un fallimento annunciato

L'accordo per i sommergibili nucleari australiani è un disastro

Luca Gambardella

Canberra non dispone delle competenze e delle infrastrutture per costruire e mantenere i 12 sommergibili a propulsione nucleare. E i tempi per renderli operativi potrebbero essere molto lunghi, ci dice un esperto dell'industria della Difesa

Nonostante le alte aspettative, potrebbero passare molti anni prima che l'Australia riesca a schierare i suoi sottomarini a propulsione nucleare nel Pacifico per fronteggiare la flotta cinese. Ieri Canberra ha deciso di stracciare l'accordo da 50 miliardi di dollari che aveva sottoscritto con i francesi di Naval Group per la fornitura di 12 sottomarini a propulsione convenzionale classe Barracuda. Il premier Scott Morrison ha annunciato di avere stretto invece un'intesa con Stati Uniti e Regno Unito, creando un gruppo industriale denominato Aukus per la costruzione di sommergibili a propulsione nucleare. Una decisione strategica che potrebbe cambiare il confronto strategico nel sud est asiatico. Se il ministro degli Esteri francesi Jean-Yves Le Drien ha definito il ripensamento degli australiani una “pugnalata alle spalle”, la Cina ha parlato di “scelta irresponsabile”. Per Pechino, una cosa sono 12 sottomarini a propulsione diesel ed elettrica, un'altra sono 12 sottomarini a propulsione nucleare – più difficili da intercettare e con un'autonomia e un range d'azione superiori –, per di più costruiti e armati col patrocinio degli Stati Uniti.
 

Le dotazioni delle principali forze in campo nell'Indo-Pacifico (Elaborazione grafica di Ruggiero Montenegro su dati Forbes 2020, Cumsubpac)

 

Tuttavia, i dubbi sulla fattibilità del progetto australiano sono molti, spiega al Foglio Pietro Batacchi, direttore della Rivista Italiana Difesa (Rid) e uno dei massimi esperti di industria bellica. “Sin dall'inizio, a partire dall'accordo sottoscritto da australiani e francesi c'erano tutti gli elementi per poter parlare di un disastro annunciato: in quel caso il contratto con Naval Group prevedeva un sottomarino francese, con un sistema d'arma americano ma fatto in Australia. Tre condizioni che non lasciavano spazio a un esiti positivi”.

Ma ora, anche le perplessità sul nuovo accordo con americani e britannici sono parecchie. “Gli australiani hanno palesato ambizioni strategiche molto alte, che però si conciliano difficilmente con la realtà dei fatti – ci dice Batacchi – Parliamo di un paese con 25 milioni di abitanti, che ha già avuto difficoltà notevoli a livello ingegneristico e di know how nel rendere operativi 6 piccoli sommergibili a propulsione convenzionale classe Collins. Figurarsi 12 a propulsione nucleare”.

 

A rendere ancora più complicato il successo dell'accordo c'è che l'Australia intende costruire i sommergibili nei suoi cantieri. “Per farlo serviranno tecnici americani e britannici, oltre che l'importazione di materiali specifici dall'estero. Si dovrà insomma partire da zero”. Per l'esperto italiano, “lo scenario più probabile è che questi sommergibili avranno equipaggi misti e che, ogni volta che avranno bisogno di manutenzione dovranno navigare fino a porti americani o britannici. Un disastro insomma, che se tutto dovesse andar bene potrebbe concretizzarsi non prima dei prossimi 30 anni”.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it