La sindrome dell'Avana, tra misteri e psicosi

Quegli anomali "problemi di salute" che colpivano diplomatici e spie non sono "un attacco non convenzionale", dice la Cia

Giulia Pompili

Da cinque anni è il disturbo perfetto per le teorie dei complottisti e di chi crede alle armi invisibili e alla verità "che non ci dicono". Ma per Washington è ancora un problema

La Cia ha reso noti i risultati del primo report ufficiale sulla misteriosa malattia dei funzionari americani all’estero. Parlando con la stampa americana, un rappresentante dell’agenzia d’intelligence ha detto: “In questa vasta indagine non abbiamo finora trovato prove del coinvolgimento di paesi stranieri in nessuno di questi incidenti”. In altre parole: non c’è la Russia o la Cina o Cuba dietro alla cosiddetta “sindrome dell’Avana”, non ci sono armi distruttive a ultrasuoni o satelliti per il 5G: “La maggior parte delle segnalazioni può essere ragionevolmente spiegata da condizioni mediche o fattori ambientali e tecnici, comprese malattie diagnosticate in precedenza”. Sin dal 2016, quando per la prima volta è stata segnalata tra lo staff dell’ambasciata americana e quella canadese nella capitale cubana, più di duecento persone sarebbero state vittime della sindrome dell’Avana, un misteriosissimo disturbo, simile a una malattia neurologica, con molti sintomi debilitanti tra cui dolore alle orecchie, mal di testa, disorientamento, vertigini, problemi visivi e difficoltà cognitive. Sintomi che arrivano improvvisamente e a volte restano a lungo.

 

Un anno e mezzo fa la Cia aveva messo in piedi una task force per studiare quelli che venivano definiti “problemi di salute anomali” tra i rappresentanti delle istituzioni all’estero, e il direttore della Cia William Burns aveva messo alla guida del team “un funzionario che è stato fondamentale per la caccia a Osama Bin Laden”: il dettaglio serviva a far capire che il governo americano non escludeva nulla, nemmeno di dover avere a che fare con un attacco sistematico da parte di potenze ostili. Burns ha raccontato in un’intervista a Npr che nel suo primo giorno di lavoro da direttore aveva incontrato le vittime della sindrome dell’Avana, e che gli aveva promesso di arrivare alla soluzione di questo mistero: scopriremo cosa c’è dietro e chi c’è dietro, aveva detto Burns. Eppure il primo report della Cia sembra minimizzare la possibilità di un “attacco esterno”, perché su mille casi analizzati soltanto poco più di venti non hanno ancora una diagnosi scientificamente confermata. Inoltre, il report dell’agenzia in parte smentisce un primo studio pubblicato nel dicembre del 2020 dalla National Academies of Sciences, commissionato dal Dipartimento di stato, che metteva tra i fattori scatenanti della malattia esposizioni ad agenti chimici, malattie infettive come Zika, problemi psicologici, ma anche raggi a microonde, che “potrebbero alterare la funzione cerebrale senza causare danni strutturali e spiegare molti dei sintomi”. Secondo i media americani, adesso si aspettano i risultati di un’altra indagine, quella commissionata dal Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca a una task force di esperti e scienziati. 


Da cinque anni della sindrome dell’Avana se ne parla tantissimo e soprattutto online, perché sembra proprio una di quelle serie tv sullo spionaggio durante la Guerra fredda, con una nuova arma potenzialmente perfetta: invisibile, silenziosa, che colpisce selettivamente spie, diplomatici, militari americani all’estero un po’ ovunque, dall’Avana a Belgrado, da Guangzhou a Berlino. E poi a Taiwan, in Uzbekistan, in Colombia, in Australia. Le vittime sono soprattutto spie: quasi la metà delle persone che hanno avuto problemi sono membri dell’intelligence e alcuni loro famigliari. In molti, sui forum online e sui social, hanno dato diverse interpretazioni degli “incidenti”: c’è la teoria di quelli che dicono che è solo un pretesto per accusare la Russia o la Cina, e che è tutta un’invenzione; c’è la teoria di quelli che dicono che si tratta di un episodio di psicosi di massa, oppure di una fornitura di forni a microonde malfunzionante. Mosca ha sempre respinto le accuse e qualche mese fa pure l’Accademia delle scienze cubana ha commentato i primi risultati dello studio americano dicendo che “alcune delle spiegazioni proposte violavano le leggi fondamentali della fisica”. Eppure la faccenda è presa molto seriamente sia dall’Amministrazione Trump sia da quella Biden.

 

Nell’agosto del 2021 la vicepresidente americana Kamala Harris ritardò il suo arrivo a Hanoi di qualche ora per un caso sospetto nello staff dell’ambasciata a Hanoi. A ottobre del 2021 Joe Biden aveva firmato “l’Avana act”, una legge per provvedere ad aiuti finanziari per le vittime della sindrome, votata all’unanimità dal Congresso. Ma a tre mesi da quella legge, nessuno è riuscito ancora a mettere in atto un sistema di risarcimenti – per esempio le cure gratuite – perché, spiegava a metà dicembre il Washington Post, la verità è che nessuno è in grado di stabilire sintomi comuni tra le vittime degli “anomali problemi di salute”, ed è difficile fare una diagnosi definitiva.  Jonathan Terra su Balkan Insight ha scritto che la sindrome dell’Avana sembra la “metafora perfetta di quest’èra di disinformazione e postverità”.
 

Di più su questi argomenti:
  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.