(foto Ansa)

mes e recovery fund

Perché non ha senso rinunciare alle risorse dell'Unione europea

David Carretta

Il no di Spagna, Portogallo e Italia ai prestiti europei è un rischio. Gli effetti sulla Bce e i suoi falchi

Bruxelles. Alcuni governi europei hanno annunciato l’intenzione di rinunciare a una parte importante delle risorse messe a disposizione dagli strumenti finanziari dell’Unione europea per fronteggiare l’emergenza economica del Covid-19, privandosi della possibilità di rafforzare gli stimoli fiscali nel momento in cui ce n’è più bisogno e fornendo argomenti ai falchi della Bce che vogliono mettere un freno agli acquisti di titoli pubblici. Secondo il País, il governo di Pedro Sánchez in Spagna non intende utilizzare 70 miliardi di euro di prestiti che gli sono stati attribuiti dal Recovery fund, limitandosi a incassare i 77,6 miliardi di trasferimenti diretti. Il documento programmatico di bilancio per il 2021 inviato da Madrid a Bruxelles effettivamente non fa menzione dei prestiti: “In una prima fase verranno messi a disposizione dell’economia spagnola circa 70 miliardi di euro di trasferimenti diretti della Recovery and Resilience Facility, di cui 27 miliardi per il primo anno”, si legge nel documento della Spagna. A settembre anche il primo ministro portoghese, António Costa, ha annunciato che il suo paese utilizzerà solo i 13 miliardi di trasferimenti del Recovery fund, e non i circa 15 miliardi di prestiti. “Faremo pieno uso dei grants (i trasferimenti, ndr), ma non useremo la parte legata ai prestiti”, ha detto Costa. Domenica il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha confermato che l’Italia non chiederà di attivare la linea di credito pandemica del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), che consentirebbe di ottenere un prestito da 36 miliardi per finanziare le spese sanitarie. Per tutti la giustificazione è che “non ce n’è bisogno”: grazie alla Banca centrale europea che acquista titoli e abbassa i rendimenti nazionali, i prestiti europei “non sono così convenienti”. 

“Usare prima gli stanziamenti dei prestiti” del Recovery fund “ha senso”, ma annunciare che non si prenderanno mai i prestiti dell’Ue “non è credibile”, spiega al Foglio l’economista Maria Demertzis, vicedirettrice del think tank Bruegel. Il debito del Recovery fund o del Mes ha “un prezzo più competitivo” di quello emesso da Italia, Spagna e Portogallo. “Se c’è un’istituzione europea che ti fornisce prestiti che costano meno, economicamente non ha senso rinunciarci”, dice Demertzis: che sia europeo o nazionale “è tutto debito. Quando lo devi rimborsare, lo devi rimborsare. E allora perché non farlo a costo inferiore?”. Certo “il Mes è diventato tossico” a causa delle condizionalità inflitte alla Grecia. Ma quelle condizionalità non ci sono più, oggi sono “leggere” e “se l’Italia dice ‘no’ al Mes è per ragioni politiche, non economiche”, dice Demertzis.

Nell’equazione entra in gioco la Bce, che sta raggiungendo i limiti di quanto può fare con la politica monetaria e i cui falchi sono tornati a agitarsi. “Il bilancio della Bce è passato da 4.800 miliardi a quasi 7.000 miliardi in sei mesi”, spiega Demertzis. “La Bce continuerà a comprare in modo che Italia, Spagna e Grecia possano prendere a prestito in modo conveniente?”. All’ultima riunione del Consiglio della Bce il 9 e 10 settembre alcuni governatori hanno sostenuto – secondo il verbale – che “il ritmo degli acquisti mensili potrebbe essere ridotto con l’attenuarsi delle tensioni sui mercati finanziari. Questo consentirebbe di creare riserve nel caso in cui si ripresentassero turbolenze e frammentazione”. Finora Christine Lagarde ha fatto resistenza. “Se bisogna fare di più, faremo di più”, ha detto la presidente della Bce in un’intervista al Monde. Ma, secondo Demertzis, la politica monetaria non ha molto altro spazio di azione, “altri devono fare la loro parte” con le politiche fiscali. Tuttavia paesi come l’Italia hanno margine limitato per il rischio sostenibilità del debito. In questo contesto “sarebbe folle” rifiutare i prestiti dell’Ue. Ieri Paolo Gentiloni ha lanciato un avvertimento sugli effetti della seconda ondata. “Il grande ottimismo che si era diffuso a fine estate ora sta gradualmente cedendo il passo a una situazione che preoccupa di più”, ha detto il commissario per l’Economia: “La ripresa è rallentata da agosto in poi” e “c’è il rischio che si esaurisca nel quarto trimestre”. Lagarde ha spiegato al Monde che dall’Ue servono tra i 1.000 e i 1.500 miliardi: se si sommano Recovery Fund, Sure, Bei e Mes “il conto torna”, ha detto la presidente della Bce. Ma se i governi rinunciano in partenza a metà Recovery fund e a tutto il Mes i conti rischiano di non tornare più.

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