Un supermercato Tesco, a Londra, durante il primo lockdown del marzo 2020 (foto EPA)

Il Regno Unito è preoccupato davanti agli scaffali svuotati dalla Brexit

David Carretta

La catena di approvvigionamento dopo l'uscita dall'Ue è sotto forte pressione. Mancano più di 100 mila autisti. E si temono effetti anche sul Natale

Scaffali di supermercati vuoti, McDonald’s che ha esaurito i milkshake, Nando’s costretto a chiudere alcuni ristoranti perché non riesce a rifornirsi di pollo, fialette di plastica mancanti per gli esami del sangue: tra effetti della Brexit e perturbazioni dovute al Covid-19, la catena di approvvigionamento del Regno Unito è sotto forte pressione, con il governo di Boris Johnson confrontato al rischio di un Natale di penurie di prodotti alimentari se non ammorbidirà il “take back control” delle regole su immigrazione e controlli sulle merci. Il problema più contingente è la mancanza di autisti di tir che trasportano alimenti e bevande in negozi e ristoranti. Secondo la Road Haulage Association – l’Associazione dei trasporti su strada – mancano più di 100 mila autisti. Prima della Brexit e della pandemia, nel Regno Unito ce n’erano 600 mila. Decine di migliaia di camionisti dell’est europeo hanno scelto di tornare nell’Ue. “Natale è dietro l’angolo e nel commercio iniziamo a costituire gli stock da settembre”, ha spiegato il presidente della catena di supermercati Tesco, John Allen: “Una catena di approvvigionamento solida è vitale per tutti. La ragione per suonare l’allarme ora è che abbiamo già avuto un Natale cancellato all’ultimo minuto. Non vorrei che anche questo sia problematico”. 

Alcune società hanno iniziato ad aumentare gli stipendi e i bonus degli autisti. Trovare sostituti è complicato non solo per il Covid-19 e la necessità di formarli, ma anche per le nuove regole sull’immigrazione dai paesi dell’Ue. La penuria di lavoratori dell’Europa dell’est inizia a farsi sentire in altri settori, come l’agricoltura, la pesca e la produzione alimentare. Secondo un’analisi del Guardian, quasi 90 mila lavoratori romeni e bulgari se ne sono andati dal Regno Unito dalla fine del 2019. I lavoratori di otto paesi est-europei tra cui Polonia e Repubblica ceca sono diminuiti di oltre 100 mila unità. Il direttore della catena di supermercati Iceland, Richard Walker, ha denunciato “una ferita autoinflitta” con la Brexit. I dirigenti di altre catene e le associazioni industriali hanno chiesto al governo Johnson flessibilità sui visti per i lavoratori dell’Ue. Mercoledì un portavoce del ministero dell’Interno ha risposto che “i datori di lavoro dovrebbero investire nella nostra forza di lavoro interna invece di affidarsi a quella dall’estero”.

I dati pubblicati questa settimana dalla Confederazione dell’industria britannica mostrano che gli stock del commercio sono al livello più basso di sempre. “Gli ammanchi sono al peggior livello che abbia mai visto”, ha spiegato al Times Steve Murrels, il direttore esecutivo dei supermercati Co-op, che ha già ridotto il numero di prodotti sugli scaffali. Tra ottobre e gennaio la situazione rischia di peggiorare ulteriormente, quando il Regno Unito dovrebbe introdurre una nuova serie di controlli alle frontiere sui prodotti importati dall’Ue. A meno che non decida, come aveva già fatto a marzo per un periodo di sei mesi, di rinviare ulteriormente la fine dei cosiddetti “periodi di grazia”. A settembre, il governo Johnson deve trovare una soluzione anche alla disputa con l’Ue sulle merci che passano dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord. In alcuni casi le pressioni del settore privato sembrano funzionare.

Il Financial Times ha rivelato che il governo Johnson avrebbe accettato la richiesta dell’industria di ritardare di un anno il marchio di qualità UKCA, dopo che le associazioni di categoria hanno spiegato di non essere pronte ad adeguarsi alla burocrazia britannica post Brexit. Malgrado l’uscita dall’Ue, le imprese del Regno Unito potranno continuare a usare il marchio CE fino al primo gennaio 2023.

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