La fregata greca Spetzai

Buonanotte, Irini

Luca Gambardella

Grecia e Turchia si provocano nel Mediterraneo e la missione comandata dall'Italia, che avrebbe dovuto garantire l’embargo in Libia, non funziona. La partita per il gas e i tentativi di isolare Erdogan

Ieri una nave cargo scortata da tre fregate turche e diretta in Libia è stata intercettata da un’unità della Marina militare greca che fa parte di Irini, la missione dell’Ue che deve garantire il rispetto dell’embargo delle armi in Libia. Secondo le prime ricostruzioni della stampa greca, non confermate dal comando della missione europea, l’ordine di ispezionare la nave turca – la Cirkin, il cui armatore è turco e che batte bandiera della Tanzania – è arrivato direttamente dal comando di Roma, cioè dal contrammiraglio Fabio Agostini. Quando la fregata greca, la Spetzai, ha avviato la procedura per ispezionare il cargo, i turchi si sono rifiutati e hanno proseguito lungo la loro rotta. “Questa nave è sotto la protezione dalla democrazia turca”, avrebbe risposto il comandante del cargo secondo la versione un po’ troppo altisonante riportata dal quotidiano turco Daily Sabah. Sarebbe bastato questo semplice no a impedire l’abbordaggio e l’ispezione, costringendo la Spetsai a osservare inerme all’ennesima consegna di armi turche al porto libico di Misurata. Oltre alla nave greca, il cargo è finito con ogni probabilità anche nei radar della Caio Duilio, la fregata italiana che dalla fine dello scorso anno pattuglia le coste al largo di Misurata.

 

Pensare che l’embargo delle armi in Libia possa risolversi militarmente, magari con qualche colpo di cannone sparato in mezzo al mare, sembra una prospettiva che nessuno, tanto meno la stessa Ue, sembra prendere sul serio. La conferma è arrivata anche oggi da Bruxelles: “Lei mi sta dicendo che una nave di Irini non può abbordare un’altra nave senza il consenso di quest’ultima?”, ha chiesto stamattina un giornalista al portavoce dell’European Action Service durante una conferenza stampa: “Sì”, è stata la risposta secca di Peter Stano. E’ difficile immaginare che una nave turca, per di più se scortata da altre navi militari, dia il suo consenso a essere ispezionata da una straniera. E allora ecco che Irini, come ha ammesso lo stesso Stano, ha in realtà il mero compito di “prendere nota e di riferire all’Onu su eventuali violazioni dell’embargo”. Si tratta di una notizia, dato che tra gli obiettivi della missione, messi nero su bianco, finora c’era invece quello di “imporre” l’embargo.

 

Schermaglie come quelle di ieri erano attese e rientrano nel piano greco di delegittimare le mosse della Turchia e di mettere nell’agenda dell’Ue le continue provocazioni lanciate dal presidente Recep Tayyip Erdogan. Si tratta però solamente di una piccola parte di una contesa più ampia che mette in palio una fetta sostanziosa dello sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo. Una partita in cui rientra a pieno titolo anche l’Italia, che nel giro di poche ore ha assestato un paio di colpi diplomatici che non devono avere fatto troppo piacere ai turchi: da una parte c’è l’intesa raggiunta dal premier Giuseppe Conte con l’Egitto per la vendita di due fregate, dall’altra c’è il trattato sottoscritto martedì ad Atene e che delimita le zone economiche esclusive con la Grecia. “E’ un accordo storico”, ha detto il ministro degli Esteri greco Nikos Dendias, perché mette nero su bianco chi può estrarre risorse energetiche nel Mare Jonio. “Il nostro è un trattato valido, sottoposto all’Onu, non come quello siglato tra Tripoli e la Turchia”, ha commentato Dendias. Una frecciata rivolta alla Turchia, che lo scorso febbraio ha siglato un accordo analogo con il Gna libico. Accordo che però è contestato da tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale, da Cipro al Libano, passando per Israele e l’Egitto. In sostanza, Ankara e Tripoli hanno reso confinanti le rispettive zone economiche esclusive con un artificio non da poco: facendo finta che in mezzo non ci fosse l’isola greca di Creta. Secondo tutti i paesi costieri, Ankara vorrebbe sabotare così il progetto europeo dell’EastMed, il gasdotto che dovrebbe rendere la Grecia e l’Italia i due hub principali per lo smistamento del gas estratto nel Mediterraneo orientale e diretto in Europa.

 

Poco dopo l’accordo siglato ad Atene, il Parlamento libico di Tobruk, rivale di Tripoli, ha espresso soddisfazione e ha dichiarato che quando il generale Khalifa Haftar conquisterà tutta la Libia cancellerà l’accordo concluso con la Turchia e al suo posto ne farà uno con la Grecia. Con gli uomini e le armi spedite in Libia in violazione dell’embargo, Erdogan ha rimesso al sicuro Tripoli dall’avanzata di Haftar. Ma ora attorno a sé può contare solamente su pochissimi amici.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it