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“France Relance”, un modello anche per l'Italia

David Carretta

Il programma per la modernizzazione francese potrebbe essere un modo per evitare il “catalogo della spesa”, tanto temuto a Bruxelles

Bruxelles. Più che un piano per la ripresa, Emmanuel Macron ha lanciato un programma per la modernizzazione della Francia con il “France Relance” da 100 miliardi annunciato il 3 settembre dal primo ministro Jean Castex. Lungi dal cedere alla “tentazione della domanda” – puntare su consumi e settore pubblico – Macron ha sorpreso tutti confermando la scommessa delle riforme sul lato dell’offerta – riduzione delle tasse e misure a favore della competitività delle imprese – su cui aveva puntato all’inizio del suo mandato. A 19 mesi dalle elezioni presidenziali la scommessa è rischiosa, in una Francia assetata di “più potere d’acquisto” per uscire dalla crisi.

 

Le reazioni degli economisti transalpini di sinistra – ma anche di opposizione e sindacati – sono indicative. “L’obiettivo del piano di rilancio (…) è di confortare la trasformazione neoliberale del modello socio-economico francese che è il grande progetto di questa presidenza”, ha accusato ieri su Libération Bruno Amable, professore dell’Università di Ginevra. Il piano “dimentica totalmente la domanda di giustizia sociale”, ha detto venerdì Thomas Piketty: è “squilibrato” perché “troppo incentrato sulle imprese” a detrimento del settore pubblico. Secondo Piketty, “si sarebbe dovuto investire molto di più nella sanità e nella ricerca, creare posti di lavoro pubblici e aumentare i salari”. Eppure, visto da Bruxelles, “France Relance” potrebbe diventare un modello per altri paesi beneficiari del Recovery fund. A cominciare dall’Italia, dove la Commissione intravede il rischio “catalogo della spesa”, come ha detto Paolo Gentiloni la scorsa settimana.

 

Una prima discussione sui piani nazionali di riforme e resilienza dovrebbe esserci all’Eurogruppo informale di venerdì a Berlino. I ministri delle Finanze avranno un dibattito su “come superare gli ostacoli politici alle riforme”, spiega una fonte dell’Eurogruppo. L’esercizio è “essenziale”: la maggior parte dei ministri delle Finanze della zona euro è convinta che “l’aumento del debito pubblico” accumulato con la crisi Covid-19, le misure d’emergenza e gli investimenti per la ripresa, “deve essere accompagnato da un aumento della capacità economica per ripagare il debito” dice la fonte. In altre parole servono riforme pro competitività che permettano “di aumentare il potenziale di crescita”. E’ la strada scelta da Macron con “France Relance”. Sui 100 miliardi del piano – di cui 40 miliardi dal Recovery fund dell’Ue – più di un terzo (35 miliardi) sono allocati al capitolo competitività e innovazione, con 20 miliardi destinati al taglio delle tasse sulle imprese. Anche negli altri due capitoli a essere privilegiato direttamente o indirettamente è il settore privato.

 

A Parigi alcuni evocano un approccio “keynesiano dell’offerta” da parte del premier Castex. Nessuno nega più la necessità di fare enormi debiti e spendere. Ma, superata la fase emergenziale delle misure per cassa integrazione e liquidità, le risorse destinate alla ripresa vanno utilizzate al meglio, cioè in modo produttivo. La stessa filosofia ha ispirato la Germania che, senza aspettare il Recovery fund dell’Ue, in giugno ha adottato un pacchetto da 130 miliardi, di cui 50 miliardi per investimenti su clima, innovazione e digitale (puntando molto sull’auto elettrica). Ora Bruxelles attende le linee guida dell’Italia. Ma l’impressione di molti è che lo spirito che aveva portato al piano Colao e agli Stati generali abbia lasciato il posto al “catalogo della spesa” denunciato da Gentiloni. “Monitoreremo che il denaro venga speso in linea con le raccomandazioni specifiche per paese del semestre europeo” e le priorità Ue su “investimenti verdi, digitali e transfrontalieri”, ha detto il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis. Il Recovery fund “non sono soldi magici. Ogni euro deve essere speso in modo attento e efficiente”, ha avvertito il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.