Lotte all'ombra dell'inflazione

La teoria monetaria moderna che fa accapigliare i liberal

Paola Peduzzi

La Modern Monetary Theory sostiene che un paese che può stampare la propria moneta non può mai andare in default e che ci saranno sempre fondi per sostenere la propria spesa. Scontro tra gli economisti progressisti 

I professori di Economia ripetono spesso che finché l’inflazione è bassa ogni teoria può reggere, ma quando sale l’inflazione se un trucco c’è si vede. Ecco perché in questo momento di prezzi in crescita, con un gran dibattito sul da farsi e soprattutto su come considerare la natura di questa crescita – è temporanea sì o no? – ci sono di nuovo discussioni fiammeggianti tra le varie correnti del pensiero economico. In particolare si discute tantissimo nel mondo progressista americano, perché c’è un presidente democratico, Joe Biden, e perché le scelte macroeconomiche riflettono anche la divisione dentro la famiglia liberal tra moderati e radicali. Non è un caso che la manifestazione più evidente di questo dissidio riguardi Lawrence Summers, segretario al Tesoro di Bill Clinton, capo del Consiglio economico di Barack Obama per un paio d’anni e oggi tra i più critici di Biden e delle sue scelte economiche. Nella fattispecie, Summers non ce l’ha con il presidente ma con la teoria economica che si chiama Modern Monetary Theory (Mmt) e con un articolo del New York Times, tempio liberal, che ha raccontato l’Mmt e la sua sostenitrice più famosa, Stephanie Kelton, in modo celebrativo. Summers dice: non sono dispiaciuto perché non condivido l’Mmt, ma perché l’Mmt non è una teoria, è un movimento periferico senza alcun fondamento che non merita, in questo momento di crisi, di essere preso in considerazione. 

 

In estrema sintesi la Modern Monetary Theory sostiene che un paese che può stampare la propria moneta non può mai andare in default e che ci saranno sempre fondi per sostenere la propria spesa. E’ in sostanza una versione molto spinta del governare in deficit, tema molto dibattuto dalla crisi dei mutui del 2008 e ancora di più oggi nelle nostre economie stravolte dalla pandemia. Nel 2019, la Mmt ha avuto il suo momento di gloria che l’ha sottratta da quella che viene definita la periferia delle teorie economiche. A traghettarla fuori dalla non ortodossia fu Alexandria Ocasio-Cortez, deputata dell’ala più radicale del Partito democratico, che disse: l’Mmt deve avere un grande spazio nel dibattito pubblico. Ad applaudirla ci fu naturalmente Stephanie Kelton che ha dedicato tutti i propri studi all’approfondimento dell’Mmt e che era stata per un breve periodo consigliera di Bernie Sanders, l’ex candidato alla presidenza che più rappresenta l’ala a sinistra dei democratici. Ma non furono soltanto la Kelton e gli altri economisti che hanno costruito l’Mmt ad applaudire: l’endorsement di Ocasio-Cortez portò all’attenzione di molti economisti la teoria, che divenne così il talk of the town. Il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, invece disse che non c’era alcuna evidenza empirica del funzionamento della chiacchieratissima teoria e con lui si schierarono Bill Gates, l’ex capo economista del Fondo monetario internazionale  Kenneth Rogoff e, appunto, Summers. Ma il saggio della Kelton “The Deficit Mith” pubblicato nel giugno del 2020 ottenne un grande successo e all’inizio dello scorso anno la Kelton fu invitata a parlare in un podcast di Bloomberg dal titolo “Come l’Mmt ha vinto il dibattito sulla politica fiscale”. Lo sdoganamento di questa teoria pareva ormai cosa fatta, con buona pace di chi continuava a denuciarne la superficialità: pareva una sfida tutta interna al mondo democratico, quella che vediamo in ogni contesto, politico, sociale e culturale, tra moderati e radicali.

 

Poi è arrivata l’inflazione e tutto è cambiato. L’inflazione è arrivata al 7 per cento, il debito americano ha toccato i trentamila miliardi di dollari (nel 2008 era diecimila) e molti economisti hanno cominciato a sostenere che la crescita dei prezzi sia stata determinata anche dall’enorme spesa messa in campo negli ultimi anni. Davvero è tutta colpa dell’Mmt? Certo che no, ma per i suoi detrattori il fatto che il New York Times abbia dedicato alla teoria e alla Kelton un articolo intitolato “Is this what winning looks like”, attribuendole una vittoria, è come un dito in un occhio. E così riemergono gli scritti di due economisti della Banca di Francia che nel settembre scorso concludevano che l’Mmt è più “un manifesto politico che una teoria economica” portata avanti da “chi crede nella possibilità di una spesa illimitata per raggiungere obiettivi progressisti”. O gli scritti di Thomas Palley, un macroeconomista postkeynesiano, che da anni smonta le definizioni stesse di risparmio contenute nei testi dell’Mmt. Sullo sfondo di questo scontro si continuano a vedere le diverse impostazioni politiche, che sono alla base del conflitto interno ai progressisti. Ma in primo piano c’è il fatto  che la pace, cioè l’inflazione bassa, è finita. 

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi