Il caso Peng Shuai e una lezione per chi fa affari con la Cina

Giulia Pompili

Uno degli effetti più concreti della capacità cinese di manipolare l’informazione (e dell’occidente, di perdere di vista le cose importanti) riguarda il caso della tennista cinese Peng Shuai e le sue accuse contro l’ex vicepremier Zhang Gaoli, grigio e potente funzionario del Partito comunista cinese. Il 2 novembre, dopo aver pubblicato un lungo post sul suo social network nel quale denunciava Zhang Gaoli di violenza sessuale, Peng è scomparsa dai social e dagli eventi pubblici per le due settimane successive. E tutta l’attenzione si è spostata su di lei, su dove fosse, e se il suo fosse uno di quei casi di “sorveglianza residenziale in un luogo designato”, un’espressione usata molto spesso quando qualcuno sparisce dalla circolazione in Cina, e non è agli arresti domiciliari né sotto indagine, solo viene “sospeso” dalla sua vita quotidiana per motivi di “sicurezza pubblica”. La comunità internazionale per qualche giorno  ha chiesto  rassicurazioni sul suo stato – e sono arrivate anche da una parte del mondo dello sport, che finora è sempre stato molto cauto nelle faccende che riguardano la Repubblica popolare cinese.  Da Serena Williams a Naomi Osaka, si è diffuso l’hashtag #WhereIsPengShuai, e alcuni magazine internazionali hanno messo la campionessa olimpica e del Grande Slam in copertina. La Casa Bianca ha chiesto prove “verificabili” sulle sue condizioni, ma è stata soprattutto la Women’s Tennis Association (Wta) a fare pressioni e a minacciare la Cina di chiudere i rapporti di business se non avesse avuto notizie su Peng.


Pechino ha risposto a modo suo. Ha messo in campo il suo tabloid meno ufficiale e più falco sulla propaganda, il Global Times, e ha diffuso alcune fotografie di Peng, poi Peng a cena con i suoi colleghi a Pechino, Peng che firma autografi a un evento tennistico con i bambini. Ma sono stati  sollevati parecchi dubbi sulla naturalezza di quelle immagini. Nel frattempo, però, Peng era diventata il centro del dibattito e dell’interesse e così la Cina ha continuato a evitare perfino di nominare l’innominabile, Zhang Gaoli. L’uomo accusato dalla tennista di violenza sessuale. “L’accusa di Peng Shuai ha messo la vita privata del signor Zhang sotto lo scrutinio internazionale, rendendolo il simbolo di un sistema politico che premia la segretezza e il controllo più della ammissione di responsabilità”, hanno scritto sul New York Times Chris Buckley e Steven Lee Myers. Ora che è venuto fuori anche solo il sospetto, Pechino deve controllare ogni informazione su Zhang, perché il tema della violenza sulle donne, del sistema patriarcale e di potere da parte dei funzionari del Partito non è solo materia delle femministe occidentali, ma un argomento che accende anche l’opinione pubblica interna cinese. 


Oltre a questo, l’innominabile Zhang Gaoli pone un problema d’identità e coerenza all’occidente. Subito prima di andare in pensione, tre anni fa, il vicepremier Zhang era il capo del gruppo che sovrintendeva la scommessa di Pechino per ospitare le Olimpiadi invernali del 2022. Controllava gli impianti, le infrastrutture, e faceva lobby con il Comitato olimpico internazionale. Per esempio, con alcuni incontri con il presidente del Cio, Thomas Bach. Quando qualche giorno fa Thomas Bach ha fatto una videochiamata di mezz’ora con Peng Shuai, e poi il Comitato olimpico internazionale ha pubblicato un breve comunicato in cui dice che Peng sta bene, “vuole solo la sua privacy”, non tutti ci hanno creduto. In molti hanno sollevato l’ipotesi che il tentativo di tenere a freno le polemiche sia finalizzato allo svolgimento delle Olimpiadi invernali di febbraio. 


Il caso Peng “mostra il dilemma di avere a che fare con un paese che è anche un mercato grande e in crescita, ma ha uno scarso rispetto per i diritti umani, la libertà di espressione o lo stato di diritto”, ha scritto ieri l’editorial board del Financial Times. Che ha messo in luce la differenza tra le due organizzazioni sportive: “La Wta è rimasta fedele ai suoi valori e come conseguenza potrebbe perdere i suoi affari in Cina. Il Cio invece è senza dubbio consapevole che mancano solo 10 settimane alle Olimpiadi invernali di Pechino”. La differenza di comportamento tra le due “contiene una lezione più ampia per gli stranieri che fanno affari in Cina: puoi provare a stare lontano dalla politica, ma la politica non starà lontano da te”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.