parla la direttrice dell'agenzia

Viva l'informazione glocal

Paola Peduzzi

Globali con una forte componente nazionale, veloci ma prima ancora credibili, indipendenti nel raccontare i fatti. Il giornalismo della Reuters spiegato dal suo capo, Alessandra Galloni. Al Festival dell’Innovazione

Al festival dell’Innovazione del Foglio è intervenuta anche Alessandra Galloni, dallo scorso aprile direttrice di Reuters, prima donna in 170 anni di storia a guidare l’agenzia di stampa britannica. In questa pagina, le sue parole a Venezia.

 

 

Mi piacerebbe che raccontassi la tua storia: quest’anno in primavera sei stata nominata direttrice di Reuters, hai ricevuto tantissimi e meritati complimenti, però ci sono state anche alcune polemiche, o forse direi sospiri, per due ragioni collegate. La prima era che per fare carriera bisogna andare fuori dall’Italia. La seconda era che, se sei donna, per fare carriera devi andare fuori dall’Italia. Vorrei sapere se sei un cervello in fuga, o un “cervello di donna” in fuga.

In realtà la fuga è stata sempre per provare a rientrare in Italia, ogni volta che sono stata all’estero. La mia storia nasce all’estero, perché sono cresciuta negli Stati Uniti, lì ho fatto il liceo, l’università e ho iniziato a lavorare. Però sono sempre tornata e ho lavorato come corrispondente dall’Italia, sia per la Reuters che per il Wall Street Journal, dove ho lavorato per tantissimi anni. Non ho abbandonato l’Italia e sono convinta che le carriere si possono fare sia in Italia sia all’estero”.



Grazie. Così mettiamo fine alla polemica sulle prime donne che raggiungono certe cariche soltanto all’estero. Reuters è un’agenzia internazionale che in realtà fa tantissime cose che noi consumatori non sempre conosciamo, e ha questa informazione credibile e capillare in giro per il mondo. Nella tua mansione precedente hai dovuto riorganizzare i 200 uffici di corrispondenza di Reuters in giro per il mondo, vorrei sapere con che logica. L’informazione oggi ha tantissimi problemi, uno è il tema della risorse ridotte, e poi la necessità di essere capillari, di raccontare da tutte le parti del mondo. Quali sono state le tue linee guida in questa riorganizzazione?

“Intanto premetto che tutte le riorganizzazioni sono evoluzioni, non si cambia totalmente. Siamo sempre in evoluzione, stiamo riorganizzando anche ora. Poi noi siamo un’agenzia di stampa, siamo una fonte di notizie per altri: testate italiane e internazionali, dalla Rai e Mediaset al Corriere della Sera alla Bbc, ecc. E poi abbiamo il nostro terminale finanziario, Icon: notizie per un’audience finanziaria. Questi sono i due nostri business principali. Poi di recente abbiamo ripristinato il nostro sito web e questa è una delle cose che farò nei prossimi mesi, nei prossimi anni: perché è una sfida confrontarci direttamente con il consumatore finale, cosa che invece ora nella maggior parte del nostro business non facciamo, sono le testate e il terminale finanziario ad avere i loro utenti finali. E ripeto: ogni riorganizzazione è anche un’evoluzione. Questo per mantenere una cosa alla quale io tengo moltissimo, ciò che chiamo la nostra ‘glocalità’: noi siamo molto internazionali, molto globali, siamo in duecento località, ma abbiamo anche una forte componente nazionale. Giornalisti nazionali che lavorano in lingua nazionale in tantissimi paesi, ed è questo know-how che ci rende unici come Reuters. Tutte le nostre produzioni vertono su questo principio, mantenere questa glocalità”.



Parliamo della vostra natura di agenzia,  cioè di essere quelli che informano gli altri. Naturalmente è una natura che si nutre di una grandissima credibilità. Però sappiamo anche che in questo momento la fonte primaria delle informazioni, che prima era molto più strutturata, è polverizzata, le informazioni arrivano da tantissime parti. Come si fa a rimanere veloci – perché questo è il vostro mandato – ma credibili, e quindi riuscire a fare quell’attività di verifica che è necessaria per mantenere la reputazione, il brand?

“Hai ragione, e il punto non è solo che ci sono sempre più fonti e che tutti possono mettere sui social le informazioni, peraltro anche molto utili – noi abbiamo una mini redazione che prende le notizie direttamente lì, per esempio i video su Twitter. Noi li usiamo come fonti ma prima ovviamente li verifichiamo, abbiamo avuto una redazione che si occupa di questo. Ma il punto è che in questo periodo c’è una disintermediazione delle istituzioni. Se sono la Banca centrale o il governo non vado più a fare l’intervista con il giornalista, vado direttamente sul mio sito e fornisco direttamente la notizia al consumatore. Si può dire che sia molto democratico come un metodo. Il problema è che certe notizie hanno bisogno di un meccanismo di trasmissione, di un esperto, quale magari non è il banchiere centrale, che sappia ‘tradurre’ per servire le persone. Poi c’è un altro punto fondamentale: essere veloci ma sbagliare non va bene. Prima della velocità c’è la credibilità. Noi abbiamo tantissimi meccanismi in redazione per verificare le notizie, per dare alla controparte la possibilità di commentare, la possibilità di aggiungere la loro versione degli eventi. E poi una cosa fondamentale per la credibilità è correggere sempre quando sbagliamo”.



Ti è capitato qualche episodio per cui non dormi ancora la notte perché questo equilibrio tra velocità e credibilità non è riuscito?

“Chiariamoci: essere veloci è importantissimo e questa evoluzione che stiamo affrontando riguarda l’essere sempre più veloci. Un esempio: durante il periodo Covid non ci sono stati per la nostra redazione finanziaria quelli che chiamano i lock-up. Un ministero riunisce un gruppo di giornalisti per dare i dati finanziari e poi tutti nello stesso momento rilanciano questi dati. Questo non c’è stato più durante la pandemia. E allora tante istituzioni questi numeri li hanno dati direttamente tramite i loro siti web e c’è stata una battaglia tecnologica per chi riusciva a recuperarli e metterli immediatamente in rete. Queste sono cose che per un pubblico generale possono sembrare non importanti, ma per un pubblico finanziario invece lo sono, e perciò chiaramente noi spendiamo tantissimi soldi nella parte tecnologica per essere sempre sempre più veloci. Però quando devi scegliere tra essere primo o essere quello che dice la verità, vince sempre la verità. Ci sono altre cose che non mi fanno dormire la notte”.



Cos’è che non ti fa dormire la notte?

“Appena ricevuta la nomina ho sperato da direttrice di non dover mai affrontare qualcosa che purtroppo è accaduta proprio nei primi mesi, e questa è stata la morte tragica di uno dei nostri giornalisti in Afghanistan”.



Tu hai detto di verificare e cercare anche di dare alle persone coinvolte la possibilità di dire la loro versione. Questo ha molto a che fare con un altro grande problema dell’informazione che è quello di essere percepita di parte. Ci sono alcuni media che sono dichiaratamente di parte, e ce ne sono invece che continuano a preservare o a coltivare quella che viene chiamata l’obiettività dell’informazione. Reuters fa parte di questi, la sua storia è proprio quella di non voler essere trascinati in questa partigianeria. Mantenere questa obiettività e neutralità sarà stato più difficile in questa fase che stiamo vivendo di grandissima polarizzazione della politica, di mancanza di dialogo per cui ogni opinione è in risposta a quella di un altro. Come fate?

“Questa obiettività e indipendenza è ciò che ci contraddistingue, è una questione di missione ma non solo, è anche una questione commerciale: le testate si affidano a noi perché sanno che siamo alla fonte e raccontiamo i fatti. Non siamo di nessun governo: facciamo parte della Thompson Reuters Corporation, che è un’azienda basata a Toronto, ma non siamo di nessun paese. E questo per noi è molto importante specialmente quando operiamo in paesi dove non c’è libertà di stampa: per altri giornalisti vengono mosse accuse di essere ‘spie americane’ o inglesi, noi legittimamente diciamo di non essere legati a nessun paese. Questo in qualche modo protegge i nostri giornalisti che operano in posti dove corrono molti rischi. E poi il nostro non è un approccio di opinione – tanti fanno opinione e va benissimo. Ma noi raccontiamo i fatti senza stare da una parte o dall’altra. Questo non significa che non volgiamo analisi, perché si può e si deve analizzare basandosi sui fatti, i quali vanno in ogni caso selezionati e spiegati”.



Però sappiamo che anche nella scelta delle persone con cui parlare, dall’esperto di un determinato ambito all’esponente di un determinato partito, cambia la storia che racconti. Per questo il concetto di obiettività nella pratica è molto difficile da attuare, perché si fanno scelte in continuazione. Voi come fate a scegliere? Entra in gioco il fatto di non volersi fare trascinare dalle polemiche?

“Queste scelte innanzitutto sono molto diverse quando vengono fatte da un giornale, dove per esempio bisogna decidere cosa mettere in prima pagina e cosa invece a pagina venti. Per noi in un certo senso è molto più facile, perché la maggior parte del nostro business consiste nel fornire direttamente ad altri le notizie. Detto ciò noi chiediamo sempre ai nostri giornalisti, se hanno in mano una storia: perché la raccontiamo? In fondo in rete possiamo pubblicare tutto quello che vogliamo, non abbiamo limiti di spazio. Ma chiederci perché raccontare questo o quello per i pezzi più articolati che vanno oltre il titolo o il flash, proviamo sempre a farlo. Ovviamente non è una scienza esatta, ma l’informazione deve aiutare le persone a decidere, nel bene e nel male”.



Alla fine si arriva al consumatore finale, quindi all’opinione pubblica, anche per voi che avete una forte interlocuzione con realtà aziendali, “business to business”. Come cambia il vostro modo di fare informazione in relazione all’opinione pubblica? Si segue quello che vuole il consumatore? C’è ancora un atteggiamento pedagogico?

“Tutte le aziende e tutte le redazioni devono avere la propensione al cambiamento. Ma una cosa molto importante secondo me è anche avere il coraggio di non cambiare e di non farsi trascinare dalle mode e dalle opinioni dei consumatori. C’è però poi un altro aspetto molto importante: i nuovi consumatori ora vogliono cose diverse, in particolare i giovani. Vogliono notizie che  diano voce e opportunità di esprimersi per tutti, che le redazioni giornalistiche sollecitano voci diverse nei reportage e nella scelta della copertura. Bisogna essere più coraggiosi nella scelta di quello che si segue come redazioni e nella ricerca di nuove nuove fonti. Questo si nota tantissimo negli Stati Uniti ma anche in generale: i giovani consumatori vogliono delle redazioni, dei giornalisti e delle notizie che rappresentino veramente la società”.



L’altro grande problema o sfida dell’informazione oggi è il rapporto tra i media istituzionali, cosiddetti tradizionali, e i social media che ovviamente hanno un linguaggio e una penetrazione completamente diversa. Però hanno anche un problema di annacquamento delle informazioni e del dibattito, per cui si finisce spesso per litigare invece che imparare o formarsi un’opinione. Come governate a Reuters questo rapporto?

“Noi lavoriamo tanto con le piattaforme, Facebook, Twitter, mettiamo le nostre notizie su queste piattaforme, e poi le aiutiamo a fare ‘fact checking’, a verificare le notizie. Questo è un modo di governare l’evoluzione. E poi bisogna rivolgersi non solo a chi consuma ma anche a chi magari vuole entrare nel mondo dell’informazione, e si chiede perché dovrebbe entrare a Reuters piuttosto che andare direttamente a Facebook. Allora le redazioni devono avere degli avanzamenti tecnologici, devono trovare nuovi modi di fare giornalismo, per esempio il data journalism è un’area in cui noi ci stiamo ampliando tantissimo. Oppure il giornalismo virtuale, o il video giornalismo… Credibilità e tecnologia: questi sono i due fattori con i quali attrarre giovani talenti nelle redazioni oggi”.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi