I 5 flop di Trump

Gianni Castellaneta

02/08/2020

I 5 flop di Trump

Afghanistan, 11 settembre 2011. Un soldato americano davanti a una bandiera appesa per la cerimonia commemorativa del decimo anniversario dell'attentato (Foto AP / David Goldman, File)

Afghanistan, Iran, Siria, Corea del nord, Cina. Gli insuccessi di politica estera che pesano sull’America First

Al direttore - Parafrasando una nota canzone, possiamo iniziare a chiederci “cosa resterà di questi anni di Trump” in politica estera? L’attuale presidenza era iniziata attraverso annunci roboanti e avvertimenti decisamente minacciosi più o meno nei confronti di tutti i regimi considerati “ostili” agli Stati Uniti; pur nel quadro di un annunciato disimpegno rispetto al ruolo da “poliziotto del mondo”, Trump aveva promesso che avrebbe tolto di mezzo i leader dei cosiddetti “stati canaglia”.

 

Quasi quattro anni dopo, all’indomani di un Independence Day caratterizzato da episodi di confronto acceso e a volte letale in tutto il paese e lo sgarbo politicamente ed economicamente negativo per tutte le parti di essere inserito tra i paesi non accolti nell’Ue per gli effetti del coronavirus , possiamo affermare il fatidico “mission accomplished”? La risposta sembra essere negativa.

 

All’inizio del suo mandato, Trump aveva preso di mira almeno cinque fronti senza risparmiare schermaglie verbali e avvertimenti poco diplomatici. Afghanistan, Iran, Siria, Corea del nord e Cina erano state messe nel mirino e l’aggressiva narrativa trumpiana aveva posto l’obiettivo di chiudere questi dossier e di imprimere un netto segno di discontinuità con gli otto anni di Obama che l’avevano preceduto alla Casa Bianca.

 

Eppure, a oggi nessuna di queste situazioni sembra essere stata risolta. In Afghanistan non è stato possibile sferrare una sconfitta definitiva ai talebani, che hanno invece ripreso forza controllando parti del territorio e costringendo nei fatti il governo di Kabul a scendere a patti. Il ritiro delle truppe statunitensi, che doveva essere completato in tempi molto più rapidi, dopo gli accordi di Dubai, è in realtà cominciato da poco e al caro prezzo di uno scambio con prigionieri talebani.

 

Ancora più complicato lo scenario iraniano: se l’accordo del 2015 sembrava avere finalmente sanato la frattura aperta dal 1979 tra Washington e Teheran, la rinuncia unilaterale degli Stati Uniti dal trattato “5+1” non ha fatto altro che esacerbare le tensioni tra l’Iran, Israele e le monarchie sunnite della regione, Arabia Saudita in primis. Il governo iraniano aspetta oramai la prossima presidenza per fare eventuali concessioni.

 

Nulla in Siria, dove la volontà della Casa Bianca di non ingerire nella guerra civile tra Assad e le varie fazioni ribelli non ha fatto altro che aprire “praterie geopolitiche” sfruttate con intelligenza e uno sforzo tutto sommato limitato da Russia e Turchia.

 

Pochi risultati anche per quanto riguarda la Corea del nord: al di là di colpi di scena mediatici, dal “rocket man” riservato a Kim Jong Un alle ripetute strette di mano con il dittatore di Pyongyang, Trump non è riuscito a convincere la Corea a rinunciare al proprio programma nucleare e a spingerla verso un cambio di regime in senso democratico.

 

Con la Cina, al di là di un accordo commerciale temporaneo e comunque non risolutivo, non è stato possibile risolvere il problema di fondo dell’enorme deficit commerciale che Washington accusa nei confronti di Pechino e i rapporti si sono oramai irrigiditi in un confronto che supera i problemi solo economici.

 

Infine, lo scenario nordafricano merita un bel “non pervenuto”, visto che gli Stati Uniti hanno deliberatamente deciso di non interessarsi alla Libia, che versa tuttora in condizioni di estrema incertezza e insicurezza e l’unico risultato visibile sembra sia stato lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme con il conseguente rafforzamento di Bibi Netanyahu.

 

Difficile attendersi grossi colpi di scena nei prossimi mesi, dato che i problemi interni (crisi sanitaria ed economica e il Black Lives Matter) domineranno la campagna elettorale e saranno probabilmente affrontati dal presidente con una retorica ancora più divisiva a livello sociale (il discorso del 4 luglio al Mount Rushmore è stato pronunciato di proposito in una specie di “feudo bianco” nel North Dakota a larghissima maggioranza repubblicana).

  

Affinché questi dossier tuttora aperti si possano sbloccare, bisognerà attendere l’anno prossimo, quando probabilmente ci sarà un nuovo presidente che imprimerà un approccio diverso e più conciliante o in alternativa vedremo in azione l’attuale presidente libero da considerazioni elettorali contingenti e proteso come tutti i suoi pari in passato a costruire la sua futura legacy.