Nella Tunisi del coprifuoco, le proteste di chi non c’era dieci anni fa
Il governo fa gli stessi errori e usa le stesse parole di Ben Ali, cacciato nel 2011. Un ragazzo ucciso da un lacrimogeno
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27 JAN 21

Tunisi, manifestazioni nel giorno del rimpasto di governo (Photo by Fethi Belaid / AFP)
Quando scatta il coprifuoco Tunisi tace. Ma il silenzio, a volte rotto dal suono di qualche petardo e delle sirene in lontananza, non equivale alla calma. Ad ogni rotonda, i furgoni della polizia controllano chi entra ed esce dai quartieri della capitale. Milleduecentoventi arresti in meno di una settimana hanno alimentato la paura tra i protagonisti delle proteste notturne, così chi è riuscito a sfuggire si chiude in casa. I giovani che provano ancora a sfidare le forze dell’ordine al calar del buio sono pochi, anche se la morte di un adolescente colpito alla testa da un lacrimogeno a Sbeitla, nella regione di Kasserine, potrebbe riaccendere gli scontri.
Le manifestazioni diurne invece si moltiplicano. Sabato 23 gennaio un migliaio di persone sono ritornate a scandire gli slogan della rivoluzione prima di fronte alla sede della Banca centrale di Tunisi, poi in Avenue Bourguiba, dove blindati e cannoni ad acqua circondavano la sede del ministero dell’Interno. Sono tornati i celebri slogan del 2011 come ash shab yurid isqat an nizam (il popolo vuole la caduta del regime, spesso sostituito da al manzuma al fasida, il sistema corrotto) e khobz, hurriya, karama wataniya (pane, libertà e dignità). La folla chiama in causa anche la politica attuale con nuovi cori su Rached Ghannouchi, il leader del partito islamista di Ennahda, e soprattutto su Hichem Meshishi, primo ministro, che ha la sfortuna di avere un cognome che rima con emshi, “vai via” in dialetto tunisino.
Dai palazzi nessuno risponde alle richieste della piazza. “Quello che è più inquietante è l’assenza di una reazione politica”, commenta un tassista mentre corre per le vie buie della capitale poco prima del coprifuoco. “Senza una soluzione i nostri figli continueranno a protestare. Qualcuno deve loro delle spiegazioni.” Ma il governo non sembra pronto a scendere a compromessi. Il premier Meshishi si è rivolto al paese in diretta sulla televisione nazionale una settimana fa, il 19 gennaio, con un discorso in arabo classico di appena dieci minuti. Come ha fatto notare l’avvocato e attivista tunisino Imed Ben Halima, intervistato dalla stampa locale, la scelta dell’arabo classico ha amplificato la distanza tra Meshishi e quei giovani che parlano solo il dialetto tunisino, diverso dalla lingua ufficiale. Di quei dieci minuti è rimasta impressa una sola parola: “Il primo ministro ha detto fehemtkom, come Ben Ali”, fa notare Azza, in piazza a 18 anni, che ricorda appena le proteste di dieci anni fa.
Il 13 gennaio del 2011, il giorno prima della sua fuga in Arabia Saudita, Zine el Abidine Ben Ali si rivolgeva alla nazione dicendo proprio “ena fehemtkom”, vi ho capiti. L’espressione, ripresa da molti rapper del periodo della rivoluzione, è rimasta impressa nella memoria dei tunisini che sui social non hanno perso l’occasione per far notare la somiglianza tra il discorso di Meshishi e quello di Ben Ali. Per strada come online, c’è chi ha risposto al premier proprio con le parole usate il 14 gennaio 2011: dégage, vattene. Anche il presidente tunisino Kais Saied, che continua a non rilasciare dichiarazioni ufficiali, è finito al centro delle polemiche per alcune sue affermazioni durante una visita nel quartiere popolare di El Mnihla. In un video amatoriale caricato sui social da un passante, il presidente accusa gli “ebrei” di essere responsabili dei movimenti sociali, riferendosi in realtà a Israele. La frase non è passata inosservata, tanto che è stato necessario un comunicato della Presidenza per ribadire “la differenza tra ebrei e sionisti” e scusarsi con i cittadini tunisini di confessione ebraica.
La polemica, approdata anche sui media israeliani, ha offuscato le parole con cui Saied si è rivolto alla folla: “Non lasciatevi comprare da quelle parti che vi stanno manipolando”, ha chiesto ai presenti. Le affermazioni del presidente eletto nel 2019 proprio con i voti dei giovani delle banlieue e delle regioni marginalizzate hanno legittimato le teorie del complotto che circolano tra i sostenitori dell’ancien régime, riprese ormai anche dai quotidiani locali. Mentre Le Temps ha aperto il 19 gennaio con il titolo “chi sta tramando contro la Tunisia?”, in prima pagina sul quotidiano francofono La Presse il ministro della difesa Bartegi ha affermato che “i terroristi stanno approfittando dei movimenti sociali per seminare il caos”, costringendo poi il giornale a chiarire che nessun gruppo terroristico è in realtà coinvolto negli incidenti.
Queste polemiche non fanno che evidenziare la distanza fra i giovani manifestanti e chi li rappresenta, tanto che per i partiti è difficile anche solo provare a cavalcare il malcontento. “È colpa della politica se non avrò un futuro. Quest’anno finisco le superiori: cosa mi aspetta in questo paese?”, si chiede Azza, con una bandiera tunisina legata al collo. Ad approfittare di questo vuoto politico e della crisi economica che si abbatte sul paese sono i sostenitori del “era meglio prima”. Secondo l’ultimo sondaggio di Sigma Conseil, il Partito desturiano libero (Pdl), la formazione che si ispira apertamente al regime di Ben Ali, è ormai il primo partito, al 41 per cento.