra barbarie e diritto ha in sé anche i suoi rischi: Kyiv sta sviluppando una sua terza via. Da una parte c’è l’odio nei confronti di Mosca, dall’altra la sfiducia nei confronti dell’occidente che non chiude i cieli. E poi ci sono loro, che non stanno con Putin, ma che più la guerra si protrae, più iniziano a sentirsi altro rispetto a noi. C’è chi si sente usato, chi si sente umiliato, chi la rabbia la divide in due: molta per l’occupante feroce e un po’ per l’alleato indeciso. Se lo lascia scappare più di qualcuno nelle stazioni di Cracovia, di Varsavia e Przemysl, mentre ringrazia i volontari, rispolvera la fratellanza polacca, ma sa con certezza che davanti a Putin e al suo esercito ci sono rimasti i figli, i nipoti, i mariti. 

Olga ha lasciato i genitori, rimasti a Kyiv con i nonni che assolutamente non vogliono andarsene. Lei è stata messa in una macchina con suo fratello, un viaggio a fari spenti con sconosciuti fino al confine. A Varsavia ha un’amica che l’aspetta e la prima cosa che vuole chiederle è dove può andare a fare karate: le piace lo sport, le piace scriverne e le piace praticarlo, le piace chiacchierare, le piace il suo ragazzo che aspetta di essere chiamato per combattere ma lei è sicura che non succederà, e le piace tantissimo Starbucks, che in Ucraina non c’è. Dice che non capisce bene che cosa sta succedendo, ma non le dispiace passare un po’ di tempo in Polonia: la prende per una pausa. Non tutti hanno la leggerezza di Olga, che ammette di sentirsi catapultata in un sogno – “Sai quando dormi e ti svegli perché ti chiedi se stai sognando? Ecco, io me lo chiedo e per ora non mi sveglio” – gli altri hanno sul volto la tenacia di un popolo che ha la consapevolezza di star cambiando il mondo, di avere il carattere che gli altri hanno perso: un europeismo leggendario, romantico, che gli impone di proteggere con la vita la propria nazione. Ma hanno anche   la cognizione che da soli non si va da nessuna parte: ci vuole unità per vincere, per resistere, per rimanere liberi. Ci vuole l’Europa. La nuova epoca è già qui e il mondo è da ricostruire, noi possiamo soltanto dividerci i compiti. 

Slawomir Sierakowski è il fondatore della rivista polacca Krytyka polityczna,  tutti i giorni passa per la stazione di Varsavia, vede le persone sulle scale, per terra, con gli occhi rivolti al tabellone delle partenze e si chiede: “E’ un nuovo mondo, ma qual è il prezzo?”. I costi sono e saranno elevati, ma i cambiamenti globali ci sono già e sono incoraggianti. Per ora Sierakowski ne vede quattro: “Il primo riguarda la consapevolezza che la politica, l’ordine e la stabilità non possono più dipendere dall’economia. Finora abbiamo costruito la pace attraverso l’interdipendenza economica e abbiamo continuato a farlo nonostante, già da un po’, ci fossero segnali che questo principio non reggesse. L’invasione della Georgia da parte della Russia nel 2008 era uno di questi, e anche forte. L’occidente allora si tenne lontano. In Polonia eravamo più consapevoli, e ora gli altri paesi si stanno allineando agli avvertimenti che le nazioni dell’Europa orientale già mandavano. I polacchi un tempo venivano accusati di esagerare, di essere affetti da una russofobia incurabile”. La Polonia conosce i suoi confini, le sue paure e i suoi nemici e non ha mai distolto gli occhi dalla Russia. C’è stato un momento in cui anche Varsavia ha creduto che con Mosca si potesse iniziare a dialogare, e che anzi, dialogando, sarebbero state superate per sempre le ostilità. Donald Tusk, l’ex premier ed ex presidente del Consiglio europeo, ci sperava, guardava al futuro con molto ottimismo e questo gli viene ancora rimproverato. Ci fu una tragedia che i suoi oppositori presero come emblematica dei rischi che Tusk, secondo loro, stava facendo correre al paese: la morte dell’ex presidente Lech Kaczynski a bordo del Tupolev Tu-104 che sarebbe dovuto atterrare a Smolensk, Russia, per commemorare le vittime del massacro di Katyn. A Katyn nel 1940 l’Armata rossa uccise ventiduemila polacchi: l’intelligencija. Quell’incidente fu un punto di svolta per la politica della Polonia, Kaczynski fu sepolto tra i re polacchi nel castello del Wawel, e Cracovia si riempì di cittadini in lutto che venivano da tutta la nazione, moltissimi dalle campagne, in tanti credevano che il responsabile di questa morte fosse il Cremlino. Non lo era, ma continuare a parlare di dialogo con Mosca fu sempre più complesso, la minaccia russa non era sparita. 

Il secondo cambiamento destinato a trasformare l’ordine mondiale, dice Sierakowski, riguarda la Germania. “E’ uscita dalla fase di ingenuità politica con la Russia, che le veniva dal senso di colpa che si porta dentro dalla fine della Seconda guerra mondiale. Berlino si è sempre sentita di avere delle responsabilità storiche nei confronti di Mosca, ma non di Kyiv. E’ il modo in cui i tedeschi intendono l’Unione sovietica, per loro i sovietici sono i russi, invece la Germania ha fatto più vittime ucraine che russe. Inoltre il soldato che aprì i cancelli di Auschwitz era un ucraino e oggi a pensarci è un dettaglio simbolico molto forte. Da dopo l’invasione di Putin, lo scetticismo tedesco nei confronti dell’Ucraina è scomparso. C’è un altro cambiamento che riguarda la Germania ed è molto importante: la rimilitarizzazione. Non tutti lo interpretano in modo positivo, ma abbiamo bisogno che Berlino sia forte e sia attiva, la passività degli anni scorsi ha creato un vuoto di potere che la Russia ha subito occupato. Era ora che la Germania riprendesse il suo posto, le sue responsabilità”. La storia può essere superata e questo discorso di Sierakowski lo dimostra. La Germania è un paese cambiato, evoluto, un paese che ispira fiducia anche a una nazione come la Polonia, la Russia no. 

Il terzo cambiamento riguarda noi tutti, noi europei, elevati al rango di potenza che conta, di potenza che parla di argomenti importanti. “Questa volta l’Unione europea inizia a pensare davvero alla sua autonomia strategica, e finalmente non si tratta più di un’autonomia rispetto agli Stati Uniti, ma di un progetto più ambizioso. Non serve più a supplire la mancanza del fratello maggiore, ma è un piano per il futuro, che ridisegna il ruolo dell’Ue nel mondo. Un’Europa che inizia a fare cose concrete come comprare armi e mandarne all’Ucraina è un attore globale. Putin ci ha dato un forte segnale di quanto poco contassimo noi europei: ha voluto discutere le sue questioni sulla sicurezza direttamente con gli Stati Uniti, ma tutte quelle questioni riguardavano noi”. Un’Europa forte e potente diventa il quarto polo e frammenta il gioco a tre fra Stati Uniti, Russia e Cina. 
L’ultima trasformazione che Sierakowski vede nell’ordine mondiale è in realtà quello da cui tutto è partito: l’Ucraina. Kyiv ha reso possibile il cambiamento con la sua resistenza: “Mentre loro combattono e tengono le mani dei russi impegnate, noi dobbiamo ridisegnare il resto e farlo nel modo migliore. Ora abbiamo campo libero per cambiare tutto”. Questa nuova èra ha i suoi pericoli, “il mondo è molto meno sicuro di prima, anche per l’investimento in armi che stiamo facendo. Ma questo non è negativo, fa anche parte dello sviluppo: molte delle nuove tecnologie che usiamo sono nate in ambito militare”. 

Gli ucraini si sono rivelati un popolo combattivo, loro dicono di averlo sempre saputo, è il sangue cosacco, noi lo stiamo scoprendo adesso: vinceremo o perderemo con loro. Mentre i paesi europei hanno paura che il conflitto si allarghi, che ci inglobi tutti, gli ucraini l’hanno messa da parte, la loro paura: il 24 febbraio si sono svegliati e il loro mondo è saltato in aria. I missili russi hanno interrotto la quotidianità, la vita normale di un paese europeo. Il passaggio dalla normalità al disordine, dalla quotidianità all’incertezza, ossessiona i polacchi.  

Perché Kyiv viveva ieri come vive Varsavia oggi, e la Polonia non può togliersi dalla mente la rapidità con cui tutto è stato sconvolto. Guarda con ammirazione gli ucraini che arrivano, ma tra i volontari che aiutano i rifugiati c’è la paura che questa accoglienza sarà il prossimo fronte politico interno. Gli ucraini sono tanti, sui treni non si trova posto, anche gli aerei che partono dagli aeroporti polacchi sono pieni. Non tutti si fermano in Polonia, ma ogni due minuti arrivano tre ucraini attraverso il confine. Farli entrare è naturale, ma una nazione non abituata all’accoglienza ha i suoi limiti e il timore che questo grande sforzo di solidarietà si trasformi in un nuovo argomento del revanscismo preoccupa chi è più abituato a guardare al futuro.


La Russia ha attaccato una base militare a meno di venti chilometri dal confine con la Polonia. La paura di Varsavia è storica e geografica. La guerra ha già prodotto quattro cambiamenti.  Il primo riguarda il rapporto tra pace ed economia, il secondo la Germania, il terzo noi e l’ultimo gli ucraini


Ma per adesso i polacchi partecipano e non c’è angolo delle città che non esponga una bandiera blu e gialla o immagini di Volodymyr Zelensky; il presidente ucraino domina le copertine delle riviste e i suoi slogan vengono stampati sui cartelloni e sulle magliette. La Polonia è un paese che non è mai stato affascinato dalla Russia, neppure durante il comunismo: voleva sempre far capire di essere altro rispetto a Mosca e i neon ne sono la dimostrazione. L’Ucraina, invece, della Russia si fidava, ma è cambiato tutto otto anni fa, quando, tra l’occidente e Mosca, ha scelto l’occidente e Putin non è mai stato in grado di riguadagnare la fiducia di Kyiv. Oggi per riconquistarla ha dichiarato una guerra che non è nata in pochi giorni, ma è il frutto di una preparazione lenta, non abbastanza minuziosa, con più rancore che strategia, e l’errore del mondo occidentale è stato distogliere gli occhi dal quel fronte, lungo il quale oggi si gioca il suo futuro. 

C’è una bandiera dell’Ucraina all’ingresso della redazione della Gazeta Wyborcza. E’ il quotidiano della Polonia post comunista, la Polonia nata da Solidarnosc, che vuol dire solidarietà. Nie ma wolnosci bez solidarnosci, non c’è libertà senza solidarietà è il motto della testata. E in questo momento tutta la solidarietà va all’Ucraina, anche sui cartelloni che recitano: siamo solidali con voi. Adam Michnik è uno dei più importanti intellettuali polacchi, fondatore del quotidiano delle battaglie e oggi dell’opposizione e nella sua stanza, nella redazione ormai svuotata dal Covid – “un tempo qui c’era la vita”, dice la sua segretaria attraversando le stanze piene di sedie vuote e prove di stampa – aspetta seduto con una bandiera appuntata sulla maglietta: ovviamente quella dell’Ucraina. Si augura che finalmente il mondo abbia capito cos’è il putinismo e che sia pronto a stanarlo in tutti i paesi: Viktor Orbán in Ungheria, Marine Le Pen in Francia, Matteo Salvini in Italia e così via. Dice che non ci sono modi per mettersi d’accordo con il capo del Cremlino, i compromessi non valgono più. “Veniamo da anni in cui ci piangevamo addosso, parlando del tramonto della democrazia e invece: eccola la democrazia, l’Ucraina ha dimostrato tutta la sua vitalità”. E questo è uno dei motivi per cui non si può tornare indietro: questa guerra va vinta. La democrazia nuova, forte, vigorosa merita la vittoria. Non ne va soltanto della sopravvivenza di Kyiv, dice Michnik, perso dietro a fogli e giornali, ammantato dal fumo delle sue sigarette. Ama spegnerle sul fazzoletto di carta: il fumo si fa ancora più intenso. Michnik è visto come il simbolo di una generazione che non ha saputo capire fino in fondo i problemi e le contraddizioni della Polonia che cresceva e si sviluppava, non ha voluto leggere i volti degli scontenti, che erano soprattutto quelli di chi era arrivato a Cracovia ad assistere al funerale di Lech Kaczynski. Questa è l’accusa che gli viene mossa da ambienti più giovani, conservatori e liberali, che imputano a lui, come a Tusk, di aver regalato la Polonia al PiS. Ma Michnik la libertà la conosce, conosce la democrazia e il suono che fa quando forte e vivida combatte contro l’autoritarismo. Sostiene che l’occidente stia facendo molto, ma l’impegno non può scemare: se Kyiv perde, perdiamo anche noi.  “Se lasciamo che la Russia vinca la guerra apriamo le porte a Putin, il segnale che noi gli manderemo sarà che il leone è sdentato e non sa più ruggire”. La vittoria dell’Ucraina è anche la nostra e se vogliamo che il mondo si raddrizzi c’è solo un modo: “Il putinismo deve finire, dobbiamo assicurarci che Putin se ne vada”. 


La redazione della Gazeta Wyborcza a Varsavia espone le bandiere dell’Ucraina e Adam Michnik ne ha una appuntata alla maglietta. Sostiene che   se Kyiv perde, perdiamo anche noi.  Se Putin vince non ci sarà neppure una Guerra fredda, ma sarà l’inizio di un conflitto sempre più caldo 


Michnik ama pubblicare sulla Gazeta Wyborcza le lettere dei russi che sono contrari alla guerra, dice che c’è vita, che una resistenza può esserci, ma non si sa quanto guardi a questa possibilità con gli occhi dell’ottimismo sfrenato di chi è riuscito a cambiare almeno un pezzo di mondo. “Le strade sono due: o si vince o si perde. Non ci sarà una nuova Guerra fredda, è una questione storica. La Guerra fredda è scoppiata tra le due potenze che avevano sconfitto il nazismo. Erano due vincitori che si fronteggiavano, che volevano avere ragione, che fino a un certo punto sono stati potenti, decisi, tenaci allo stesso modo. Se invece la Russia vincerà questa guerra, non ci sarà nulla di freddo, il conflitto diventerà sempre più caldo. A quel punto l’Ucraina sarà soltanto un primo passo, poi ci saranno la Moldavia, i Paesi baltici, noi. E l’occidente avrà perso tutto, in nome di una pace che era già stata spezzata”. Non ci sarà una Guerra fredda neppure nel caso in cui vinca l’Ucraina: “A quel punto la Russia sarà sconfitta, ed è così che deve andare”. Se vogliamo la pace,  in questo momento ha un costo alto e va pagato tutto, dice Michnik, anche se questo vuol dire accantonare per un po’ la mentalità senza guerra che ha scandito le nostre vite in questi ultimi anni, vuol dire smetterla di bearci del mondo senza armi che abbiamo costruito dalla fine del Secondo conflitto mondiale, vuol dire riformare, rifondare, anche sfasciare un ordine che credevamo essere il migliore possibile, e che lo è stato, ma che ha permesso anche l’attacco russo ai danni dell’Ucraina. Le crepe c’erano già, noi non le abbiamo viste, Putin sì. 

Slawomir Sierakowski indica una data di inizio, il primo istante in cui si è avvertita la mancanza dell’occidente: “Il vertice Nato del 2008, quando si doveva offrire all’Ucraina e alla Georgia una strada verso l’Alleanza e invece alcuni paesi bloccarono l’iniziativa. Putin ha visto lo spazio e poi ha attaccato la Georgia. Mosca interpreta il vuoto  come un invito e, se continueremo a lasciare spazi liberi, la Russia continuerà a occuparli. Finora ci siamo illusi di poter risolvere il rapporto con il Cremlino attraverso i compromessi, ma non possiamo più permettercelo perché in questo modo Putin si sentirà sollevato e gli ucraini perderanno il senso di questa lotta”. La Russia non è un paese che lancia messaggi contraddittori, non gira attorno alle cose, è diretto, lascia poco spazio alle illusioni. “Se noi permettiamo che l’Ucraina perda sarà un lutto per tutto il nostro mondo”. Gli ucraini ci mettono la tenacia, il carattere, il sangue cosacco: lottano. Noi dobbiamo inventare il progetto del nuovo mondo. “Dobbiamo molto a Kyiv – dice Sierakowski – e credo che opporsi all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue sia immorale, per noi europei sarebbe molto squalificante”. I Paesi bassi sono tra i più contrari, il premier olandese Mark Rutte ha detto che non si può aprire un processo di adesione a un paese in guerra e c’è però un episodio che Sierakowski vuole ricordare a Rutte: “Nel 2014 il volo MH17 della Malaysian Airlines che viaggiava da Amsterdam a Kuala Lumpur è stato abbattuto da un missile terra aria Buk, mentre attraversava il cielo dell’Ucraina. Ci sono state quasi duecento vittime olandesi, come è possibile che i Paesi bassi si siano dimenticati di aver subito le conseguenze dell’invasione di Mosca?”. 

Ieri la Russia ha colpito una base militare ucraina a Yavoriv, a meno di venti chilometri dalla frontiera   con la Polonia. Varsavia teme sempre di più per la sua posizione, la sua è una paura geografica e anche storica. E’ la paura del confine, che si mescola con la consapevolezza che non ci sono altre strade: bisogna sostenere l’Ucraina, un paese sconvolto da una guerra brutale, che ha rimesso in fila l’ordine delle paure europee. Negli ultimi due anni, l’Europa ha conosciuto la pandemia e ora sente la guerra, i timori sono cambiati, le priorità anche, il futuro è diventato una responsabilità pesante.

Gli ucraini che sono già in Polonia ripetono che bisogna chiudere i cieli. Lo ripete anche Olga, che dalla guerra sembra scocciata più che spaventata, ma la frase “chiudere i cieli”, la pronuncia spesso. Di cielo e dei suoi pericoli parlano anche all’Hotel Europejski e anche i polacchi non possono più fare a meno di guardare in alto. E’ un riflesso, la voglia di essere sicuri che le nuvole sono ancora lì, che nevica, che i rumori della guerra non ci sono, che i fori che si intravedono ancora su vecchie case polacche sono di una guerra passata, lasciati lì per ricordare. Il mondo si è rispostato a est e quell’affaccio dell’Europa tra Polonia e Ucraina è diventato il laboratorio, lo specchio delle scelte, il confine del nuovo mondo, tra la libertà e l’orso danzante russo. 

“Orsi danzanti” è il titolo dell’ultimo libro pubblicato in Italia dello scrittore polacco Witold Szablowski, che come protagonista ha la libertà. Quando in Bulgaria, prima dell’ingresso nell’Unione europea, tra le condizioni fu chiesto di liberare gli orsi che erano stati allevati in cattività e addestrati a danzare, alcuni animali vennero sistemati in delle riserve naturali. Anche se in libertà, gli orsi si alzavano su due zampe e si mettevano a danzare, a fare la stessa cosa per la quale erano stati addestrati contro la loro natura. Szablowski vive nel quartiere Praga di Varsavia, uno dei pochi risparmiati dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Con le vecchie case di pietra, simboli ebraici sopravvissuti qua e là, lontano dal Palazzo della cultura di Stalin, che per Varsavia è un segno distintivo e una ferita. E’ convinto che Putin sia il retaggio, una chincaglieria della vecchia guardia sovietica che ha lanciato all’Ucraina una sfida che non ha nulla a che fare con il nostro presente. Il presidente russo non si è adattato al mondo, non si è adattato al tempo e per noi è molto difficile capire se invece la Russia attorno a lui viva nella nostra stessa epoca o in quella di Putin. Gli orsi danzanti di Szablowski non sono soltanto gli animali, ma anche gli abitanti di tutti i paesi ex comunisti, incatenati agli schemi, ai tic, ai pensieri, alle paure delle loro dittature morte. Il comunismo gli è rimasto addosso. Per alcuni è la paura che non se ne va più, per altri è anche nostalgia, ma come gli orsi, anche se sono liberi, ci sono persone che si mettono sulle zampe posteriori e danzano. La Polonia è guarita dalla sua nostalgia, ora ha altri problemi che con la guerra si vedono meno. Anche l’Ucraina non danza più e la tenacia con cui combatte questo conflitto è la grande dimostrazione di quanto sappia bene cosa sia la libertà, di quanto sia delicata e cara. E’ la Russia che danza ancora, che non è mai guarita, che ha perso il suo appuntamento con il futuro, che vive in un bunker, che rincorre il suo spazio sovietico, che fa a pugni con la storia lungo il confine in cui si delinea il nuovo ordine mondiale. 

All’hotel Europejski le stanze sono finite, alcuni signori hanno organizzato un torneo di scacchi e rimangono a giocare fino a tardi. L’albergo ha deciso che ammetterà anche gli animali, tutto sta cambiando, le vecchie regole non servono più e l’Europejski è un luogo di convivenza e di storie: una piccola repubblica ucraina che assomiglia all’Europa. Da qui appare chiaro che il futuro del mondo ha il cuore più a est, su una frontiera da cui si sta disegnando il progetto dei nuovi equilibri, affacciata su una guerra che potrebbe essere ancora lunga,  ma che ci sta imponendo di riscrivere tutto: amicizie, inimicizie, regole, istituzioni, valori. Il costo della nostra pace.

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Sul Foglio cura con Paola Peduzzi l’inserto EuPorn in cui racconta il lato sexy dell’Europa, ed è anche un podcast.