La China Space Force a rischio

Australiani e svedesi fanno fuori la Cina dallo spazio. E l'Italia?

L'industria aerospaziale non è più solo una questione di business, ma anche e soprattutto geopolitica. Gli accordi pregressi tra Roma e Pechino

Giulia Pompili

La Swedish Space Corporation, che ha una base satellitare in Australia, dice che non rinnoverà i contratti con Pechino per motivi politici. Ci sono varie missioni cinesi che potrebbero subire conseguenze. Intanto la Cina annuncia l'ambiziosa missione lunare

Non c’è solo il 5G o le app come TikTok e WeChat. Il tentativo di frenare la corsa al dominio tecnologico della Cina passa anche attraverso un settore di cui si parla poco, ma che è più strategico che mai: quello aerospaziale. Che significa corsa allo spazio ma anche satelliti, e quindi spionaggio, sorveglianza. La Swedish Space Corporation (Ssc), cioè l’azienda privata controllata dal governo di Stoccolma, ha confermato ieri a Reuters che non rinnoverà i suoi contratti con la Cina dopo che saranno scaduti, anche se non è stato specificato quando. Ma la portavoce della compagnia, Anni Bolenius, ha detto a Reuters che “la situazione geopolitica è cambiata da quando sono stati firmati quei contratti” all’inizio degli anni Duemila. La Swedish Space Corporation possiede “la più grande rete di stazioni terrestri multi-missione”, e fornisce ai clienti servizi di assistenza per il lanci satellitari,  controllo per le missioni spaziali,  elaborazione dati. E’ un gigante del settore, soprattutto perché possiede una rete di undici basi radio, dalla Florida al Cile fino all’Australia. Nel giugno 2013 l’agenzia spaziale di Pechino, per controllare una missione spaziale, ottenne l’accesso a una delle più strategiche basi satellitari della compagnia svedese. Si tratta della stazione di Yatharagga, nell’Australia occidentale, a 350 chilometri dalla città di Perth.  Il problema delle antenne satellitari di Yatharagga è che nella stessa area ce ne sono altre, sempre di proprietà della Ssc, che fanno parte della Dongara satellite station,  una base che offre servizi alla Nasa e al governo degli Stati Uniti. Avere accesso alle basi radio che controllano i satelliti significa avere sotto controllo la situazione delle immagini e delle trasmissioni, anche dei satelliti privati e commerciali: non vuol dire capire cosa i satelliti altrui trasmettono –  i messaggi generalmente sono cifrati –  ma intanto raccoglierne i segnali. E’ una guerra delle informazioni, in un momento in cui l’America di  Trump e la Cina di Xi  sono più lontane che mai. La decisione della  Swedish Space Corporation è importante perché è la prima di questo tipo dichiaratamente politica: siccome la situazione internazionale è cambiata, dobbiamo affidarci a nuovi mercati, ha detto la portavoce.  

 
Il programma spaziale cinese negli ultimi anni ha subìto una fortissima accelerazione. Secondo Space news la misteriosa missione cinese Chang’e-5, che dovrebbe portare un lander sulla luna e raccogliere per la prima volta dal 1970 altri campioni del suolo lunare, dovrebbe essere lanciata a giorni. Poche settimane fa Wu Weiren, a capo delle missioni lunari di Pechino, ha annunciato pure l’ambizioso progetto di costruire una stazione umana permanente sulla luna. Nel frattempo a fine luglio, con il lancio dell’ultimo satellite, è stato completato il sistema di posizionamento BeiDou, l’alternativa cinese al Gps americano e al Galileo europeo. Al di là degli scopi scientifici, l’altro obiettivo di Pechino ha a che fare con il dominio nel campo tecnologico, e quindi il controllo delle tecnologie. Questo, ovviamente, ha delle conseguenze politiche. Prima di quello della Swedish Space Corporation c’era stato il caso italiano: nel 2017 il governo di Roma e l’Agenzia spaziale italiana avevano firmato un accordo con le controparti cinesi per la costruzione di una parte della futura Stazione spaziale cinese, accordo bloccato un anno fa dopo pressioni americane. In cambio, Washington ha dato all’Italia la possibilità di partecipare alla missione Artemis della Nasa per il ritorno sulla Luna. In mezzo c’era stata la firma dell’intesa sulla Via della Seta che rafforzava la cooperazione Italia-Cina nel campo della ricerca scientifica, anche satellitare. Accanto alla Via della Seta era stata firmata un altro accordo per un secondo lancio di un satellite di osservazione terrestre, dopo il primo andato in orbita nel 2018. Il secondo China Seismo-Electromagnetic Satellite (programma spaziale cinese a cui l’Italia contribuisce e basta) è in fase di sviluppo e il lancio è previsto nel 2021.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.